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  icaroflyon La Verità non è una pietra preziosa,che si possa mettere in tasca e portare via con se. E' un mare immenso nel quale sprofondare» (Musil, L'uomo senza qualità)
 
La Divina Commedia
 













Anna ed Io

Ego scriptor








All together

I was alone in my bed


and I couldn't understand
what I will do in my life
cause it was out of sight.

I don't know what I can do
I don't know what I will do
and my life stay on the reef
of exclusion of the soul.
I can't perceive my low arms
paralysed by frailties things,
and my brain decline with others
amassed in the culture conformism.
I don't know what I can do
I don't know what I will do
and my life stay on the reef
of exclusion of the soul, but…
All together, we can see
our dreams and not a reef.
All together, me and you
We can do, all we want to do.
All together, we can live
our dreams of humanity.
All together, we can built
the peaceful world of dreams.
All together, we can see
our dreams and not a reef.
All together, me and you
We can do, all we want to do.
I was alone in the bad
of  baby-killers full armed
in a world bursting of war,
and in all faces, wasn't love…
I don't know what I can do
I don't know what I will do
and the world stay on a reef
by defiance of international law, but…
All together, we can see
our dreams and not a reef.
All together, me and you
We can do, all we want to do.
All together, we can live
our dreams of humanity.
All together, we can built
the peaceful world of dreams.
All together, we can see
our dreams and not a reef.
All together, me and you
We can do, all we want to do...
_


Tomorrow is best than today
Tomorrow come from our brain
Tomorrow is best than today
Tomorrow we're living on way
Tomorrow is best than today
 
 



La canzone popolare

Alzati che si sta alzando la canzone popolare

se c'e' qualcosa da dire ancora, se c'e' qualcosa da fare
alzati che si sta alzando la canzone popolare
se c'e' qualcosa da dire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da imparare ancora, ce lo dirà
sono io oppure sei tu, che hanno mandato più lontano
per poi giocargli il ritorno sempre all'ultima mano
e sono io oppure sei tu, chi ha sbagliato più forte
che per avere tutto il mondo fra le braccia
ci si e' trovato anche la morte
sono io oppure sei tu, ma sono io oppure sei tu
alzati che si sta alzando la canzone popolare
se c'e' qualcosa da dire ancora, se c'e' qualcosa da fare
alzati che si sta alzando la canzone popolare
se c'e' qualcosa da capire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da imparare ancora, ce lo dirà
sono io oppure sei tu la donna che ha lottato tanto
perché il brillare naturale dei suoi occhi
non lo scambiassero per pianto
e invece io lo vedi da te, arrivo sempre l'indomani
e ti busso alla porta ancora e poi ti cerco con le mani
sono io, lo vedi da te, mi riconosci, lo vedi da te
alzati che sta passando la canzone popolare
sono io, sono proprio io,
che non mi guardo più allo specchio
per  non vedere le mie mani più veloci,
ne' il mio vestito  più vecchio
e prendiamola fra le braccia questa vita danzante
questi pezzi di amore caro, quest'esistenza tremante
che sono io e che sei anche tu, che sono io e che sei anche tu
alzati che si sta alzando la canzone popolare
alzati che sta passando la canzone popolare

se c'e' qualcosa da dire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da capire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da chiarire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da cantare ancora, si capirà.




Ballata della Speranza


David Maria Turoldo

Tempo del primo avvento


tempo del secondo avvento
sempre tempo d'avvento:
esistenza, condizione
d'esilio e di rimpianto.
Anche il grano attende
anche l'albero attende
attendono anche le pietre
tutta la creazione attende.
Tempo del concepimento
di un Dio che ha sempre da nascere.
(Quando per la donna è giunta la sua ora 
è in grande pressura
ma poi tutta la sua tristezza
si muterà in gaudio
perché è nato al mondo un uomo.)
Questo è il vero lungo inverno del mondo:
Avvento, tempo del desiderio
tempo di nostalgia e ricordi
(paradiso lontano e impossibile!)
Avvento, tempo di solitudine
e tenerezza e speranza.
Oh, se sperassimo tutti insieme
tutti la stessa speranza
e intensamente
ferocemente sperassimo
sperassimo con le pietre
e gli alberi e il grano sotto la neve
e gridassimo con la carne e il sangue
con gli occhi e le mani e il sangue;
sperassimo con tutte le viscere
con tutta la mente e il cuore
Lui solo sperassimo;
oh se sperassimo tutti insieme
con tutte le cose
sperassimo Lui solamente
desiderio dell'intera creazione;
e sperassimo con tutti i disperati
con tutti i carcerati
come i minatori quando escono
dalle viscere della terra,
sperassimo con la forza cieca
del morente che non vuol morire,
come l'innocente dopo il processo
in attesa della sentenza,
oppure con il condannato
avanti il plotone d'esecuzione
sicuro che i fucili non spareranno;
se sperassimo come l'amante
che ha l'amore lontano
e tutti insieme sperassimo,
a un punto solo
tutta la terra uomini
e ogni essere vivente
sperasse con noi
e foreste e fiumi e oceani,
la terra fosse un solo
oceano di speranza
e la speranza avesse una voce sola
un boato come quello del mare,
e tutti i fanciulli e quanti
non hanno favella
per prodigio
a un punto convenuto
tutti insieme
affamati malati disperati,
e quanti non hanno fede
ma ugualmente abbiano speranza
e con noi gridassero
astri e pietre,
purché di nuovo un silenzio altissimo
- il silenzio delle origini -
prima fasci la terra intera
e la notte sia al suo vertice;
quando ormai ogni motore riposi
e sia ucciso ogni rumore
ogni parola uccisa
- finito questo vaniloquio! -
e un silenzio mai prima udito
(anche il vento faccia silenzio
anche il mare abbia un attimo di silenzio,
un attimo che sarà la sospensione del mondo),
quando si farà questo
disperato silenzio
e stringerà il cuore della terra
e noi finalmente in quell'attimo dicessimo
quest'unica parola
perché delusi di ogni altra attesa
disperati di ogni altra speranza,
quando appunto così disperati
sperassimo e urlassimo
(ma tutti insieme
e a quel punto convenuti)
certi che non vale chiedere più nulla
ma solo quella cosa
allora appunto urlassimo
in nome di tutto il creato
(ma tutti insieme e a quel punto)
VIENI VIENI VIENI, Signore
vieni da qualunque parte del cielo
o degli abissi della terra
o dalle profondità di noi stessi
(ciò non importa) ma vieni,
urlassimo solo: VIENI!
Allora come il lampo guizza dall'oriente
fino all'occidente così sarà la sua venuta
e cavalcherà sulle nubi;
e il mare uscirà dai suoi confini
e il sole più non darà la sua luce
né la luna il suo chiarore
e le stelle cadranno fulminate
saranno scosse le potenze dei cieli.
E lo Spirito e la sposa dicano: Vieni!
e chi ascolta dica: vieni!
e chi ha sete venga
chi vuole attinga acqua di vita
per bagnarsi le labbra
e continuare a gridare: vieni!
Allora Egli non avrà neppure da dire
eccomi, vengo - perché già viene.
E così! Vieni Signore Gesù,
vieni nella nostra notte,
questa altissima notte
la lunga invincibile notte,
e questo silenzio del mondo
dove solo questa parola sia udita;
e neppure un fratello
conosce il volto del fratello
tanta è fitta la tenebra;
ma solo questa voce
quest'unica voce
questa sola voce si oda:
VIENI VIENI VIENI, Signore!
- Allora tutto si riaccenderà
alla sua luce
e il cielo di prima
e la terra di prima
son sono più
e non ci sarà più né lutto
né grido di dolore
perché le cose di prima passarono
e sarà tersa ogni lacrima dai nostri occhi
perché anche la morte non sarà più.
E una nuova città scenderà dal cielo
bella come una sposa
per la notte d'amore
(non più questi termitai
non più catene dolomitiche
di grattacieli
non più urli di sirene
non più guardie
a presiedere le porte
non più selve di ciminiere).
- Allora il nostro stesso desiderio
avrà bruciato tutte le cose di prima
e la terra arderà dentro un unico incendio
e anche i cieli bruceranno
in quest'unico incendio
e anche noi, gli uomini,
saremo in quest'unico incendio
e invece di incenerire usciremo
nuovi come zaffiri
e avremo occhi di topazio:
quando appunto Egli dirà
"ecco, già nuove sono fatte tutte le cose"
allora canteremo
allora ameremo
allora allora...

I Limoni
Eugenio Montale

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantanoi ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli 
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose 
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo 
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.



Sogna Ragazzo Sogna
Roberto Vechioni


E ti diranno parole rosse come il sangue, nere come la notte;
ma non è vero, ragazzo, che la ragione sta sempre col più forte:
io conosco poeti che spostano i fiumi con il pensiero,
e naviganti infiniti che sanno parlare con il cielo.

Chiudi gli occhi, ragazzo, e credi solo a quel che vedi dentro;
stringi i pugni, ragazzo, non lasciargliela vinta neanche un momento;
copri l'amore, ragazzo, ma non nasconderlo sotto il mantello:
a volte passa qualcuno, a volte c'è qualcuno che deve vederlo.


Sogna, ragazzo, sogna quando sale il vento nelle vie del cuore,
quando un uomo vive per le sue parole o non vive più;
sogna, ragazzo, sogna, non lasciarlo solo contro questo mondo,
non lasciarlo andare, sogna fino in fondo, fallo pure tu ...


Sogna, ragazzo, sogna quando cala il vento ma non è finita,
quando muore un uomo per la stessa vita che sognavi tu;
sogna, ragazzo, sogna, non cambiare un verso della tua canzone
non lasciare un treno fermo alla stazione, non fermarti tu...


Lasciali dire che al mondo quelli come te perderanno sempre:
perchè hai già vinto, lo giuro, e non ti possono fare più niente;
passa ogni tanto la mano su un viso di donna, passaci le dita:
nessun regno è più grande di questa piccola cosa che è la vita.

E la vita è così forte che attraversa i muri per farsi vedere;
la vita è così vera che sembra impossibile doverla lasciare
la vita è così grande che quando sarai sul punto di morire,
pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire

Sogna, ragazzo, sogna, quando lei si volta, quando lei non torna.
quando il solo passo che fermava il cuore non lo senti più:
sogna, ragazzo, sogna, passeranno i giorni, passerà 1'amore,
passeran le notti, finirà il dolore, sarai sempre tu.

Sogna, ragazzo, sogna, piccolo ragazzo nella mia memoria.
tante volte tanti dentro questa storia: non vi conto più;
sogna, ragazzo, sogna, ti ho lasciato un foglio sulla scrivania.
manca solo un verso a quella poesia, puoi finirla tu.


Ciao Amore Ciao
Luigi Tenco

 

La solita strada, bianca come il sale
il grano da crescere, i campi da arare.
Guardare ogni giorno
se piove o c'e' il sole,
per saper se domani
si vive o si muore
e un bel giorno dire basta e andare via.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Andare via lontano
a cercare un altro mondo
dire addio al cortile,
andarsene sognando.
E poi mille strade grigie come il fumo
in un mondo di luci sentirsi nessuno.
Saltare cent'anni in un giorno solo,
dai carri dei campi
agli aerei nel cielo.
E non capirci niente e aver voglia di tornare da te.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Non saper fare niente in un mondo che sa tutto
e non avere un soldo nemmeno per tornare.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.


Notte prima degli esami
Antonello Venditti

 

Io mi ricordo, quattro ragazzi con la chitarra
e un pianoforte sulla spalla.
Come pini di Roma, la vita non li spezza,
questa notte è ancora nostra.
Come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati?
Le bombe delle sei non fanno male,
è solo il giorno che muore, è solo il giorno che muore.
Gli esami sono vicini, e tu sei troppo lontana dalla mia stanza.
Tuo padre sembra Dante e tuo fratello Ariosto,
stasera al solito posto, la luna sembra strana
sarà che non ti vedo da una settimana.
Maturità ti avessi preso prima,
le mie mani sul tuo seno, è fitto il tuo mistero.
Il tuo peccato è originale come i tuoi calzoni americani,
non fermare ti prego le mie mani
sulle tue cosce tese chiuse come le chiese,
quando ti vuoi confessare.
Notte prima degli esami, notte di polizia
certo qualcuno te lo sei portato via.
Notte di mamma e di papà col biberon in mano,
notte di nonno alla finestra, ma questa notte è ancora nostra.
Notte di giovani attori, di pizze fredde e di calzoni,
notte di sogni, di coppe e di campioni.
Notte di lacrime e preghiere,
la matematica non sarà mai il mio mestiere.
E gli aerei volano in alto tra New York e Mosca,
ma questa notte è ancora nostra, Claudia non tremare
non ti posso far male, se l'amore è amore.
Si accendono le luci qui sul palco
ma quanti amici intorno, mi viene voglia di cantare.
Forse cambiati, certo un po' diversi
ma con la voglia ancora di cambiare,
se l'amore è amore, se l'amore è amore,
se l'amore è amore, se l'amore è amore,
se l'amore è amore.


I migliori anni della nostra vita
Renato Zero

 

Penso che ogni giorno sia come una pesca miracolosa
e che bello pescare sospesi su di una soffice nuvola rosa
tu come un gentiluomo
ed io come una sposa
mentre fuori dalla finestra
si alza in volo soltanto la polvere,
c'è aria di tempesta.
Sarà che noi due
siamo di un altro lontanissimo pianeta
ma il mondo da qui sembra soltanto una botola segreta
tutti vogliono tutto per poi accorgersi
che è niente,
noi non faremo come l'altra gente
questi sono e resteranno per sempre
i migliori anni della nostra vita
i migliori anni della nostra vita,
stringimi forte che nessuna notte è infinita,
i migliori anni della nostra vita

Coro: I migliori anni della nostra vita
i migliori anni della nostra vita

Stringimi forte che nessuna notte è infinita
i migliori anni della nostra vita.

Penso che è stupendo restare al buio abbracciati e nudi
come pugili dopo un incontro
come gli ultimi sopravvissuti,
forse un giorno scopriremo
che non ci siamo mai perduti
e che tutta quella tristezza
in realtà non è mai esistita.
I migliori anni della nostra vita
i migliori anni della nostra vita,
stringimi forte che nessuna notte è infinita,
i migliori anni della nostra vita.

Coro: I migliori anni della nostra vita
i migliori anni della nostra vita

Stringimi forte che nessuna notte è infinita
i migliori anni della nostra vita.


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2 maggio 2008

CANTO XVII ( Purgatorio)

Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe
ti colse nebbia per la qual vedessi
non altrimenti che per pelle talpe, 3

come, quando i vapori umidi e spessi
a diradar cominciansi, la spera
del sol debilemente entra per essi; 6

e fia la tua imagine leggera
in giugnere a veder com'io rividi
lo sole in pria, che già nel corcar era. 9

Sì, pareggiando i miei co' passi fidi
del mio maestro, usci' fuor di tal nube
ai raggi morti già ne' bassi lidi. 12

O imaginativa che ne rube
talvolta sì di fuor, ch'om non s'accorge
perché dintorno suonin mille tube, 15

chi move te, se 'l senso non ti porge?
Moveti lume che nel ciel s'informa,
per sé o per voler che giù lo scorge. 18

De l'empiezza di lei che mutò forma
ne l'uccel ch'a cantar più si diletta,
ne l'imagine mia apparve l'orma; 21

e qui fu la mia mente sì ristretta
dentro da sé, che di fuor non venìa
cosa che fosse allor da lei ricetta. 24

Poi piovve dentro a l'alta fantasia
un crucifisso dispettoso e fero
ne la sua vista, e cotal si morìa; 27

intorno ad esso era il grande Assuero,
Estèr sua sposa e 'l giusto Mardoceo,
che fu al dire e al far così intero. 30

E come questa imagine rompeo
sé per sé stessa, a guisa d'una bulla
cui manca l'acqua sotto qual si feo, 33

surse in mia visione una fanciulla
piangendo forte, e dicea: «O regina,
perché per ira hai voluto esser nulla? 36

Ancisa t'hai per non perder Lavina;
or m'hai perduta! Io son essa che lutto,
madre, a la tua pria ch'a l'altrui ruina». 39

Come si frange il sonno ove di butto
nova luce percuote il viso chiuso,
che fratto guizza pria che muoia tutto; 42

così l'imaginar mio cadde giuso
tosto che lume il volto mi percosse,
maggior assai che quel ch'è in nostro uso. 45

I' mi volgea per veder ov'io fosse,
quando una voce disse «Qui si monta»,
che da ogne altro intento mi rimosse; 48

e fece la mia voglia tanto pronta
di riguardar chi era che parlava,
che mai non posa, se non si raffronta. 51

Ma come al sol che nostra vista grava
e per soverchio sua figura vela,
così la mia virtù quivi mancava. 54

«Questo è divino spirito, che ne la
via da ir sù ne drizza sanza prego,
e col suo lume sé medesmo cela. 57

Sì fa con noi, come l'uom si fa sego;
ché quale aspetta prego e l'uopo vede,
malignamente già si mette al nego. 60

Or accordiamo a tanto invito il piede;
procacciam di salir pria che s'abbui,
ché poi non si poria, se 'l dì non riede». 63

Così disse il mio duca, e io con lui
volgemmo i nostri passi ad una scala;
e tosto ch'io al primo grado fui, 66

senti'mi presso quasi un muover d'ala
e ventarmi nel viso e dir: 'Beati
pacifici, che son sanz'ira mala!'. 69

Già eran sovra noi tanto levati
li ultimi raggi che la notte segue,
che le stelle apparivan da più lati. 72

'O virtù mia, perché sì ti dilegue?',
fra me stesso dicea, ché mi sentiva
la possa de le gambe posta in triegue. 75

Noi eravam dove più non saliva
la scala sù, ed eravamo affissi,
pur come nave ch'a la piaggia arriva. 78

E io attesi un poco, s'io udissi
alcuna cosa nel novo girone;
poi mi volsi al maestro mio, e dissi: 81

«Dolce mio padre, dì , quale offensione
si purga qui nel giro dove semo?
Se i piè si stanno, non stea tuo sermone». 84

Ed elli a me: «L'amor del bene, scemo
del suo dover, quiritta si ristora;
qui si ribatte il mal tardato remo. 87

Ma perché più aperto intendi ancora,
volgi la mente a me, e prenderai
alcun buon frutto di nostra dimora». 90

«Né creator né creatura mai»,
cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
o naturale o d'animo; e tu 'l sai. 93

Lo naturale è sempre sanza errore,
ma l'altro puote errar per malo obietto
o per troppo o per poco di vigore. 96

Mentre ch'elli è nel primo ben diretto,
e ne' secondi sé stesso misura,
esser non può cagion di mal diletto; 99

ma quando al mal si torce, o con più cura
o con men che non dee corre nel bene,
contra 'l fattore adovra sua fattura. 102

Quinci comprender puoi ch'esser convene
amor sementa in voi d'ogne virtute
e d'ogne operazion che merta pene. 105

Or, perché mai non può da la salute
amor del suo subietto volger viso,
da l'odio proprio son le cose tute; 108

e perché intender non si può diviso,
e per sé stante, alcuno esser dal primo,
da quello odiare ogne effetto è deciso. 111

Resta, se dividendo bene stimo,
che 'l mal che s'ama è del prossimo; ed esso
amor nasce in tre modi in vostro limo. 114

E' chi, per esser suo vicin soppresso,
spera eccellenza, e sol per questo brama
ch'el sia di sua grandezza in basso messo; 117

è chi podere, grazia, onore e fama
teme di perder perch'altri sormonti,
onde s'attrista sì che 'l contrario ama; 120

ed è chi per ingiuria par ch'aonti,
sì che si fa de la vendetta ghiotto,
e tal convien che 'l male altrui impronti. 123

Questo triforme amor qua giù di sotto
si piange; or vo' che tu de l'altro intende,
che corre al ben con ordine corrotto. 120

Ciascun confusamente un bene apprende
nel qual si queti l'animo, e disira;
per che di giugner lui ciascun contende. 123

Se lento amore a lui veder vi tira
o a lui acquistar, questa cornice,
dopo giusto penter, ve ne martira. 126

Altro ben è che non fa l'uom felice;
non è felicità, non è la buona
essenza, d'ogne ben frutto e radice. 129

L'amor ch'ad esso troppo s'abbandona,
di sovr'a noi si piange per tre cerchi;
ma come tripartito si ragiona, 132

tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».




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18 ottobre 2007

CANTO DECIMOSESTO (Purgatorio, Dante)

Buio d'inferno e di notte privata
d'ogni pianeta, sotto pover cielo,
quant'esser può di nuvol tenebrata,
non fece al viso mio sí grosso velo
come quel fummo ch'ivi ci coperse,
né a sentir di cosí aspro pelo;
che l'occhio stare aperto non sofferse;
onde la scorta mia saputa e fida
mi s'accostò e l'omero m'offerse.
Sí come cieco va dietro a sua guida
per non smarrirsi e per non dar di cozzo
in cosa che 'l molesti, o forse ancida,
m'andava io per l'aere amaro e sozzo,
ascoltando il mio duca che diceva
pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».
Io sentía voci, e ciascuna pareva
pregar per pace e per misericordia
l'Agnel di Dio che le peccata leva.
Pur 'Agnus Dei' eran le loro essordia;
una parola in tutte era ed un modo,
sí che parea tra esse ogne concordia.
«Quei sono spirti, maestro, ch'i' odo?»
diss'io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,
e d'iracundia van solvendo il nodo».
«Or tu chi se' che 'l nostro fummo fendi,
e di noi parli pur come se tue
partissi ancor lo tempo per calendi?»
Cosí per una voce detto fue;
onde 'l maestro mio disse: «Rispondi,
e domanda se quinci si va sue».
E io: «O creatura che ti mondi
per tornar bella a colui che ti fece,
maraviglia udirai, se mi secondi».
«Io ti seguiterò quanto mi lece»
rispuose; «e se veder fummo non lascia,
l'udir ci terrà giunti in quella vece».
Allora incominciai: «Con quella fascia
che la morte dissolve men vo suso,
e venni qui per l'infernale ambascia.
E se Dio m'ha in sua grazia rinchiuso,
tanto che vuol ch'i' veggia la sua corte
per modo tutto fuor del moderno uso,
non mi celar chi fosti anzi la morte,
ma dilmi, e dimmi s'i' vo bene al varco;
e tue parole fien le nostre scorte».
«Lombardo fui, e fu' chiamato Marco:
del mondo seppi, e quel valore amai
al quale ha or ciascun disteso l'arco.
Per montar su dirittamente vai».
Cosí rispuose, e soggiunse: «I' ti prego
che per me prieghi quando su sarai».
E io a lui: «Per fede mi ti lego
di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio
dentro ad un dubbio, s'io non me ne spiego.
Prima era scempio, e ora è fatto doppio
nella sentenza tua, che mi fa certo,
qui e altrove, quello ov'io l'accoppio.
Lo mondo è ben cosí tutto diserto
d'ogne virtute, come tu mi sone,
e di malizia gravido e coverto;
ma priego che m'addite la cagione,
sí ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui;
ché nel cielo uno, e un qua giú la pone».
Alto sospir, che duolo strinse in 'hui!',
mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,
lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.
Voi che vivete ogne cagion recate
pur suso al cielo, pur come se tutto
movesse seco di necessitate.
Se cosí fosse, in voi fora distrutto
libero arbitrio, e non fora giustizia
per ben letizia, e per male aver lutto.
Lo cielo i vostri movimenti inizia;
non dico tutti, ma posto ch'i' 'l dica,
lume v'è dato a bene e a malizia,
e libero voler; che, se fatica
nelle prime battaglie col ciel dura,
poi vince tutto, se ben si notrica.
A maggior forza ed a miglior natura
liberi soggiacete; e quella cria
la mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura.
Però, se 'l mondo presente disvia,
in voi è la cagione, in voi si cheggia;
e io te ne sarò or vera spia.
Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,
l'anima semplicetta che sa nulla,
salvo che, mossa da lieto fattore,
volentier torna a ciò che la trastulla.
Di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s'inganna, e dietro ad esso corre,
se guida o fren non torce suo amore.
Onde convenne legge per fren porre;
convenne rege aver che discernesse
della vera città almen la torre.
Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?
Nullo, però che 'l pastor che procede,
rugumar può, ma non ha l'unghie fesse;
per che la gente, che sua guida vede
pur a quel ben fedire ond'ella è ghiotta,
di quel si pasce, e piú oltre non chiede.
Ben puoi veder che la mala condotta
è la cagion che 'l mondo ha fatto reo,
e non natura che 'n voi sia corrotta.
Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,
due soli aver, che l'una e l'altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo.
L'un l'altro ha spento; ed è giunta la spada
col pasturale, e l'un con l'altro inseme
per viva forza mal convien che vada;
però che, giunti, l'un l'altro non teme:
se non mi credi, pon mente alla spiga,
ch'ogn'erba si conosce per lo seme.
In sul paese ch'Adice e Po riga,
solea valore e cortesia trovarsi,
prima che Federigo avesse briga:
or può sicuramente indi passarsi
per qualunque lasciasse, per vergogna
di ragionar coi buoni o d'appressarsi.
Ben v'èn tre vecchi ancora in cui rampogna
l'antica età la nova, e par lor tardo
che Dio a miglior vita li ripogna:
Currado da Palazzo e 'l buon Gherardo
e Guido da Castel, che mei si noma,
francescamente, il semplice Lombardo.
Di' oggimai che la chiesa di Roma,
per confondere in sé due reggimenti,
cade nel fango e sé brutta e la soma».
«O Marco mio», diss'io «bene argomenti;
e or discerno perché dal retaggio
li figli di Leví furono essenti.
Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio
di' ch'è rimaso della gente spenta,
in rimprovero del secol selvaggio?»
«O tuo parlar m'inganna, o el mi tenta»
rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,
par che del buon Gherardo nulla senta.
Per altro sopranome io nol conosco
s'io nol togliessi da sua figlia Gaia.
Dio sia con voi, ché piú non vegno vosco.
Vedi l'albor che per lo fummo raia
già biancheggiare, e me convien partirmi
- l'angelo è ivi - prima ch'io li paia».
Cosí tornò, e piú non volle udirmi.




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3 ottobre 2007

CANTO DECIMOQUINTO, Purgatorio

Quanto tra l'ultimar dell'ora terza
e 'l principio del dí par della spera
che sempre a guisa di fanciullo scherza,
tanto pareva già inver la sera
essere al sol del suo corso rimaso;
vespero là, e qui mezza notte era.
E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso,
perché per noi girato era sí 'l monte,
che già dritti andavamo inver l'occaso,
quand'io senti' a me gravar la fronte
allo splendore assai piú che di prima,
e stupor m'eran le cose non conte;
ond'io levai le mani inver la cima
delle mie ciglia, e fecimi 'l solecchio,
che del soverchio visibile lima.
Come quando dall'acqua o dallo specchio
salta lo raggio all'opposita parte,
salendo su per lo modo parecchio
a quel che scende, e tanto si diparte
dal cader della pietra in igual tratta,
sí come mostra esperïenza ed arte;
cosí mi parve da luce rifratta
quivi dinanzi a me esser percosso;
per che a fuggir la mia vista fu ratta.
«Che è quel, dolce padre, a che non posso
schermar lo viso tanto che mi vaglia»
diss'io, «e pare inver noi esser mosso?»
«Non ti maravigliar s'ancor t'abbaglia
la famiglia del cielo» a me rispose:
«messo è che viene ad invitar ch'om saglia.
Tosto sarà ch'a veder queste cose
non ti fia grave, ma fieti diletto
quanto natura a sentir ti dispose».
Poi giunti fummo all'angel benedetto,
con lieta voce disse: «Intrate quinci
ad un scaleo vie men che li altri eretto».
Noi montavam, già partiti di linci,
e 'Beati misericordes!' fue
cantato retro, e 'Godi tu che vinci!'
Lo mio maestro e io soli amendue
suso andavamo; e io pensai, andando,
prode acquistar nelle parole sue;
e dirizza'mi a lui sí dimandando:
«Che volse dir lo spirto di Romagna,
e 'divieto' e 'consorte' menzionando?»
Per ch'elli a me: «Di sua maggior magagna
conosce il danno; e però non s'ammiri
se ne riprende perché men si piagna.
Perché s'appuntano i vostri disiri
dove per compagnia parte si scema,
invidia move il mantaco a' sospiri.
Ma se l'amor della spera suprema
torcesse in suso il disiderio vostro,
non vi sarebbe al petto quella tema;
ché, per quanti si dice piú lí 'nostro'
tanto possiede piú di ben ciascuno,
e piú di caritate arde in quel chiostro».
«Io son d'esser contento piú digiuno»
diss'io, «che se mi fosse pria taciuto,
e piú di dubbio nella mente aduno.
Com'esser puote ch'un ben distributo
in piú posseditor faccia piú ricchi
di sé, che se da pochi è posseduto?»
Ed elli a me: «Però che tu rificchi
la mente pur alle cose terrene,
di vera luce tenebre dispicchi.
Quello infinito ed ineffabil bene
che là su è, cosí corre ad amore
com'a lucido corpo raggio vène.
Tanto si dà quanto trova d'ardore;
sí che, quantunque carità si stende,
cresce sovr'essa l'etterno valore.
E quanta gente piú là su s'intende,
piú v'è da bene amare, e piú vi s'ama,
e come specchio l'uno all'altro rende.
E se la mia ragion non ti disfama,
vedrai Beatrice, ed ella pienamente
ti torrà questa e ciascun'altra brama.
Procaccia pur che tosto sieno spente,
come son già le due, le cinque piaghe,
che si richiudon per esser dolente».
Com'io voleva dicer 'Tu m'appaghe',
vidimi giunto in su l'altro girone,
sí che tacer mi fer le luci vaghe.
Ivi mi parve in una visïone
estatica di subito esser tratto,
e vedere in un tempio piú persone;
e una donna, in su l'entrar, con atto
dolce di madre dicer: «Figliuol mio,
perché hai tu cosí verso noi fatto?
Ecco, dolenti, lo tuo padre e io
ti cercavamo». E come qui si tacque,
ciò che pareva prima, disparío.
Indi m'apparve un'altra con quell'acque
giú per le gote che 'l dolor distilla
quando di gran dispetto in altrui nacque,
e dir: «Se tu se' sire della villa
del cui nome ne' Dei fu tanta lite,
e onde ogni scienza disfavilla,
vendica te di quelle braccia ardite
ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistrato».
E 'l segnor mi parea, benigno e mite,
risponder lei con viso temperato:
«Che farem noi a chi mal ne disira,
se quei che ci ama è per noi condannato?»
Poi vidi genti accese in foco d'ira
con pietre un giovinetto ancider, forte
gridando a sé pur: «Martira, martira!»
E lui vedea chinarsi, per la morte
che l'aggravava già, inver la terra,
ma dell occhi facea sempre al ciel porte,
orando all'alto Sire, in tanta guerra,
che perdonasse a' suoi persecutori,
con quello aspetto che pietà diserra.
Quando l'anima mia tornò di fori
alle cose che son fuor di lei vere,
io riconobbi i miei non falsi errori.
Lo duca mio, che mi potea vedere
far sí com'uom che dal sonno si slega,
disse: «Che hai che non ti puoi tenere,
ma se' venuto piú che mezza lega
velando li occhi e con le gambe avvolte,
a guisa di cui vino o sonno piega?»
«O dolce padre mio, se tu m'ascolte,
io ti dirò» diss'io «ciò che m'apparve
quando le gambe mi furon sí tolte»,
Ed ei: «Se tu avessi cento larve
sovra la faccia, non mi sarían chiuse
le tue cogitazion, quantunque parve.
Ciò che vedesti fu perché non scuse
d'aprir lo core all'acque della pace
che dall'etterno fonte son diffuse.
Non dimandai 'Che hai?' per quel che face
chi guarda pur con l'occhio che non vede,
quando disanimato il corpo giace;
ma dimandai per darti forza al piede:
cosí frugar conviensi i pigri, lenti
ad usar lor vigilia quando riede».
Noi andavam per lo vespero, attenti
oltre quanto potean li occhi allungarsi
contra i raggi serotini e lucenti.
Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
verso di noi come la notte scuro;
né da quello era loco da cansarsi:
questo ne tolse li occhi e l'aere puro.




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13 settembre 2007

CANTO DECIMOQUARTO, Purgatorio (Dante)

«Chi è costui che 'l nostro monte cerchia
prima che morte li abbia dato il volo,
e apre li occhi a sua voglia e coverchia?»
«Non so chi sia, ma so che non è solo:
domandal tu che piú li t'avvicini,
e dolcemente, sí che parli, acco'lo».
Cosí due spirti, l'uno all'altro chini,
ragionavan di me ivi a man dritta;
poi fer li visi, per dirmi, supini,
e disse l'uno: «O anima che fitta
nel corpo ancora inver lo ciel ten vai,
per carità ne consola e ne ditta
onde vieni e chi se'; ché tu ne fai
tanto maravigliar della tua grazia,
quanto vuol cosa che non fu piú mai».
E io: «Per mezza Toscana si spazia
un fiumicel che nasce in Falterona,
e cento miglia di corso nol sazia.
Di sovr'esso rech'io questa persona:
dirvi ch'i' sia, saría parlare indarno,
ché 'l nome mio ancor molto non sona».
«Se ben lo 'ntendimento tuo accarno
con lo 'ntelletto» allora mi rispose
quei che diceva pria, «tu parli d'Arno».
E l'altro disse lui: «Perché nascose
questi il vocabol di quella rivera,
pur com'uom fa dell'orribili cose?»
E l'ombra che di ciò domandata era
si sdebitò cosí: «Non so; ma degno
ben è che 'l nome di tal valle pèra;
ché dal principio suo, ov'è sí pregno
l'alpestro monte ond'è tronco Peloro,
che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno,
infin là 've si rende per ristoro
di quel che 'l ciel della marina asciuga,
ond'hanno i fiumi ciò che va con loro,
virtú cosí per nimica si fuga
da tutti come biscia, o per sventura
del luogo, o per mal uso che li fruga:
ond'hanno sí mutata lor natura
li abitator della misera valle,
che par che Circe li avesse in pastura.
Tra brutti porci, piú degni di galle
che d'altro cibo fatto in uman uso,
dirizza prima il suo povero calle.
Botoli trova poi, venendo giuso,
ringhiosi piú che non chiede lor possa,
e da lor disdegnosa torce il muso.
Vassi caggendo; e quant'ella piú 'ngrossa,
tanto piú trova di can farsi lupi
la maladetta e sventurata fossa.
Discesa poi per piú pelaghi cupi,
trova le volpi sí piene di froda,
che non temono ingegno che le occupi.
Né lascerò di dir perch'altri m'oda;
e buon sarà costui, s'ancor s'ammenta
di ciò che vero spirto mi disnoda.
Io veggio tuo nepote che diventa
cacciator di quei lupi in su la riva
del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
Vende la carne loro essendo viva;
poscia li ancide come antica belva:
molti di vita e sé di pregio priva.
Sanguinoso esce della trista selva;
lasciala tal, che di qui a mille anni
nello stato primaio non si rinselva».
Com'all'annunzio di dogliosi danni
si turba il viso di colui ch'ascolta,
da qual che parte il periglio l'assanni,
cosí vid'io l'altr'anima, che volta
stava a udir, turbarsi e farsi trista,
poi ch'ebbe la parola a sé raccolta.
Lo dir dell'una e dell'altra la vista
mi fer voglioso di saper lor nomi,
e dimanda ne fei con prieghi mista;
per che lo spirto che di pria parlòmi
ricominciò: «Tu vuo' ch'io mi diduca
nel fare a te ciò che tu far non vuo'mi.
Ma da che Dio in te vuol che traluca
tanto sua grazia, non ti sarò scarso;
però sappi ch'io son Guido del Duca.
Fu il sangue mio d'invidia sí rïarso,
che se veduto avesse uom farsi lieto,
visto m'avresti di livore sparso.
Di mia semente cotal paglia mieto:
o gente umana, perché poni 'l core
là 'v'è mestier di consorte divieto?
Questi è Rinier; questi è 'l pregio e l'onore
della casa da Calboli, ove nullo
fatto s'è reda poi del suo valore.
E non pur lo suo sangue è fatto brullo,
tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno,
del ben richesto al vero e al trastullo;
ché dentro a questi termini è ripieno
di venenosi sterpi, sí che tardi
per coltivare omai verrebber meno.
Ov'è il buon Lizio e Arrigo Manardi?
Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
verga gentil di picciola gramigna?
Non ti maravigliar s'io piango, Tosco,
quando rimembro con Guido da Prata
Ugolin d'Azzo, che vivetter nosco,
Federigo Tignoso e sua brigata,
la casa Traversara e li Anastagi
(e l'una gente e l'altra è diretata),
le donne e' cavalier, li affanni e li agi
che ne 'nvogliava amore e cortesia
là dove i cuor son fatti sí malvagi.
O Brettinoro, ché non fuggi via,
poi che gita se n'è la tua famiglia
e molta gente per non esser ria?
Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
che di figliar tai conti piú s'impiglia.
Ben faranno i Pagan, da che 'l demonio
lor sen girà; ma non però che puro
già mai rimagna d'essi testimonio.
O Ugolin de' Fantolin, sicuro
è il nome tuo, da che piú non s'aspetta
chi far lo possa, tralignando, oscuro.
Ma va via, Tosco, omai; ch'or mi diletta
troppo di pianger piú che di parlare,
sí m'ha nostra ragion la mente stretta».
Noi sapavam che quell'anime care
ci sentivano andar; però, tacendo,
facean noi del cammin confidare.
Poi fummo fatti soli procedendo,
folgore parve quando l'aere fende,
voce che giunse di contra dicendo:
«Anciderammi qualunque m'apprende»;
e fuggí come tuon che si dilegua,
se subito la nuvola scoscende.
Come da lei l'udir nostro ebbe triegua,
ed ecco l'altra con sí gran fracasso,
che somigliò tonar che tosto segua:
«Io sono Aglauro che divenni sasso»:
ed allor, per ristrignermi al poeta,
in destro feci e non innanzi il passo.
Già era l'aura d'ogne parte queta;
ed el mi disse: «Quel fu il duro camo
che dovría l'uom tener dentro a sua meta.
Ma voi prendete l'esca, sí che l'amo
dell'antico avversaro a sé vi tira;
e però poco val freno o richiamo.
Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi si gira,
mostrandovi le sue bellezze etterne,
e l'occhio vostro pur a terra mira;
onde vi batte chi tutto discerne».




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24 luglio 2007

CANTO DECIMOTERZO, Purgatorio

Noi eravamo al sommo della scala,
dove secondamente si risega
lo monte che salendo altrui dismala:
ivi cosí una cornice lega
dintorno il poggio, come la primaia;
se non che l'arco suo piú tosto piega.
Ombra non li è né segno che si paia;
parsi la ripa e parsi la via schietta
col livido color della petraia.
«Se qui per dimandar gente s'aspetta»
ragionava il poeta, «io temo forse
che troppo avrà d'indugio nostra eletta».
Poi fisamente al sole li occhi porse;
fece del destro lato a muover centro,
e la sinistra parte di sé torse.
«O dolce lume a cui fidanza i' entro
per lo novo cammin, tu ne conduci»
dicea «come condur si vuol quinc'entro.
Tu scaldi il mondo, tu sovr'esso luci:
s'altra ragione in contrario non pronta,
esser dien sempre li tuoi raggi duci».
Quanto di qua per un migliaio si conta,
tanto di là eravam noi già iti,
con poco tempo, per la voglia pronta;
e verso noi volar furon sentiti,
non però visti, spiriti parlando
alla mensa d'amor cortesi inviti.
La prima voce che passò volando
'Vinum non habent' altamente disse,
e dietro a noi l'andò relterando.
E prima che del tutto non si udisse
per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste'
passò gridando, e anco non s'affisse.
«Oh!» diss'io, «padre, che voci son queste?»
E com'io domandai, ecco la terza
dicendo: 'Amate da cui male aveste'.
E 'l buon maestro: «Questo cinghio sferza
la colpa della invidia, e però sono
tratte d'amor le corde della ferza.
Lo fren vuol esser del contrario sono:
credo che l'udirai, per mio avviso,
prima che giunghi al passo del perdono.
Ma ficca 'l viso per l'aere ben fiso,
e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
e ciascuno è lungo la grotta assiso».
Allora piú che prima li occhi apersi;
guarda' mi innanzi, e vidi ombre con manti
al color della pietra non diversi.
E poi che fummo un poco piú avanti,
udía gridar: 'Maria, ora per noi!';
gridar 'Michele' e 'Pietro', e 'Tutti santi'.
Non credo che per terra vada ancoi
omo sí duro, che non fosse punto
per compassion di quel ch'i' vidi poi;
ché, quando fui sí presso di lor giunto,
che li atti loro a me venivan certi,
per li occhi fui di greve dolor munto.
Di vil ciliccio mi parean coperti,
e l'un sofferia l'altro con la spalla,
e tutti dalla ripa eran sofferti:
cosí li ciechi a cui la roba falla
stanno a' perdoni a chieder lor bisogna,
e l'uno il capo sopra l'altro avvalla,
perché 'n altrui pietà tosto si pogna,
non pur per lo sonar delle parole,
ma per la vista che non meno agogna.
E come alli orbi non approda il sole,
cosí all'ombre quivi, ond'io parlo ora,
luce del ciel di sé largir non vole;
ch'a tutti un fil di ferro i cigli fora
e cuce sí, come a sparvier selvaggio
si fa però che queto non dimora.
A me pareva, andando, fare oltraggio,
veggendo altrui, non essendo veduto:
per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio.
Ben sapev'ei che volea dir lo muto;
e però non attese mia dimanda,
ma disse: «Parla, e sie breve ed arguto».
Virgilio mi venía da quella banda
della cornice onde cader si pote,
perché da nulla sponda s'inghirlanda;
dall'altra parte m'eran le divote
ombre, che per l'orribile costura
premevan sí, che bagnavan le gote.
Volsimi a loro e «O gente sicura»
incominciai «di veder l'alto lume
che 'l disio vostro solo ha in sua cura,
se tosto grazia resolva le schiume
di vostra coscïenza sí che chiaro
per essa scenda della mente il fiume,
ditemi, ché mi fia grazioso e caro,
s'anima è qui tra voi che sia latina;
e forse lei sarà buon s'i' l'apparo».
«O frate mio, ciascuna è cittadina
d'una vera città; ma tu vuo' dire
che vivesse in Italia peregrina».
Questo mi parve per risposta udire
piú innanzi alquanto che là dov'io stava,
ond'io mi feci ancor piú là sentire.
Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava
in vista; e se volesse alcun dir 'Come?',
lo mento a guisa d'orbo in su levava.
«Spirto» diss'io «che per salir ti dome,
se tu se' quelli che mi rispondesti,
fammiti conto o per luogo o per nome».
«Io fui Sanese» rispuose, «e con questi
altri rimondo qui la vita ria,
lacrimando a colui che sé ne presti.
Savia non fui, avvegna che Sapia
fossi chiamata, e fui delli altrui danni
piú lieta assai che di ventura mia.
E perché tu non creda ch'io t'inganni,
odi s'i' fui, com'io ti dico, folle,
già discendendo l'arco di miei anni.
Eran li cittadin miei presso a Colle
in campo giunti co' loro avversari,
e io pregava Iddio di quel ch'e' volle.
Rotti fuor quivi e volti nelli amari
passi di fuga; e veggendo la caccia,
letizia presi a tutte altre dispari,
tanto ch'io volsi in su l'ardita faccia,
gridando a Dio: 'Omai piú non ti temo!',
come fe' il merlo per poca bonaccia.
Pace volli con Dio in su lo stremo
della mia vita; ed ancor non sarebbe
lo mio dover per penitenza scemo,
se ciò non fosse, ch'a memoria m'ebbe
Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
a cui di me per caritate increbbe.
Ma tu chi se' che nostre condizioni
vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
sí com'io credo, e spirando ragioni?»
«Li occhi» diss'io «mi fieno ancor qui tolti,
ma picciol tempo, ché poca è l'offesa
fatta per esser con invidia volti.
Troppa è piú la paura ond'è sospesa
l'anima mia del tormento di sotto,
che già lo 'ncarco di là giú mi pesa».
Ed ella a me: «Chi t'ha dunque condotto
qua su tra noi, se giú ritornar credi?»
E io: «Costui ch'è meco e non fa motto.
E vivo sono; e però mi richiedi,
spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova
di là per te ancor li mortai piedi».
«Oh, questa è a udir sí cosa nova»
rispuose, «che gran segno è che Dio t'ami;
però col priego tuo talor mi giova.
E cheggioti, per quel che tu piú brami,
se mai calchi la terra di Toscana,
che a' miei propinqui tu ben mi rinfami.
Tu li vedrai tra quella gente vana
che spera in Talamone, e perderagli
piú di speranza ch'a trovar la Diana;
ma piú vi perderanno li ammiragli».




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2 luglio 2007

Purgatorio, CANTO DECIMOSECONDO

Di pari, come buoi che vanno a giogo,
m'andava io con quell'anima carca,
fin che 'l sofferse il dolce pedagogo;
ma quando disse: «Lascia loro e varca;
ché qui è buon con la vela e coi remi,
quantunque può, ciascun pinger sua barca»;
dritto sí come andar vuolsi rife' mi
con la persona, avvegna che i pensieri
mi rimanessero e chinati e scemi.
Io m'era mosso, e seguía volentieri
del mio maestro i passi, ed amendue
già mostravam com'eravam leggieri;
ed el mi disse: «Volgi li occhi in giúe:
buon ti sarà, per tranquillar la via,
veder lo letto delle piante tue».
Come, perché di lor memoria sia,
sovra i sepolti le tombe terragne
portan segnato quel ch'elli eran pria,
onde lí molte volte si ripiagne
per la puntura della rimembranza,
che solo a' pii dà delle calcagne;
sí vid'io lí, ma di miglior sembianza
secondo l'artificio, figurato
quanto per via di fuor del monte avanza.
Vedea colui che fu nobil creato
piú ch'altra creatura, giú dal cielo
folgoreggiando scender da un lato.
Vedea Brïareo, fitto dal telo
celestïal, giacer dall'altra parte,
grave alla terra per lo mortal gelo.
Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,
armati ancora, intorno al padre loro,
mirar le membra de' Giganti sparte.
Vedea Nembròt a piè del gran lavoro
quasi smarrito, e riguardar le genti
che 'n Sennaàr con lui superbi foro.
O Niobè, con che occhi dolenti
vedea io te segnata in su la strada,
tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!
o Saúl, come su la propria spada
quivi parevi morto in Gelboè,
che poi non sentí pioggia né rugiada!
O folle Aragne, sí vedea io te
già mezza ragna, trista in su li stracci
dell'opera che mal per te si fe'.
O Roboam, già non par che minacci
quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento
nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci.
Mostrava ancor lo duro pavimento
come Almeon a sua madre fe' caro
parer lo sventurato adornamento.
Mostrava come i figli si gettaro
sovra Sennacheríb dentro dal tempio,
e come morto lui quivi lasciaro.
Mostrava la ruina e 'l crudo scempio
che fe' Tamiri, quando disse a Ciro:
«Sangue sitisti, e io di sangue t'empio».
Mostrava come in rotta si fuggiro
li Assiri, poi che fu morto Oloferne,
e anche le reliquie del martiro.
Vedea Troia in cenere e in caverne:
o Ilïòn, come te basso e vile
mostrava il segno che lí si discerne!
Qual di pennel fu maestro o di stile
che ritraesse l'ombre e' tratti ch'ivi
mirar farieno uno ingegno sottile?
Morti li morti e i vivi parean vivi:
non vide mei di me chi vide il vero,
quant'io calcai, fin che chinato givi.
Or superbite, e via col viso altero,
figliuoli d'Eva, e non chinate il volto
sí che veggiate il vostro mal sentero!
Piú era già per noi del monte volto
e del cammin del sole assai piú speso
che non stimava l'animo non sciolto,
quando colui che sempre innanzi atteso
andava, cominciò: «Drizza la testa;
non è piú tempo di gir sí sospeso.
Vedi colà un angel che s'appresta
per venir verso noi; vedi che torna
dal servigio del dí l'ancella sesta.
Di reverenza il viso e li atti adorna,
sí che i diletti lo 'nviarci in suso;
pensa che questo dí mai non raggiorna!»
Io era ben del suo ammonir uso
pur di non perder tempo, sí che 'n quella
matera non potea parlarmi chiuso.
A noi venía la creatura bella,
bianco vestito e nella faccia quale
par tremolando mattutina stella.
Le braccia aperse, e indi aperse l'ale:
disse: «Venite: qui son presso i gradi,
e agevole-mente omai si sale.
A questo invito vegnon molto radi:
o gente umana, per volar su nata,
perché a poco vento cosí cadi?»
Menocci ove la roccia era tagliata:
quivi mi batté l'ali per la fronte;
poi mi promise sicura l'andata.
Come a man destra, per salire al monte
dove siede la chiesa che soggioga
la ben guidata sopra Rubaconte,
si rompe del montar l'ardita foga
per le scalee che si fero ad etade
ch'era sicuro il quaderno e la doga;
cosí s'allenta la ripa che cade
quivi ben ratta dall'altro girone;
ma quinci e quindi l'alta pietra rade.
Noi volgendo ivi le nostre persone,
'Beati pauperes spiritu!' voci
cantaron sí, che nol dir'ia sermone.
Ahi quanto son diverse quelle foci
dall'infernali! ché quivi per canti
s'entra, e là giú per lamenti feroci.
Già montavam su per li scaglion santi,
ed esser mi parea troppo piú leve
che per lo pian non mi parea davanti.
Ond'io: «Maestro, di', qual cosa greve
levata s'è da me, che nulla quasi
per me fatica, andando, si riceve?»
Rispuose: «Quando i P che son rimasi
ancor nel volto tuo presso che stinti,
saranno come l'un del tutto rasi,
fier li tuoi piè dal buon voler sí vinti,
che non pur non fatica sentiranno,
ma fia diletto loro esser sospinti».
Allor fec'io come color che vanno
con cosa in capo non da lor saputa,
se non che cenni altrui sospecciar fanno;
per che la mano ad accertar s'aiuta,
e cerca e truova e quello officio adempie
che non si può fornir per la veduta;
e con le dita della destra scempie
trovai pur sei le lettere che 'ncise
quel dalle chiavi a me sovra le tempie:
a che guardando il mio duca sorrise.




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2 maggio 2007

CANTO DECIMOPRIMO, Purgatorio

  «O padre nostro, che ne' cieli stai,
non circunscritto, ma per piú amore
ch'ai primi effetti di là su tu hai,
  laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore
da ogni creatura, com'è degno
di render grazie al tuo dolce vapore.
  Vegna ver noi la pace del tuo regno,
ché noi ad essa non potem da noi,
s'ella non vien, con tutto nostro ingegno.
  Come del suo voler li angeli tuoi
fan sacrificio a te, cantando osanna,
cosí facciano li uomini de' suoi.
  Dà oggi a noi la cotidiana manna,
sanza la qual per questo aspro diserto
a retro va chi piú di gir s'affanna.
  E come noi lo mal ch'avem sofferto
perdoniamo a ciascuno, e tu perdona
benigno, e non guardar lo nostro merto.
  Nostra virtú che di leggier s'adona,
non spermentar con l'antico avversaro,
ma libera da lui che sí la sprona.
  Quest'ultima preghiera, signor caro,
già non si fa per noi, ché non bisogna,
ma per color che dietro a noi restaro».
  Cosí a sé e noi buona ramogna
quell'ombre orando, andavan sotto il pondo,
simile a quel che tal volta si sogna,
  disparmente angosciate tutte a tondo
e lasse su per la prima cornice,
purgando la caligine del mondo.
  Se di là sempre ben per noi si dice,
di qua che dire e far per lor si puote
da quei ch'hanno al voler buona radice?
  Ben si de' loro atar lavar le note
che portar quinci, sí che, mondi e lievi,
possano uscire alle stellate rote.
  «Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi
tosto, sí che possiate muover l'ala,
che secondo il disio vostro vi lievi,
  mostrate da qual mano inver la scala
si va piú corto; e se c'è piú d'un varco,
quel ne 'nsegnate che men erto cala;
  ché questi che vien meco, per lo 'ncarco
della carne d'Adamo onde si veste,
al montar su, contra sua voglia, è parco».
  Le lor parole, che rendero a queste
che dette avea colui cu' io seguiva,
non fur da cui venisser manifeste;
  ma fu detto: «A man destra per la riva
con noi venite, e troverete il passo
possibile a salir persona viva.
  E s'io non fossi impedito dal sasso
che la cervice mia superba doma,
onde portar convienmi il viso basso,
  cotesti, ch'ancor vive e non si noma,
guardere' io, per veder s'i' 'l conosco,
e per farlo pietoso a questa soma.
  Io fui latino e nato d'un gran tosco:
Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;
non so se 'l nome suo già mai fu vosco.
  L'antico sangue e l'opere leggiadre
di miei maggior mi fer sí arrogante,
che, non pensando alla comune madre,
  ogn'uomo ebbi in despetto tanto avante,
ch'io ne mori'; come, i Sanesi sanno
e sallo in Campagnatico ogni fante.
  Io sono Omberto; e non pur a me danno
superbia fe', ché tutt'i miei consorti
ha ella tratti seco nel malanno.
  E qui convien ch'io questo peso porti
per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,
poi ch'io nol fe' tra' vivi, qui tra' morti».
  Ascoltando chinai in giú la faccia;
e un di lor, non questi che parlava,
si torse sotto il peso che li 'mpaccia,
  e videmi e conobbemi e chiamava,
tenendo li occhi con fatica fisi
a me che tutto chin con loro andava.
  «Oh!» diss'io lui, «non se' tu Oderisi,
l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte
ch'alluminar chiamata è in Parisi?»
  «Frate», diss'elli «piú ridon le carte
che pennelleggia Franco bolognese:
l'onore è tutto or suo, e mio in parte.
  Ben non sare' io stato sí cortese
mentre ch'io vissi, per lo gran disio
dell'eccellenza ove mio core intese.
  Di tal superbia qui si paga il fio;
e ancor non sarei qui, se non fosse
che, possendo peccar, mi volsi a Dio.
  Oh vana gloria dell'umane posse!
com poco verde in su la cima dura,
se non è giunta dall'etati grosse!
  Credette Cimabue nella pintura
tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,
sí che la fama di colui è scura:
  cosí ha tolto l'uno all'altro Guido
la gloria della lingua; e forse è nato
chi l'uno e l'altro caccerà del nido.
  Non è il mondan romore altro ch'un fiato
di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,
e muta nome perché muta lato.
  Che voce avrai tu piú, se vecchia scindi
da te la carne, che se fossi morto
anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi',
  pria che passin mill'anni? ch'è piú corto
spazio all'etterno, ch'un muover di ciglia
al cerchio che piú tardi in cielo è torto.
  Colui che del cammin sí poco piglia
dinanzi a me, Toscana sonò tutta;
e ora a pena in Siena sen pispiglia,
  ond'era sire quando fu distrutta
la rabbia fiorentina, che superba
fu a quel tempo sí com'ora è putta.
  La vostra nominanza è color d'erba,
che viene e va, e quei la discolora
per cui ella esce della terra acerba».
  E io a lui: «Tuo vero dir m'incora
bona umiltà, e gran tumor m'appiani:
ma chi è quei di cui tu parlavi ora?»
  «Quelli è» rispuose «Provenzan Salvani;
ed è qui perché fu presuntuoso
a recar Siena tutta alle sue mani.
  Ito è cosí e va, sanza riposo,
poi che morí: cotal moneta rende
a sodisfar chi è di là tropp'oso».
  E io: «Se quello spirito ch'attende,
pria che si penta, l'orlo della vita,
qua giú dimora e qua su non ascende,
  se buona orazïon lui non aita,
prima che passi tempo quanto visse,
come fu la venuta a lui largita?»
  «Quando vivea piú glorïoso» disse,
«liberamente nel Campo di Siena,
ogni vergogna diposta, s'affisse;
  e lí, per trar l'amico suo di pena
che sostenea nella prigion di Carlo,
si condusse a tremar per ogni vena.
  Piú non dirò, e scuro so che parlo;
ma poco tempo andrà, che' tuoi vicini
faranno sí che tu potrai chiosarlo.
  Quest'opera li tolse quei confini».




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18 aprile 2007

CANTO DECIMO, Purgatorio

  Poi fummo dentro al soglio della porta
che 'l malo amor dell'anime disusa,
perché fa parer dritta la via torta,
  sonando la senti' esser richiusa;
e s'io avesse li occhi volti ad essa,
qual fora stata al fallo degna scusa?
  Noi salivam per una pietra fessa,
che si moveva d'una e d'altra parte,
sí come l'onda che fugge e s'appressa.
  «Qui si convene usare un poco d'arte»
cominciò 'l duca mio «in accostarsi
or quinci, or quindi al lato che si parte».
  E questo fece i nostri passi scarsi,
tanto che pria lo scemo della luna
rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
  che noi fossimo fuor di quella cruna:
ma quando fummo liberi e aperti
su dove il monte in dietro si rauna,
  ïo stancato ed amendue incerti
di nostra via, restammo in su un piano
solingo piú che strade per diserti.
  Dalla sua sponda ove confina il vano,
al piè dell'alta ripa che pur sale,
misurrebbe in tre volte un corpo umano;
  e quanto l'occhio mio potea trar d'ale,
or dal sinistro e or dal destro fianco,
questa cornice mi parea cotale.
  Là su non eran mossi i piè nostri anco,
quand'io conobbi quella ripa intorno
che dritto di salita aveva manco,
  esser di marmo candido e adorno
d'intagli sí, che non pur Policleto,
ma la natura lí avrebbe scorno.
  L'angel che venne in terra col decreto
della molt'anni lacrimata pace,
ch'aperse il ciel del suo lungo divieto,
  dinanzi a noi pareva sí verace
quivi intagliato in un atto soave,
che non sembiava imagine che tace.
  Giurato si saría ch'el dicesse 'Ave!';
perché iv'era imaginata quella
ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave;
  e avea in atto impressa esta favella
'Ecce ancilla Dei', proprïamente
come figura in cera si suggella.
  «Non tener pur ad un loco la mente»
disse 'l dolce maestro, che m'avea
da quella parte onde il cuore ha la gente.
  Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea
di retro da Maria, da quella costa
onde m'era colui che mi movea,
  un'altra storia nella roccia imposta;
per ch'io varcai Virgilio, e fe' mi presso,
acciò che fosse alli occhi miei disposta.
  Era intagliato lí nel marmo stesso
lo carro e' buoi, traendo l'arca santa,
per che si teme officio non commesso.
  Dinanzi parea gente; e tutta quanta,
partita in sette cori, a' due mie' sensi
faceva dir l'un «No», l'altro «Sí, canta».
  Similemente al fummo delli 'ncensi
che v'era imaginato, li occhi e 'l naso
e al sí e al no discordi fensi.
  Lí precedeva al benedetto vaso,
trescando alzato, l'umile salmista,
e piú e men che re era in quel caso.
  Di contra, effigïata ad una vista
d'un gran palazzo, Micòl ammirava
sí come donna dispettosa e trista.
  I' mossi i piè del loco dov'io stava,
per avvisar da presso un'altra storia,
che di dietro a Micòl mi biancheggiava.
  Quiv'era storïata l'alta gloria
del roman principato il cui valore
mosse Gregorio alla sua gran vittoria;
  i' dico di Traiano imperadore;
e una vedovella li era al freno,
di lacrime atteggiata e di dolore.
  Intorno a lui parea calcato e pieno
di cavalieri, e l'aguglie nell'oro
sovr'essi in vista al vento si movieno.
  La miserella intra tutti costoro
parea dicer: «Segnor, fammi vendetta
di mio figliuol ch'è morto, ond'io m'accoro».
  Ed elli a lei rispondere: «Or aspetta
tanto ch'i' torni». E quella: «Segnor mio»,
come persona in cui dolor s'affretta,
  «se tu non torni?» Ed ei: «Chi fia dov'io,
la ti farà». Ed ella: «L'altrui bene
a te che fia, se 'l tuo metti in oblio?»
  Ond'elli: «Or ti conforta; ch'ei convene
ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova:
giustizia vuole e pietà mi ritene».
  Colui che mai non vide cosa nova
produsse esto visibile parlare,
novello a noi perché qui non si trova.
  Mentr'io mi dilettava di guardare
l'imagini di tante umilitadi,
e per lo fabbro loro a veder care,
  «Ecco di qua, ma fanno i passi radi»
mormorava il poeta «molte genti:
questi ne 'nvïeranno alli altri gradi».
  Li occhi miei ch'a mirare eran contenti
per veder novitadi ond'e' son vaghi,
volgendosi ver lui non furon lenti.
  Non vo' però, lettor, che tu ti smaghi
di buon proponimento per udire
come Dio vuol che 'l debita si paghi.
  Non attender la forma del martire:
pensa la succession; pensa ch'al peggio,
oltre la gran sentenza non può ire.
  Io cominciai: «Maestro, quei ch'io veggio
muovere a noi, non mi sembian persone,
e non so che, sí nel veder vaneggio».
  Ed elli a me: «La grave condizione
di lor tormento a terra li rannicchia,
sí che i miei occhi pria n'ebber tencione.
  Ma guarda fiso là, e disviticchia
col viso quel che vien sotto a quei sassi:
già scorger puoi come ciascun si picchia».
  O superbi cristian, miseri lassi,
che, della vista della mente infermi,
fidanza avete ne' retrosi passi,
  non v'accorgete voi che noi siam vermi
nati a formar l'angelica farfalla,
che vola alla giustizia sanza schermi?
  Di che l'animo vostro in alto galla,
poi siete quasi entomata in difetto,
sí come vermo in cui formazion falla?
  Come per sostentar solaio o tetto,
per mensola tal volta una figura
si vede giugner le ginocchia al petto,
  la qual fa del non ver vera rancura
nascere 'n chi la vede; cosí fatti
vid'io color, quando puosi ben cura.
  Vero è che piú e meno eran contratti
secondo ch'avíen piú e meno a dosso;
e qual piú pazïenza avea nelli atti,
  piangendo parea dicer: 'Piú non posso'.




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2 aprile 2007

CANTO NONO, Purgatorio

  La concubina di Titone antico
già s'imbiancava al balco d'orïente,
fuor delle braccia del suo dolce amico;
  di gemme la sua fronte era lucente,
poste in figura del freddo animale
che con la coda percote la gente;
  e la notte de' passi con che sale
fatti avea due nel loco ov'eravamo,
e 'l terzo già chinava in giuso l'ale;
  quand'io, che meco avea di quel d'Adamo,
vinto dal sonno, in su l'erba inchinai
là 've già tutti e cinque sedavamo.
  Nell'ora che comincia i tristi lai
la rondinella presso alla mattina,
forse a memoria de' suo' primi guai,
  e che la mente nostra, peregrina
piú dalla carne e men da' pensier presa,
alle sue visïon quasi è divina,
  in sogno mi parca veder sospesa
un'aguglia nel ciel con penne d'oro,
con l'ali aperte ed a calare intesa;
  ed esser mi parea là dove foro
abbandonati i suoi da Ganimede,
quando fu ratto al sommo consistoro.
  Fra me pensava: «Forse questa fiede
pur qui per uso, e forse d'altro loco
disdegna di portarne suso in piede».
  Poi mi parea che, poi rotata un poco,
terribil come folgor discendesse,
e me rapisse suso infino al foco.
  Ivi parea che ella e io ardesse;
e sí lo 'ncendio imaginato cosse,
che convenne che 'l sonno si rompesse.
  Non altrimenti Achille si riscosse,
li occhi svegliati rivolgendo in giro
e non sappiendo là dove si fosse,
  quando la madre da Chirone a Schiro
trafuggò lui dormendo in le sue braccia,
là onde poi li Greci il dipartiro;
  che mi scoss'io, sí come dalla faccia
mi fuggí 'l sonno, e diventa' ismorto,
come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia.
  Da lato m'era solo il mio conforto,
e 'l sole er'alto già piú che due ore,
e 'l viso m'era alla marina torto.
  «Non aver tema» disse il mio segnore;
«fatti sicur, ché noi semo a buon punto:
non stringer, ma rallarga ogni vigore.
  Tu se' omai al purgatorio giunto:
vedi là il balzo che 'l chiude dintorno;
vedi l'entrata là 've par disgiunto.
  Dianzi, nell'alba che procede al giorno,
quando l'anima tua dentro dormía
sovra li fiori ond'è là giú adorno,
  venne una donna, e disse: 'I' son Lucia:
lasciatemi pigliar costui che dorme;
sí l'agevolerò per la sua via'.
  Sordel rimase e l'altre gentil forme:
ella ti tolse, e come il dí fu chiaro,
sen venne suso; e io per le sue orme.
  Qui ti posò, ma pria mi dimostraro
li occhi suoi belli quella intrata aperta;
poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro».
  A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta,
e che muta in conforto sua paura,
poi che la verità li è discoperta,
  mi cambia' io; e come sanza cura
vide me 'l duca mio, su per lo balzo
Si mosse, ed io di retro inver l'altura.
  Lettor, tu vedi ben com'io innalzo
la mia matera, e però con piú arte
non ti maravigliar s'io la rincalzo.
  Noi ci appressammo, ed eravamo in parte,
che là dove pareami prima rotto,
pur come un fesso che muro diparte,
  vidi una porta, e tre gradi di sotto
per gire ad essa, di color diversi,
e un portier ch'ancor non facea motto.
  E come l'occhio piú e piú v'apersi,
vidil seder sovra 'l grado soprano,
tal nella faccia ch'io non lo soffersi;
  e una spada nuda avea in mano,
che reflettea i raggi sí ver noi,
ch'io dirizzava spesso il viso in vano.
  «Dite costinci: che volete voi?»
cominciò elli a dire: «ov'è la scorta?
guardate che 'l venir su non vi nòi».
  «Donna del ciel, di queste cose accorta»,
rispuose il mio maestro a lui, «pur dianzi
ne disse: 'Andate là: quivi è la porta'».
  «Ed ella i passi vostri in bene avanzi»
ricominciò il cortese portinaio:
«venite dunque a' nostri gradi innanzi».
  Là ne venimmo; e lo scaglion primaio
bianco marmo era sí pulito e terso,
ch'io mi specchiai in esso qual io paio.
  Era il secondo tinto piú che perso,
d'una petrina ruvida ed arsiccia,
crepata per lo lungo e per traverso.
  Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia,
porfido mi parea sí fiammeggiante,
come sangue che fuor di vena spiccia.
  Sovra questo tenea ambo le piante
l'angel di Dio, sedendo in su la soglia,
che mi sembiava pietra di diamante.
  Per li tre gradi su di buona voglia
mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi
umilemente che 'l serrame scioglia».
  Divoto mi gittai a' santi piedi:
misericordia chiesi che m'aprisse,
pria nel petto tre fiate mi diedi.
  Sette P nella fronte mi descrisse
col punton della spada, e «Fa che lavi,
quando se' dentro, queste piaghe» disse.
  Cenere o terra che secca si cavi
d'un color fora col suo vestimento;
e di sotto da quel trasse due chiavi.
  L'una era d'oro e l'altra era d'argento:
pria con la bianca e poscia con la gialla
fece alla porta sí, ch'i' fu' contento.
  «Quandunque l'una d'este chiavi falla,
che non si volga dritta per la toppa»
diss'elli a noi, «non s'apre questa calla.
  Piú cara è l'una; ma l'altra vuol troppa
d'arte e d'ingegno avanti che diserri,
perch'ella è quella che nodo digroppa.
  Da Pier le tegno; e dissemi ch'i' erri
anzi ad aprir ch'a tenerla serrata,
pur che la gente a' piedi mi s'atterri».
  Poi pinse l'uscio alla porta sacrata,
dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti
che di fuor torna chi 'n dietro si guata».
  E quando fuor ne' cardini distorti
li spigoli di quella regge sacra,
che di metallo son sonanti e forti,
  non rugghiò sí né si mostrò sí acra
Tarpea, come tolto le fu il buono
Metello, per che poi rimase macra.
  Io mi rivolsi attento al primo tuono,
e 'Te Deum laudamus' mi parea
udire in voce mista al dolce suono.
  Tale imagine a punto mi rendea
ciò ch'io udiva, qual prender si sòle
quando a cantar con organi si stea;
  ch'or sí, or non s'intendon le parole.




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7 marzo 2007

CANTO OTTAVO, Purgatorio

  Era già l'ora che volge il disio
ai navicanti e 'ntenerisce il core
lo dí c'han detto ai dolci amici addio;
  e che lo novo peregrin d'amore
punge, s'e' ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more;
  quand'io incominciai a render vano
l'udire e a mirare una dell'alme
surta che l'ascoltar chiedea con mano.
  Ella giunse e levò ambo le palme,
ficcando li occhi verso l'orïente,
come dicesse a Dio: 'D'altro non calme'.
  'Te lucis ante' sí devotamente
le uscío di bocca e con sí dolci note,
che fece me a me uscir di mente;
  e l'altre poi dolcemente e devote
seguitar lei per tutto l'inno intero,
avendo li occhi alle superne rote.
  Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,
ché 'l velo è ora ben tanto sottile,
certo che 'l trapassar dentro è leggero.
  Io vidi quello essercito gentile
tacito poscia riguardare in sue
quasi aspettando, palido e umile;
  e vidi uscir dell'alto e scender giue
due angeli con due spade affocate,
tronche e private delle punte sue.
  Verdi come fogliette pur mo nate
erano in veste, che da verdi penne
percosse traean dietro e ventilate.
  L'un poco sovra noi a star si venne,
e l'altro scese in l'opposita sponda,
sí che la gente in mezzo si contenne.
  Ben discernea in lor la testa bionda;
ma nella faccia l'occhio si smarría,
come virtú ch'a troppo si confonda.
  «Ambo vegnon del grembo di Maria»
disse Sordello «a guardia della valle,
per lo serpente che verrà vie via».
  Ond'io, che non sapeva per qual calle,
mi volsi intorno, e stretto m'accostai,
tutto gelato, alle fidate spalle.
  E Sordello anco: «Or avvalliamo omai
tra le grandi ombre, e parleremo ad esse:
grazïoso fia lor vedervi assai».
  Solo tre passi credo ch'i' scendesse,
e fui di sotto, e vidi un che mirava
pur me, come conoscer mi volesse.
  Temp'era già che l'aere s'annerava,
ma non sí che tra li occhi suoi e' miei
non dichiarisse ciò che pria serrava.
  Ver me si fece, e io ver lui mi fei:
Giudice Nin gentil, quanto mi piacque
quando ti vidi non esser tra' rei!
  Nullo bel salutar tra noi si tacque;
poi dimandò: «Quant'è che tu venisti
al piè del monte per le lontane acque?»
  «Oh!» diss'io lui, «per entro i luoghi tristi
venni stamane, e sono in prima vita,
ancor che l'altra, sí andando, acquisti».
  E come fu la mia risposta udita,
Sordello ed elli in dietro si raccolse
come gente di subito smarrita.
  L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse
che sedea lí, gridando: «Su, Currado!
vieni a veder che Dio per grazia volse».
  Poi, volto a me: «Per quel singular grado
che tu dei a colui che sí nasconde
lo suo primo perché, che non li è guado,
  quando sarai di là dalle larghe onde,
di' a Giovanna mia che per me chiami
là dove alli 'nnocenti si risponde.
  Non credo che la sua madre piú m'ami
poscia che trasmutò le bianche bende,
le quai convien che, misera!, ancor brami.
  Per lei assai di lieve si comprende
quanto in femmina foco d'amor dura,
se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende.
  Non le farà sí bella sepultura
la vipera che 'l Melanese accampa,
com'avría fatto il gallo di Gallura».
  Cosí dicea, segnato della stampa,
nel suo aspetto, di quel dritto zelo
che misuratamente in core avvampa.
  Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
pur là dove le stelle son piú tarde,
sí come rota piú presso allo stelo.
  E 'l duca mio: «Figliuol, che là su guarde?»
E io a lui: «A quelle tre facelle
di che 'l polo di qua tutto quanto arde».
  Ond'elli a me: «Le quattro chiare stelle
che vedevi staman son di là basse,
e queste son salite ov'eran quelle».
  Com'ei parlava, e Sordello a sé il trasse
dicendo: «Vedi là 'l nostro avversaro»;
e drizzò il dito perché là guardasse.
  Da quella parte onde non ha riparo
la picciola vallea, era una biscia,
forse qual diede ad Eva il cibo amaro.
  Tra l'erba e' fior venía la mala striscia,
volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso
leccando come bestia che si liscia.
  Io non vidi, e però dicer non posso,
come mosser li astor celestïali;
ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso.
  Sentendo fender l'aere alle verdi ali,
fuggí 'l serpente, e li angeli dier volta,
suso alle poste rivolando iguali.
  L'ombra che s'era al Giudice raccolta
quando chiamò, per tutto quello assalto
punto non fu da me guardare sciolta.
  «Se la lucerna che ti mena in alto
truovi nel tuo arbitrio tanta cera,
quant'è mestiere infino al sommo smalto»
  cominciò ella, «se novella vera
di Val di Magra o di parte vicina
sai, dillo a me, che già grande là era.
  Fui chiamato Currado Malaspina;
non son l'antico, ma di lui discesi:
a' miei portai l'amor che qui raffina».
  «Oh!» diss'io lui, «per li vostri paesi
già mai non fui; ma dove si dimora
per tutta Europa ch'ei non sien palesi?
  La fama che la vostra casa onora,
grida i segnori e grida la contrada,
sí che ne sa chi non vi fu ancora;
  e io vi giuro, s'io di sopra vada,
che vostra gente onrata non si sfregia
del pregio della borsa e della spada.
  Uso e natura sí la privilegia,
che, perché il capo reo il mondo torca,
sola va dritta e 'l mal cammin dispregia».
  Ed elli: «Or va; che 'l sol non si ricorca
sette volte nel letto che 'l Montone
con tutti e quattro i piè cuopre ed inforca,
  che cotesta cortese oppinïone
ti fia chiavata in mezzo della testa
con maggior chiovi che d'altrui sermone,
  se corso di giudicio non s'arresta».




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