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  icaroflyon La Verità non è una pietra preziosa,che si possa mettere in tasca e portare via con se. E' un mare immenso nel quale sprofondare» (Musil, L'uomo senza qualità)
 
Testi teatrali
 













Anna ed Io

Ego scriptor








All together

I was alone in my bed


and I couldn't understand
what I will do in my life
cause it was out of sight.

I don't know what I can do
I don't know what I will do
and my life stay on the reef
of exclusion of the soul.
I can't perceive my low arms
paralysed by frailties things,
and my brain decline with others
amassed in the culture conformism.
I don't know what I can do
I don't know what I will do
and my life stay on the reef
of exclusion of the soul, but…
All together, we can see
our dreams and not a reef.
All together, me and you
We can do, all we want to do.
All together, we can live
our dreams of humanity.
All together, we can built
the peaceful world of dreams.
All together, we can see
our dreams and not a reef.
All together, me and you
We can do, all we want to do.
I was alone in the bad
of  baby-killers full armed
in a world bursting of war,
and in all faces, wasn't love…
I don't know what I can do
I don't know what I will do
and the world stay on a reef
by defiance of international law, but…
All together, we can see
our dreams and not a reef.
All together, me and you
We can do, all we want to do.
All together, we can live
our dreams of humanity.
All together, we can built
the peaceful world of dreams.
All together, we can see
our dreams and not a reef.
All together, me and you
We can do, all we want to do...
_


Tomorrow is best than today
Tomorrow come from our brain
Tomorrow is best than today
Tomorrow we're living on way
Tomorrow is best than today
 
 



La canzone popolare

Alzati che si sta alzando la canzone popolare

se c'e' qualcosa da dire ancora, se c'e' qualcosa da fare
alzati che si sta alzando la canzone popolare
se c'e' qualcosa da dire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da imparare ancora, ce lo dirà
sono io oppure sei tu, che hanno mandato più lontano
per poi giocargli il ritorno sempre all'ultima mano
e sono io oppure sei tu, chi ha sbagliato più forte
che per avere tutto il mondo fra le braccia
ci si e' trovato anche la morte
sono io oppure sei tu, ma sono io oppure sei tu
alzati che si sta alzando la canzone popolare
se c'e' qualcosa da dire ancora, se c'e' qualcosa da fare
alzati che si sta alzando la canzone popolare
se c'e' qualcosa da capire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da imparare ancora, ce lo dirà
sono io oppure sei tu la donna che ha lottato tanto
perché il brillare naturale dei suoi occhi
non lo scambiassero per pianto
e invece io lo vedi da te, arrivo sempre l'indomani
e ti busso alla porta ancora e poi ti cerco con le mani
sono io, lo vedi da te, mi riconosci, lo vedi da te
alzati che sta passando la canzone popolare
sono io, sono proprio io,
che non mi guardo più allo specchio
per  non vedere le mie mani più veloci,
ne' il mio vestito  più vecchio
e prendiamola fra le braccia questa vita danzante
questi pezzi di amore caro, quest'esistenza tremante
che sono io e che sei anche tu, che sono io e che sei anche tu
alzati che si sta alzando la canzone popolare
alzati che sta passando la canzone popolare

se c'e' qualcosa da dire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da capire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da chiarire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da cantare ancora, si capirà.




Ballata della Speranza


David Maria Turoldo

Tempo del primo avvento


tempo del secondo avvento
sempre tempo d'avvento:
esistenza, condizione
d'esilio e di rimpianto.
Anche il grano attende
anche l'albero attende
attendono anche le pietre
tutta la creazione attende.
Tempo del concepimento
di un Dio che ha sempre da nascere.
(Quando per la donna è giunta la sua ora 
è in grande pressura
ma poi tutta la sua tristezza
si muterà in gaudio
perché è nato al mondo un uomo.)
Questo è il vero lungo inverno del mondo:
Avvento, tempo del desiderio
tempo di nostalgia e ricordi
(paradiso lontano e impossibile!)
Avvento, tempo di solitudine
e tenerezza e speranza.
Oh, se sperassimo tutti insieme
tutti la stessa speranza
e intensamente
ferocemente sperassimo
sperassimo con le pietre
e gli alberi e il grano sotto la neve
e gridassimo con la carne e il sangue
con gli occhi e le mani e il sangue;
sperassimo con tutte le viscere
con tutta la mente e il cuore
Lui solo sperassimo;
oh se sperassimo tutti insieme
con tutte le cose
sperassimo Lui solamente
desiderio dell'intera creazione;
e sperassimo con tutti i disperati
con tutti i carcerati
come i minatori quando escono
dalle viscere della terra,
sperassimo con la forza cieca
del morente che non vuol morire,
come l'innocente dopo il processo
in attesa della sentenza,
oppure con il condannato
avanti il plotone d'esecuzione
sicuro che i fucili non spareranno;
se sperassimo come l'amante
che ha l'amore lontano
e tutti insieme sperassimo,
a un punto solo
tutta la terra uomini
e ogni essere vivente
sperasse con noi
e foreste e fiumi e oceani,
la terra fosse un solo
oceano di speranza
e la speranza avesse una voce sola
un boato come quello del mare,
e tutti i fanciulli e quanti
non hanno favella
per prodigio
a un punto convenuto
tutti insieme
affamati malati disperati,
e quanti non hanno fede
ma ugualmente abbiano speranza
e con noi gridassero
astri e pietre,
purché di nuovo un silenzio altissimo
- il silenzio delle origini -
prima fasci la terra intera
e la notte sia al suo vertice;
quando ormai ogni motore riposi
e sia ucciso ogni rumore
ogni parola uccisa
- finito questo vaniloquio! -
e un silenzio mai prima udito
(anche il vento faccia silenzio
anche il mare abbia un attimo di silenzio,
un attimo che sarà la sospensione del mondo),
quando si farà questo
disperato silenzio
e stringerà il cuore della terra
e noi finalmente in quell'attimo dicessimo
quest'unica parola
perché delusi di ogni altra attesa
disperati di ogni altra speranza,
quando appunto così disperati
sperassimo e urlassimo
(ma tutti insieme
e a quel punto convenuti)
certi che non vale chiedere più nulla
ma solo quella cosa
allora appunto urlassimo
in nome di tutto il creato
(ma tutti insieme e a quel punto)
VIENI VIENI VIENI, Signore
vieni da qualunque parte del cielo
o degli abissi della terra
o dalle profondità di noi stessi
(ciò non importa) ma vieni,
urlassimo solo: VIENI!
Allora come il lampo guizza dall'oriente
fino all'occidente così sarà la sua venuta
e cavalcherà sulle nubi;
e il mare uscirà dai suoi confini
e il sole più non darà la sua luce
né la luna il suo chiarore
e le stelle cadranno fulminate
saranno scosse le potenze dei cieli.
E lo Spirito e la sposa dicano: Vieni!
e chi ascolta dica: vieni!
e chi ha sete venga
chi vuole attinga acqua di vita
per bagnarsi le labbra
e continuare a gridare: vieni!
Allora Egli non avrà neppure da dire
eccomi, vengo - perché già viene.
E così! Vieni Signore Gesù,
vieni nella nostra notte,
questa altissima notte
la lunga invincibile notte,
e questo silenzio del mondo
dove solo questa parola sia udita;
e neppure un fratello
conosce il volto del fratello
tanta è fitta la tenebra;
ma solo questa voce
quest'unica voce
questa sola voce si oda:
VIENI VIENI VIENI, Signore!
- Allora tutto si riaccenderà
alla sua luce
e il cielo di prima
e la terra di prima
son sono più
e non ci sarà più né lutto
né grido di dolore
perché le cose di prima passarono
e sarà tersa ogni lacrima dai nostri occhi
perché anche la morte non sarà più.
E una nuova città scenderà dal cielo
bella come una sposa
per la notte d'amore
(non più questi termitai
non più catene dolomitiche
di grattacieli
non più urli di sirene
non più guardie
a presiedere le porte
non più selve di ciminiere).
- Allora il nostro stesso desiderio
avrà bruciato tutte le cose di prima
e la terra arderà dentro un unico incendio
e anche i cieli bruceranno
in quest'unico incendio
e anche noi, gli uomini,
saremo in quest'unico incendio
e invece di incenerire usciremo
nuovi come zaffiri
e avremo occhi di topazio:
quando appunto Egli dirà
"ecco, già nuove sono fatte tutte le cose"
allora canteremo
allora ameremo
allora allora...

I Limoni
Eugenio Montale

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantanoi ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli 
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose 
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo 
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.



Sogna Ragazzo Sogna
Roberto Vechioni


E ti diranno parole rosse come il sangue, nere come la notte;
ma non è vero, ragazzo, che la ragione sta sempre col più forte:
io conosco poeti che spostano i fiumi con il pensiero,
e naviganti infiniti che sanno parlare con il cielo.

Chiudi gli occhi, ragazzo, e credi solo a quel che vedi dentro;
stringi i pugni, ragazzo, non lasciargliela vinta neanche un momento;
copri l'amore, ragazzo, ma non nasconderlo sotto il mantello:
a volte passa qualcuno, a volte c'è qualcuno che deve vederlo.


Sogna, ragazzo, sogna quando sale il vento nelle vie del cuore,
quando un uomo vive per le sue parole o non vive più;
sogna, ragazzo, sogna, non lasciarlo solo contro questo mondo,
non lasciarlo andare, sogna fino in fondo, fallo pure tu ...


Sogna, ragazzo, sogna quando cala il vento ma non è finita,
quando muore un uomo per la stessa vita che sognavi tu;
sogna, ragazzo, sogna, non cambiare un verso della tua canzone
non lasciare un treno fermo alla stazione, non fermarti tu...


Lasciali dire che al mondo quelli come te perderanno sempre:
perchè hai già vinto, lo giuro, e non ti possono fare più niente;
passa ogni tanto la mano su un viso di donna, passaci le dita:
nessun regno è più grande di questa piccola cosa che è la vita.

E la vita è così forte che attraversa i muri per farsi vedere;
la vita è così vera che sembra impossibile doverla lasciare
la vita è così grande che quando sarai sul punto di morire,
pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire

Sogna, ragazzo, sogna, quando lei si volta, quando lei non torna.
quando il solo passo che fermava il cuore non lo senti più:
sogna, ragazzo, sogna, passeranno i giorni, passerà 1'amore,
passeran le notti, finirà il dolore, sarai sempre tu.

Sogna, ragazzo, sogna, piccolo ragazzo nella mia memoria.
tante volte tanti dentro questa storia: non vi conto più;
sogna, ragazzo, sogna, ti ho lasciato un foglio sulla scrivania.
manca solo un verso a quella poesia, puoi finirla tu.


Ciao Amore Ciao
Luigi Tenco

 

La solita strada, bianca come il sale
il grano da crescere, i campi da arare.
Guardare ogni giorno
se piove o c'e' il sole,
per saper se domani
si vive o si muore
e un bel giorno dire basta e andare via.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Andare via lontano
a cercare un altro mondo
dire addio al cortile,
andarsene sognando.
E poi mille strade grigie come il fumo
in un mondo di luci sentirsi nessuno.
Saltare cent'anni in un giorno solo,
dai carri dei campi
agli aerei nel cielo.
E non capirci niente e aver voglia di tornare da te.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Non saper fare niente in un mondo che sa tutto
e non avere un soldo nemmeno per tornare.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.


Notte prima degli esami
Antonello Venditti

 

Io mi ricordo, quattro ragazzi con la chitarra
e un pianoforte sulla spalla.
Come pini di Roma, la vita non li spezza,
questa notte è ancora nostra.
Come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati?
Le bombe delle sei non fanno male,
è solo il giorno che muore, è solo il giorno che muore.
Gli esami sono vicini, e tu sei troppo lontana dalla mia stanza.
Tuo padre sembra Dante e tuo fratello Ariosto,
stasera al solito posto, la luna sembra strana
sarà che non ti vedo da una settimana.
Maturità ti avessi preso prima,
le mie mani sul tuo seno, è fitto il tuo mistero.
Il tuo peccato è originale come i tuoi calzoni americani,
non fermare ti prego le mie mani
sulle tue cosce tese chiuse come le chiese,
quando ti vuoi confessare.
Notte prima degli esami, notte di polizia
certo qualcuno te lo sei portato via.
Notte di mamma e di papà col biberon in mano,
notte di nonno alla finestra, ma questa notte è ancora nostra.
Notte di giovani attori, di pizze fredde e di calzoni,
notte di sogni, di coppe e di campioni.
Notte di lacrime e preghiere,
la matematica non sarà mai il mio mestiere.
E gli aerei volano in alto tra New York e Mosca,
ma questa notte è ancora nostra, Claudia non tremare
non ti posso far male, se l'amore è amore.
Si accendono le luci qui sul palco
ma quanti amici intorno, mi viene voglia di cantare.
Forse cambiati, certo un po' diversi
ma con la voglia ancora di cambiare,
se l'amore è amore, se l'amore è amore,
se l'amore è amore, se l'amore è amore,
se l'amore è amore.


I migliori anni della nostra vita
Renato Zero

 

Penso che ogni giorno sia come una pesca miracolosa
e che bello pescare sospesi su di una soffice nuvola rosa
tu come un gentiluomo
ed io come una sposa
mentre fuori dalla finestra
si alza in volo soltanto la polvere,
c'è aria di tempesta.
Sarà che noi due
siamo di un altro lontanissimo pianeta
ma il mondo da qui sembra soltanto una botola segreta
tutti vogliono tutto per poi accorgersi
che è niente,
noi non faremo come l'altra gente
questi sono e resteranno per sempre
i migliori anni della nostra vita
i migliori anni della nostra vita,
stringimi forte che nessuna notte è infinita,
i migliori anni della nostra vita

Coro: I migliori anni della nostra vita
i migliori anni della nostra vita

Stringimi forte che nessuna notte è infinita
i migliori anni della nostra vita.

Penso che è stupendo restare al buio abbracciati e nudi
come pugili dopo un incontro
come gli ultimi sopravvissuti,
forse un giorno scopriremo
che non ci siamo mai perduti
e che tutta quella tristezza
in realtà non è mai esistita.
I migliori anni della nostra vita
i migliori anni della nostra vita,
stringimi forte che nessuna notte è infinita,
i migliori anni della nostra vita.

Coro: I migliori anni della nostra vita
i migliori anni della nostra vita

Stringimi forte che nessuna notte è infinita
i migliori anni della nostra vita.


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6 aprile 2009

Venerdì sera va in scena il mio nuovo spettacolo...

 

Venerdì 10 aprile 2009

alle 22,00

presso il salone dell'oratorio

i giardini del silenzio

di Andrea Ferrari

 

Una coppia di giovani sposi, poco dopo il matrimonio, si accorge di attendere un figlio. La gioia è offuscata dal dramma di lei, che finisce in coma dopo essere stata investita da una macchina.

 

Una gravidanza (apparentemente inconscia) fra questioni etiche, vita e non vita, sciacallaggi giornalistici e la forza salvifica dell'amore.

 

Personaggi

 

Francesca

Paolo

Flavio

Medico

Chirurgo

Infermiera

Giornalista

 

Nonni

 

 

 

 

Interpreti

 

Francesca Comi

Mattia Frecchiami

Matteo Guazzarri

Sonia Simi

Stefano Ubertone

Alessia Martini

Davide Onelli

 

Serena Simi

Stefano Asnaghi

Valentina Mauri

Roberto Cibin




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17 novembre 2006

IL SILENZIO DEI COMUNISTI DI LUCA RONCONI

Dal 7 al 19 novembre 2006 la Città di Sesto San Giovanni ospita un evento teatrale eccezionale: la rappresentazione de "Il silenzio dei comunisti", scritto da Vittorio Foa, Miriam Mafai e Alfredo Reichlin, diretto da Luca Ronconi, uno dei più grandi, acclamati e rinomati registi italiani, interpretato da Luigi Lo Cascio e prodotto dal Piccolo Teatro di Milano - Teatro d'Europa.
Lo spettacolo, incentrato sul tema della memoria e delle trasformazioni sociali in atto nel nostro Paese, trova una sua collocazione "logica" in quella che è stata "la città delle fabbriche" e in uno spazio inconsueto, l'hangar di viale Edison 126.
Stasera vedrò questo spettacolo... non vedo l'ora di poter vedere Lo Cascio dal vivo in una interpretazione difficile...




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4 novembre 2005

IL DOLORE [da RESISTENZA E RESA. VITA E RESURREZIONE DI DIETRICH BONHOEFFER]

(È questa umidità che s'infiltra
fino alle ossa a portare un barlume
di riflessione).
                            Fors'è 'l dolore,
il dono del tempo, la speranza
della redenzione che ingiunse
allo sguardo.
                        (Si, tardi rinvenne
il chiarore, la sacca del fiume,
prima passò l'oscuro su noi,
tenebre nel buio, alla ricerca
della tranquilla rassegnazione.)

Sarà proprio il dolore a salvare
gli alberi e i cieli dalla miseria,
dal male umano.
                                Solo il dolore
guarirà le trascurate piaghe,
ferite agli occhi.
                                Ma, nel profondo
la salvifica speranza, scalda
e da una insignificante luce
in questa infinita ombra. 
                                            E tu assente…




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4 novembre 2005

LA BESTIA NEL VENTRE. POLEMICHE

Mi fa un gran piacere essere censurato. Naturalmente scherzo. Sul gran piacere, s'intende. Il testo è stato giudicato blasfemo, sbagliato e non attuale. Blasfemo poiché la ragazza non è contenta di essere incinta. Ma come può essere contenta una ragazza di essere stata stuprata? Sbagliato poiché è impossibile che i genitori ed il ragazzo non siano lietri di aiutare ripettivamente la figlia e la fidanzata, ma anzi provano gioia a vedere in loro figlia una nuova vita. Ed è anche sbagliato poiché c'è quella donna, la ginecologa, che rappresenta lo Stato che aiuta: "Che Stato è quello che permette l'aborto? Uno stato assassino!". Questo è uno dei commenti. Infine non è attuale poiché l'aborto non è un tema di attualità, è passato, è vecchio.
Ma dove vivono? Ma sanno qual è la realtà delle periferie conurbate? Sono mai stati o passati una notte da quelle zone? Sanno (o fanno finta di non sapere) di quane ragazze stuprate arrivano ogni settimana agli ospedali? Il problema della Chiesa è sempre lo stesso: vive fuori dal mondo, come viveva l'ultimo Impero romano di Occidente.

Se volete leggere il testo della Bestia nel ventre è qui.




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31 ottobre 2005

LA BESTIA NEL VENTRE. Le scene ed i personaggi. Più qualche nota.

Sto lavorando sulla sceneggiatura.

Scena I.
Lo stupro (Elisa)
Mi piacerebbe far iniziare la prima scena, quella dello stupro, con un balletto vorticoso, pieno di vita sulla musica di Somebody to love. in tutti il vorticare dei ballerini, la paralisi di Elisa, che non sa più chi è, distacca da un  mondo che la resa muta nei sentimenti. Poi, il balletto si scioglie e i ragazzi si appartano, come scritto nel testo, ed arriva don Giovanni. Qui cambiano tutto: i colori ed i suoni.

Scena II. L'incontro con il prete di strada (Elisa, il prete)
Solo una luce che illumina dall'alto e da dietro Elisa, non si vede il volto. In sottofondo l'intro del Dado di Daniele Silvestri (Forse sono morto...). Poi, il secondo movimento dell'Ouverture della Carmen di Bizet.

Scena III.
L'incontro con i genitori (Elisa, i suoi genitori)
Scena ultra scarna altamente violenta, fredda priva di affetto.Le luci non illuminano ancora i personaggi, ma li mostrano come ombre di sè stessi. Per quersto non c'è musica.
Interviene la musica solo nella fine della scena a ponte con la successiva: Torn della Imbruglia.

Scena IV. L'incontro con il fidanzato (Elisa, Antonio)
Lo stesso di sopra. Tranne per la musica con Barbarossa (L'amore rubato).

Scena V. La visita al consultorio (Elisa, Lia)
Qui cambiano i colori. la scena è luminosa, ma bianca, sono i toni del neon. Solo il calore umano deve riuscire a dare il colore alla scena. La musica è il terzo movimento del Sheherezade di Rimskij Korsakov.

Scena VI. La scelta di Elisa (Elisa)
Scena buia, all'inizio e durante la prima parte del monologo. In sottofondo il pezzo di Silvestri già citato. Nella parte in cui parla l'anima inizia e cresce la Vergine degli Angeli da la Forza del destino di Verdi (la sua opera più bella a mio avviso).Ed aumenta la luce, nel dialogo interiore di Elisa. La scena si chiude con il Salve regina del Mefistofele di Boito, pezzo di grande potenza e travolgente.

Scena VII. La sfida di Elisa (Elisa, i genitori, il prete)
La scena è come la III, con la differenza della maggior luce e di un incalzante pezzo di piano di Jarret che tiene alti ritmo e tensione.

Scena VIII. La sfida di Elisa (Elisa, il fidanzato, Lia)
Lo stesso della scena precedente.

Scena IX. Il parto (Elisa, Lia, i genitori, il fidanzato, infine, il prete).
La scena è concitata, piena di movimento, confusa, come solo sono le emozioni. In questa scena Elisa canta Lieve la musica di Silvestri, quando gli viene posto il bambino, il piccolo Lorenzo, in braccio. La stessa canzone rappresenta una chiusura, poiché la stessa ragazza che interpretò la Madonna nella mia Passione (l'opposto di quella gibsoniana), cantò questa canzone quando gli pongono il Gesù tra le braccia dopo la deposizione della Croce.

Gli attori. Il perché dei nomi.
A differenza degli altri due episodi, in questo ho scelto di non sovverchiare le personalità dei personaggi, ossia rappresenteranno solo sé stessi nella scena. Nel primo erano personaggi biblici, nel secondo erano figure del mito greco impiantate in uan dimensione futura. In questi due casi loro non erano più loro, ma per tutto il tempo delle prove erano i personaggi, erano diventate altre persone. Qui siamo in un neorealismo che a volte può apparire grottesco, ma per questo, reale.

Chiudo un cerchio nelle mie rappresentazioni: dalla morte alla vita. Questo è l'episodio conclusivo della mia Trilogia della vita: I.  Assenzio (la Passione); II. Trincee sotto al Silenzio (non c'è scontro di civiltà, ma la civiltà è usato quale mezzo del male); III. La bestia nel ventre.




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26 ottobre 2005

LA BESTIA NEL VENTRE. (TESTO)

Scena I.

 

L’oratorio è in piena festa, è San Giuseppe. Molti giovani si divertono in questo sabato sera pieno di musica. Alcuni si rincorrono, altri ballano, altri si appartano, dietro a qualche pianta per scambiarsi un po’ di affetto. Dal profondo un urlo. Durante tutta la scena la festa non si placa. Il tutto prosegue indifferentemente.

 

Elisa:              «Ah! Basta! Basta?! Perché?!

Perché?! Chi sei! Perché?!!».

 

Si ode un pianto isterico. Dopo circa un minuto. Elisa entra in scena, barcollando, con gli abiti strappati, si ferma al centro della scena.

 

Elisa:             «Che avete voi da guardarmi?»

– Singhiozza – «Perché l’uomo

deve far del male all’uomo?

La mia debole carne si sfece

nel tuo venire in me, senza anima,

senza candore, mi tacciasti

nel dolore. Perché ha scelto me?

Chi sono io per meritare ciò?

Non sono più una in me stessa.

Slabbrata, privata della propria

intimità. Che bestialità è…».

 

Piange istericamente e si trascina verso la fine della scena, sostando brevemente, nel terzo quarto di scena, qui incontra Don Giovanni – dopo la battuta di questi – che ritorna da una visita a delle prostitute.

 

Elisa:             «Chi sono io per meritare ciò?

Non sono più una in me stessa.

Slabbrata, privata della propria

intimità. Che bestialità è…».


Scena II.

 

Don Giovanni: «Queste povere ragazze, ridotte

a stracci dal mercato del sesso.

Sfruttate fino a quando hanno

ancora un po’ di vita nell’anima.

Vite distrutte nella notte.

Nella nostre notte, quella della coscienza,

nascosta al perbenismo dei nostri

giorni. Dopo li vedi alla mattina

che sembrano usciti dalla pubblicità.

E li vedi a predicare il giusto verbo,

quando essi stessi lo hanno macchiato

nella notte. E poi parlano male di me».

 

Elisa [ancora piangendo istericamente]:

La mia debole carne si sfece

nel tuo venire in me, senza anima,

senza candore, mi tacciasti

nel dolore. Perché ha scelto me?

Chi sono io per meritare ciò?

Non sono più una in me stessa.

Slabbrata, privata della propria

intimità. Che bestialità è…».

 

 

Don Giovanni [andandole di corsa appresso]:

«Chi ti ha ridotto così?»

 

Elisa [ancora piangendo istericamente]:

« La mia debole carne si sfece

nel tuo venire in me, senza anima,

senza candore, mi tacciasti

nel dolore».

 

Don Giovanni [andandole di corsa appresso]:

«Un cliente?»

 

Elisa [ancora piangendo istericamente]:

«Perché ha scelto me?

Chi sono io per meritare ciò?

Non sono più una in me stessa.».

 

Don Giovanni [andandole di corsa appresso]:

«Il protettore?»

 

Elisa [ancora piangendo istericamente]:

«Non sono più una in me stessa.

Slabbrata, privata della propria

intimità».

 

Don Giovanni: «Chi è quel porco?»

 

Elisa:              «Non so… la festa,

gli amici… Non so…

a festa, gli amici…»

 

Don Giovanni: «Calmati. Respira»

 

Elisa:             «Ma che vuoi da me»

[si ritrae]

 

 

Don Giovanni: «Ti voglio aiutare»

 

Elisa:              «Lasciami!»

 

Don Giovanni: «Sono un prete.

Voglio darti conforto.»

 

Elisa: [urlando]

«Chi sei!» [si ritrae ulteriormente]

 

Don Giovanni: «Sono un prete.

Tu non sei una

prostituta »

 

Elisa:              «Lasciami porco!

Lasciami!»

 

Don Giovanni: «Ti voglio aiutare»

 

Elisa:             «Levami le mani!

Ah!»

 

Don Giovanni: «Figliola, lascia che ti

dia una mano»

 

Elisa:             «Ah!».

 

Scappa dalla scena ed urtando Don Giovanni perde il portafoglio. Don Giovanni si porta le mani sulla faccia, in segno di disperazione, poi vede il portafogli e lo raccoglie.


Scena III.

 

Sono trascorse diverse ore dal momento dello stupro. Si intravedono i primi chiarori dell’alba. La ragazza si ferma sull’ingresso, cosciente della sua realtà famiLiare. Passano davanti due giovani innamorati, che si giurano amore eterno.

 

I due innamorati: «Ti amerò, ora e per sempre.

Non saprei immaginare la mia

vita senza te. Mia unica stella,

mio unico chiarore nella notte,

unico candore, unico afrore».

 

Elisa piange. Poi, entra in casa. Appena la porta si chiude, il padre si proietta all’ingresso.

 

Luigi:             «E’ questa l’ora di rincasare. Eh!»

 

Elisa:              «Padre…»

 

Mara:              «Ha ragione tuo padre, non mi sono scuse»

 

Elisa:               «Madre…»

 

Luigi:               «Guarda come sei conciata»

 

Elisa:               «Padre…»

 

Mara:              «Ha ragione tuo padre,

guarda come sei conciata »

 

Elisa:               «Madre…»

 

Luigi:               «E puzzi d’alcool »

 

Elisa:               «Padre…»

 

Mara:              «Ha ragione tuo padre,

puzzi d’alcool»

 

Elisa:               «Madre…»

 

Luigi:               «Io ti educo ai migliori valori»

 

Elisa:               «Padre… »

 

Mara:              «Ha ragione tuo padre,

ti educa ai migliori valori»

 

Elisa:               «Madre…»

 

Luigi:               «E guarda che mi ritrovo

innanzi»

 

Elisa:               «Padre… »

 

Mara:             «Ha ragione tuo padre,

guarda cosa ci ritroviamo

innanzi»

 

Elisa:               «Madre…»

 

Luigi:               «Ti mando in Chiesa, mica

per vederti tornare così»

 

Elisa:               «Madre…»

 

Mara:             «Ha ragione tuo padre,

ti manda in Chiesa, mica

per vederti tornare così»

 

Elisa:               «Madre… »

 

Luigi:               «Sembri una sgualdrina.

Una qualsiasi uterina dei nostri

tempi perversi»

 

Elisa:               «Padre… »

 

Mara:              «Ha ragione tuo padre,

sembri una sgualdrina.

Una qualsiasi uterina dei nostri

tempi perversi»

 

Elisa [urlando]:

«Sono stata stuprata!»

 

Luigi:               «Ah! che orrore!»

 

Elisa:               «Sono stata stuprata!»

 

Mara:              «Ah! Che orrore!»

 

Elisa:               «Sono stata stuprata!»

 

Luigi:               «Mia figlia impurificata!»

 

Elisa:               «Sono stata stuprata!»

 

Mara:              «Mia carne impura!».

 

Elisa [urlando]:

«Sono stata stuprata!»

 

Luigi:               «Che vergogna

per questa famiglia»

 

Elisa:               «Sono stata stuprata!»

 

Mara:              «Che vergogna

per la mia carne»

 

Elisa:               «Sono stata stuprata!»

 

Luigi:               «Avrai indotto in tentazione

un uomo!»

 

Elisa:               «Sono stata stuprata!»

 

Mara:              «Chi hai indotto in carnale

tentazione?!»

 

Elisa [urlando]:

«Sono stata stuprata!»

 

Luigi:               «Via da questa casa!»

 

Elisa:               «Sono stata stuprata!»

 

Mara:              «Tu non sei più mia carne!»

 

Elisa [urlando]:

«Sono stata stuprata!»

 

Luigi:               «Via da questa casa,

prima che le colpe dei figli

ricadano sui genitori».

 

Elisa [urlando]:

«Sono stata stuprata!»

 

Mara:              «Via da questa casa!!

Via, prima che il peccato

colga anche noi! Via! »

 

Elisa [piangendo]:

«Sono stata stuprata!»

 

Luigi:               «Ah! che orrore!»

 

Elisa [con un filo di voce]:

«Sono stata stuprata!»

 

Mara:              «Ah! Che orrore!»

 

Elisa abbandona la casa. Corre da Antonio. Si sbatte la porta. I genitori si abbracciano e si allontanano dalla porta. Poco dopo giunge Don Giovanni.

 

Don Giovanni: «E’ permesso?»

 

Luigi:               «Chi è?»

 

Don Giovanni: «Sono Don Giovanni, il prete della Crocetta».

 

Mara:              «E’ quello che passa il suo

tempo con le prostitute»

 

Don Giovanni: «Proprio quello. Ma il Signore,

d’altronde, sta con gli ultimi

ed i bisognosi».

 

Luigi:               «Ma non come le donne

di malaffare!»

 

Don Giovanni: «Il Signore sta con gli ultimi».

 

Mara:              «Dio sta con i buoni, non

con le donne di malaffare».

 

Don Giovanni: «”Beati gli ultimi, poiché

di essi è il regno dei Cieli”,

dice il Signore»

 

Luigi:               «Se ne vada, sacrilego».

 

Mara:              «Sacrilegio! Profanazione!

Orrore! Sacrilegio!»

 

Don Giovanni: «Io sarei qui per Elisa,

le vorrei ridare il suo portafogli

e vorrei parlargli».

 

Luigi:               «Quella donna non abita più qui.

E qui non abiterà mai più. Anzi,

se ci tiene la cerchi e gli dia

quel che vuole. Qui non possono

abitare persone impure di cuore

e nella carne»

 

Mara:              «Sacrilegio! Orrore! Impura

nel cuore e nella carne! Sacrilegio!»

 

Don Giovanni: «E chi sono i puri? Quelli

che stanno al di là della porta

e non la aprono perché temono

il contagio?».

 

Luigi: «Se ne vada! Subito!».

 

Abbandonano tutti la scena. Uscendo Don Giovanni vede la foto di un giovane nel portafogli.

 

Don Giovanni: «Chi è questo Antonio?

Elisa ti amo, Antonio

 


Scena IV.

 

La scena è la stessa della precedente. Dietro alla porta c’è Antonio. Elisa arriva e bussa senza forza e con la testa infilata tra le spalle.

 

Elisa:               «Antonio…»

 

Antonio:            «Chi è?! Elisa! Che è successo!»

 

Elisa:               «Antonio, siimi d’aiuto».

 

Antonio [aprendo la porta]:

«Che ti è successo»

 

Elisa:               «Sono stata…»

 

Antonio:            «Che ti è successo»

 

Elisa:               «Sono stata…»

 

Antonio:            «Che ti è successo…»

 

Elisa:               «Violentata…»

 

Antonio [ritraendosi]:

«Chi è stato!»

 

Elisa:               «Non so…»

 

Antonio:            «Non sai…»

 

Elisa:               «Non ricordo…»

 

Antonio:            «Ma puzzi d’alcool!»

 

Elisa:               «Mi hanno fatto ubriacare…»

 

Antonio:            «Chi ti ha fatto ubriacare?»

 

Elisa:               «Non ricordo…»

 

Antonio:            «Come non ricordi nulla?»

 

Elisa:               «Ero alla festa oratoriale e poi…»

 

Antonio:            «E poi cosa?»

 

Elisa:               «Non ricordo…»

 

Antonio:            «Incredibile, vieni alla mia

porta e non sei neppure in grado

di darmi una spiegazione

che possa sembrare vera. »

 

Elisa:               «Ma come potrei mentirti?

Guardami!»

 

Antonio:            «Ma come puoi mentirmi?

Non mi inganni.»

 

Elisa:               «Guarda come mi hanno conciata»

 

Antonio:            «Non mi inganni»

 

Elisa:               «Amami. Sei rimasto il mio

unico conforto»

 

Antonio:            «Non so, sono confuso…»

 

Elisa:               «Abbracciami»

 

Antonio:            «Elisa…»

 

Elisa:               «Antonio…»

 

Antonio:            «Non so cosa ci sia stato»

 

Elisa:               «Antonio, mia unica casa»

 

Antonio:            «Non so cosa sia successo»

 

Elisa:               «Antonio, mio uno sostegno»

 

Antonio:            «Ma so che ti starò vicino»

 

Elisa:               «Antonio, ho paura di una cosa»

 

Antonio:            «Di che devi aver paura?»

 

Elisa:               «Ho paura di essere incinta»

 

Antonio:            «Incinta? Questo è troppo.»

 

Elisa:               «Antonio, aiutami…»

 

Antonio:            «Posso perdonare una

sera baldanzosa»

 

Elisa:               «Antonio, mio conforto»

 

Antonio:            «Ma non posso accettare

di essere il padre di uno sconosciuto.»

 

Elisa:               «Antonio, ma io sono vittima!»

 

Antonio:            «Vittima o no, questo è troppo».

 

Elisa:               «Antonio, ma che colpe porto

in me?»

 

Antonio:            «Abortisci, o cerca chi ti ha messo

incinta e fatti tenere da lui!»

 

Elisa:               «Antonio

 

Antonio:            «Vattene!».

 

Elisa abbandona la casa di Antonio. Si sbatte la porta. Antonio si appoggia alla porta, popi si allontana. Poco dopo giunge Don Giovanni.

 

Don Giovanni: «E’ lei Antonio

 

Antonio:            «Si, e Lei?»

 

Don Giovanni: «Sono Don Giovanni,

son il prete della Crocetta»

 

Antonio:            «E allora?»

 

Don Giovanni: «Sto cercando Elisa»

 

Antonio:            «Elisa non è più qui.»

 

Don Giovanni:«Vede…»

 

Antonio:            «E non credo che tornerà…»

 

Don Giovanni:«E perché?»

 

Antonio:            «Mi ha raccontato un sacco

di storie a cui non posso crederci»

 

Don Giovanni: «Ossia?»

 

Antonio:            «Fatti nostri, che vuole?»

 

Don Giovanni: «Sai dirmi dove è andata?»

 

Antonio:            «Non lo so… gli ho detto

che non voglio avere figli

di altri da mantenere in futuro»

 

Don Giovanni: «Ma non capisci cosa

gli è successo?»

 

Antonio:            «Si, mi ha fatto le corna

ed ha cercato una scusa

per pararsi.»

 

Don Giovanni: «Mi fai ribrezzo.»

 

Antonio:            «Le faccio ribrezzo? Lei mi

fa schifo, vada dalle donnine…

è lì che l’ha incontrata?»

 

Don Giovanni: «Ma che dici?»

 

Antonio:            «Se ne vada!».

 

Don Giovanni corre verso la clinica Mangiagalli.

 

Don Giovanni: «So dove è andata.»


Scena V

 

In un reparto della Mangiagalli. Elisa è seduta su di una sedia in un angolo. Innanzi passano le sei comparse liete di nascite, agitando regali, orsacchiotti… Entra Lia, con la testa fra le nuvole e, dopo essersi scontrata con una delle coppie, nota Elisa. Gli si avvicina.

 

Lia:                  «Stai bene ragazza?»

 

Elisa:               «Circa…»

 

Lia:                  «Che ti è successo.»

 

Elisa:               «Sono stata…»

 

Lia:                  «Vieni di là che ne parliamo.»

 

Elisa si alza, si fa prendere sottobraccio da Lia che la conduce in una stanza poco distante.

 

Lia:                  «Credo di capire quello

che provi ora»

 

Elisa:               «Anche tu hai subito?»

 

Lia:                  «No, ma ho visto molte

ragazzine che hanno subito»

 

Elisa:               «Tante?»

 

Lia:                  «Tante, troppe, come te.»

 

Elisa:               «E’ una cosa bruttissima»

 

Lia:                  «Lo so. Troppo spesso mi

ritrovo a parlare con ragazze

come te».

 

Elisa:               «Ma perché a me? Sono tutto

tranne che una…»

 

Lia:                  «Le candide attirano più

di quelle che non lo sono»

 

Elisa:               «Io non sono capace di far male»

 

Lia:                  «Le innocenti sono preferite»

 

Elisa:               «Ma perché?»

 

Lia:                  «Si immola l’agnello poiché

è indifeso…»

 

Elisa:               «E’ vero»

 

Lia:                  «Hai mai visto immolare

un lupo?»

 

Elisa:               «No»

 

Lia:                  «Come è successo?»

 

Elisa:               «Non mi ricordo bene. Mi

hanno fatto ubriacare e dopo

mi son risvegliata privata

della mia intimità»

 

Da questo punto in poi, Elisa è fatta stendere sul lettino. Lia gli accarezza la fronte, delicatamente, mentre parla. In Elisa aumenta sempre più la tensione, aumenta il singhiozzo ed il pianto. Nel momento in cui descrive lo stupro si porta inconsciamente le mani nella zona pubica a protezione del violato.

 

Lia:                  «Non ricordi nulla di più»

 

Elisa:               «Non credo»

 

Lia:                  «Solo tu puoi aiutarmi

ad aiutarti»

 

Elisa:               «Mi portò dietro al campo

da calcio…»

 

Lia:                  «Poi…»

 

Elisa:               «Scherzavamo, ridavamo come

matti, divertiti»

 

Lia:                  «Continua…»

 

Elisa:               «Ad un certo punto, mi ha

sbattuto a terra, tra vecchi giornali,

in mezzo ad una montagna di carta…»

 

Lia:                  «Si…»

 

Elisa:               «Mi ha levato la cintura,

sfilandola con violenza…»

 

Lia:                  «Continua…»

 

Elisa:               «Mi ha strappato i pantaloni…

mi ha strappato le…»

 

Lia:                  «Povera mia»

 

Elisa:               «E poi, si è buttato sopra di me ed ha

iniziato a picchiarmi ed a violentarmi…»

 

Lia:                  «Sfogati…»

 

Elisa:               «Sentivo il suo orrido liquido

salirmi per le tube»

 

Lia:                  «Certo…»

 

Elisa:               «Sentivo entrare la sua bestialità…»

 

Lia:                  «Certo…»

 

Elisa:               «Nella mia verginità…»

 

Lia:                  «Povera…»

 

Elisa:               «E continuava ad entrarmi

ed uscirmi… e non riuscivo

a reagire»

 

Lia:                  «Povera…»

 

Elisa:               «E non smetteva… e mi

minacciava»

 

Lia:                  «Ora non c’è più»

 

Elisa:               «Ma lui è dentro di me».

 

Lia:                  «Fatti forza, ora facciamo

le analisi del sangue e vediamo

che riscontri ci danno».

 

Elisa:               «Ti voglio bene. Non ho più

nessuno».

 

Lia:                  «Hai dei genitori?

Hai un fidanzato?».

 

Elisa:               «Mi hanno tutti ripudiato

per quel che mi è successo».

 

Lia:                  «Adesso vedo di trovare

una struttura per ospitarti».

 

Elisa resta sul lettino. Lia esce dalla stanza ed incontra Don Giovanni.

 

Lia:                  «Ciao Giovanni, come è

andata la notte?»

 

Don Giovanni: «Cercavo te. Hai per caso

visto un ragazza con questo volto?» [gli mostra la carta di identità].

 

Lia:                  «Si, è nel mio studio».

 

Don Giovanni: «Come sta?»

 

Lia:                  «Ha subito violenza»

 

Don Giovanni:«L’ho subito pensato»

 

Lia:                  «Gli ho chiesto informazioni

di parenti da avvisare, un fidanzato…»

 

Don Giovanni: «Io li ho conosciuti. Una

brutta esperienza.»

 

Lia:                  «Povera ragazza…»

 

Don Giovanni: «Sola, abbandonata e senza

un posto dove stare.»

 

Lia:                  «Bisognerà cercarle un letto

per la notte»

 

Don Giovanni: «Le suore missionarie avranno

di sicuro un letto»

 

Lia:                  «Mi sa che dovrà restarci

per interi mesi… forse nove…»

 

Don Giovanni: «E allora, cos’è il cristianesimo?

Una bandiera da sventolare come

se fosse quella di un branco di tifosi

o una concezione di vita da praticare?»

 

Lia:                  «Giovanni, tu sei sempre profondo…»

 

Don Giovanni: «Vedi Lia, solo se si è cristologici,

solo se si sceglie di portarsi sulle spalle

anche la croce degli altri, si è autenticamente

e interamente cristiani…»

 

Lia:                  «Altrimenti, si è solo dei tifosi

con i petardi»

 

Don Giovanni: «Tu l’hai detto. Altrimenti, a cosa

servirebbero i missionari, religiosi

o laici che essi siano? Ed anche tu

sei una missionaria, poiché aiuti

il prossimo tuo come aiuteresti te

stessa o come vorresti essere aiutata»

 

Lia:                  «Sei molto gentile Giovanni»

 

Don Giovanni: «Sono realista, è la vita di strada

che mi ha portato ad esserlo.

A non serbare nel profondo di salvare

il mondo ma di salvarne quanto ne

posso con le mie forze»

 

Lia:                  «Andiamo a cercare la stanza».

 

Don Giovanni: «Andiamo».

 

Scende il buio sulla scena.


Scena VI.

 

Sono trascorsi parecchi mesi da quando la vicenda è iniziata. Per la precisione quasi cinque. Lo stadio della gravidanza è avanzato; si nota come sia in luce il pancione ed in ombra il volto di Elisa. Elisa recita il monologo, intervallata con la voce interiore.

 

Elisa:              «Sono quasi cinque mesi da quando

la violenza passò dalle interiora

mie. Ben cinque mesi, da quando la bestia,

la bestialità dell’uomo si sfece

nella carne. Candida, è vero. Pura,

è vero. Ma anche se non lo fosse stato,

la barbarie resta sempre la stessa,

sia che colpisca una innocente, sia

che offenda il ventre di chi si offre.

In questi mesi, quanto tempo ho

avuto per pensarti. Decidere cosa

fare di te. Tenerti, abortirti. Non è

una scelta facile. In te convivono

il male arrecatomi, tuo malgrado,

e l’affetto che mi hai dato, tuo

malgrado. È duro compiere scelte.

È duro essere adulti. È duro essere

madri in questo mondo. Soprattutto

quando la gravidanza è la conseguenza

della violenza umana. Quante donne

hanno sopportato questo dolore? Quante

hanno portato a termine la gravidanza?

Quante hanno deciso di interromperla?

Non è mai una scelta facile. Entrambe

hanno del dolore in sé. Che posso fare

io? Mi sento impotente, come tra quei

giornali. Mi sento incapace come tra

quei giornali. Mi sento inutile come

quei giornali. Come quelle riviste

che scrivono che il mondo va bene,

anche se il calciatore ha lasciato

una attricetta, anche se non sappiamo

se ci sarà un domani, anche per me.

O che la terra non sarà distrutta dall’uomo?

Che fare di te? Non so. È un odio-amore

che ci lega, che ci unisce e che ci distrugge».

 

L’anima di Elisa: [si china sulla pancia]

«… e poi verrà il tempo

e nulla sarà più come prima

poiché i cieli smetteranno di volare

e le terre di rasentare,

poiché tutto sarà fuso nell'Uno,

poiché non sentiremo più il tempo.

E noi, come schiavi, saremo liberati

poiché non esisteranno più catene,

poiché non esisterà più la carne,

poiché non saranno più distinti i regni

del bene e del male, poiché saremo

un fango di male al Sole, nel regno del bene.

E poi, passerà il tempo,

passeranno le intemperie

e non ci saranno più le stagioni

poiché ci sarà solo la primavera,

ci sarà solo il cinguettare degli alati

e le cetre non staranno più appese ai salici,

poiché il suono sarà libero,

dalle prigioni in cui ci rinchiudemmo,

di sprigionarsi all'infinito, nell'Infinito,

poiché non ci saranno più l'attrito e la densità,

poiché noi stessi vedremo, finalmente,

ciò che siamo, scorgeremo la nostra natura

che fu occultata dalle maschere

del finto carnevale della corporeità.

E sarà allora che gemendo

disseteremo le nostre angosce,

e le nostre rabbie (i rancori

che lasciammo bruciare all'eterno

per l'orgoglio di non estinguerli)

si placheranno, non abiteranno più.

Saremo liberi, finalmente, di volare,

poiché non avremo più peso della vanagloria

ed avremo solo un senso interiore,

poiché ci sarà solo l'interiore

a dare la via. E non ci sarà il bisogno

di migrare, poiché ovunque è approdo,

poiché il principio e la meta,

ora, coincidono. Poiché la Luce

illumina, diffusamente, dolcemente e

non abbaglia i timori dell'inferiorità.

Solo allora nulla si distinguerà

nell'Universo. Solo allora

non esisterà più il tempo

ed esisterà solo la Luce, con la nostra

essenza indistinta nella Luce.

Solo allora esisteremo, solo allora respireremo

l'unica aria possibile, solo allora parleremo,

solo allora comprenderemo, solo allora…

 

Elisa:              «Anche se tu nasci nel dolore,

anche se tu sei frutto malato

di una violenza, anche se in te

rivedrei la faccia di quell’assassino,

anche se mi dovesse costare dolore

il generarti, non posso abbandonarti,

 non posso lasciarti, poiché tu non mi

abbandoneresti. Certo, la vita

sarà difficile. Sarà difficile essere

ciechi. Ma so che tu mi porterai

per mano e non mi abbandonerai.

Altre donne hanno scelto la mia via,

altre quella opposta, ma non posso

io decidere per loro. Qualche mese

anch’io avrei potuto compiere quella

scelta, poiché non avevo la forza

per continuare, ma ora Don Giovanni,

Lia, mi hanno dato la forza di continuare

ad essere libera dalla paura, libera

di dare vita da chi mi voleva dare

solo morte con l’aggressione. Ora

sono libera di poter amare, di essere

amata, poiché una nuova era è in me

iniziata. Un’era di vita. Ora ho una nuova

vita da generare ed essa rigenera me.

 


Scena VII.

 

Si ritorna a casa dei genitori di Elisa. Ad accompagnarla Don Giovanni.

 

Luigi:               «Chi è?»

 

Don Giovanni: «Sono Don Giovanni»

 

Luigi:               «Ancora? Che vuole?»

 

Don Giovanni: «Vorrei parlarVi di vostra figlia»

 

Luigi:               «Io non ho più una figlia»

 

Don Giovanni: «Se voi non avete più una figlia,

allora lei non ha dei genitori»

 

Luigi:               «Prete delle sgualdrine, se ne vada?»

 

Don Giovanni: «Altrimenti?»

 

Luigi:               «La denuncio alle forze dell’ordine»

 

Don Giovanni: «Se lei mi denuncia alle forze

dell’ordine, allora io la denuncerò

a sua volta per abbandono di sua figlia,

di una ragazza che non aveva commesso

nessun reato e nessun peccato»

 

Luigi:               «Altroché se ha peccato, non è più pura»

 

Don Giovanni: «La pianti con queste frasi

e mi apra. Glielo ordino!»

 

Luigi:               «Noi siamo i migliori credenti

del mondo»

 

Don Giovanni: «Certo, certo, siete la tragica

barzelletta del mondo. I sacerdoti

della zona, mi dicono che non fate

altro che girarvi tutte le messe

possibili, pur di prendere la particola

e, poi, vi comportate così.»

 

Mara:               «Luigi, apri.»

 

Don Giovanni: «Finalmente un raggio di luce

filtra queste finestre»

 

Luigi:               «Ci dica.»

 

Don Giovanni: «Vorrei parlarvi di vostra figlia.

So che è da tempo che non avete

sue notizie. Ma visto la reazione

che avevate avuto al tragico

evento, abbiamo pensato che

questo gli avrebbe salvaguardato

la gravidanza»

 

Mara:               «E’ incinta?»

 

Don Giovanni: «Si, vi dà gioia ciò?»

 

Luigi:               «Abbastanza. Chi è il padre?»

 

Don Giovanni: «Il padre è colui che l’ha violentata.

Di lui non si hanno tracce. La polizia

sta indagando e forse l’hanno individuato.

Ma fino all’arresto non spendo speranze»

 

Mara:               «E  mia figlia ha scelto di mantenere

la gravidanza?»

 

Don Giovanni: «Liberamente. È stata coadiuvata da me

e da una ginecologa della Mangiagalli.

Gli siamo stati vicini. Gli siamo stati un po’

come delle coperte in un freddo inverno.

Non vi sembra un gesto totalmente cristiano?

Il vostro estremismo vi avrebbe fatto fare

la stessa scelta, uomini migliori?».

 

Mara:               «Ed ora dov’è?»

 

Don Giovanni: «Ora vi interessa la sua sorte?

Ora avete una figlia?»

 

Luigi:               «Ci dica dov’è!»

 

Don Giovanni: «Se Elisa sarà disposta a perdonarvi,

allora vi dirò dov’è».

 

Don Giovanni esce di scena e rientra con Elisa.

 

Luigi: «Chi è?»

 

Don Giovanni: «Sono Don Giovanni. Sono con Elisa»

 

Luigi e Mara: «Figlia perdonaci.

Abbiamo sbagliato.»

 

Elisa:               «Non so se potrò scordare ciò

che siete stati per anni»

 

Luigi e Mara: «Abbiamo sbagliato,

ma possiamo cambiare»

 

Elisa:               «Non so, siete stati violenti

nei miei confronti»

 

Luigi e Mara: «Abbiamo sbagliato,

ma dobbiamo cambiare»

 

Elisa:               «Non so, non siete mai stati

genitori per me, ma solo dei

precettori di morale»

 

Luigi e Mara: «Abbiamo sbagliato,

ma vogliamo cambiare.

Te lo dobbiamo.»

 

Elisa:               «Papa… Mamma»

 

Luigi e Mara: «Figlia…»

 

Don Giovanni: «Ecco ciò che volevo sentire»

 

Elisa:              «Papa… Mamma»

 

Luigi e Mara: «Figlia…»

 

Don Giovanni: «Ora deve venire via con me.

Dobbiamo andare da un'altra persona».

 

Escono tutti di scena.


Scena VIII.

 

Ci si trova all’ingresso della casa del fidanzato.

 

Lia:                  «Antonio, sei in casa?»

 

Antonio:            «Chi è?»

 

Lia:                  «Sono una ginecologa

della Mangiagalli»

 

Antonio:            «E allora?»

 

Lia:                  «Sono qui per parlarti

di Elisa»

 

Antonio:            «Mi dia del lei»

 

Lia:                  «Sono qui per parlarle

di Elisa

 

Antonio:            «Elisa…»

 

Lia:                  «Si, la ragazza, la tua ragazza,

quella che hai scacciato credendo

che ti avesse tradito, mentre era

stata violentata»

 

Antonio:            «E, come sta?»

 

Lia:                  «Sta aspettando un bambino»

 

Antonio:            «L’avevo detto io. Che mi

aveva tradito»

 

Lia:                  «Ma allora sei proprio stupido»

 

Antonio:             «Come ti permetti!»

 

Lia:                  «La tua ragazza è stata portata

in un campo, contro la sua volontà

ed il tuo problema è ciò che tu

non hai patito? Vergognati»

 

Antonio:            «Io l’amavo, ma come posso amare

chi ha avuto altri uomini e, soprattutto,

avrà un figlio da uno sconosciuto».

 

Lia:                  «Non sono qui per chiederti la paternità

di riconoscere il figlio, ma di parlare,

di chiarire, di chiudere questa vicenda»

 

Antonio:            «Capisco.»

 

Lia:                  «(Finalmente…) ti chiedo di parlare

con Elisa, così vi chiarite e lei riesce

ad affrontare la gestazione al meglio

fino al naturale decorso».

 

Antonio:            «Ora dov’è?»

 

Lia:                  «E’ qui sotto in macchina. Ora,

se mi prometti che non fai scenate,

la faccio salire e vi parlate. Chiaro?»

 

Antonio:            «Va bene.»

 

Lia esce e va a prendere Elisa. Poi ritornano alla porta.

 

Lia:                  «Antonio, sono Lia con Elisa

 

Antonio:            «Ciao Elisa, come stai?»

 

Elisa:               «Bb… bene»

 

Antonio:            «Ci lasceresti soli?»

 

Lia:                  «Si, io comunque sono qui

fuori se hai bisogno Elisa»

 

Antonio:            «Elisa, come hai passato

                        questi mesi?»

 

Elisa:               «Direi bene. Lia e Don Giovanni

mi sono stati molto vicini. Sono

stati come la baLia di Lorenzo»

 

Antonio:            «Ed ora?»

 

Elisa:               «Tocca a me essere la prossima

baLia di Lorenzo de Medici»

 

Antonio:            «E’ un maschio»

 

Elisa:               «Si, mi piacerebbe chiamarlo

Lorenzo, che ne pensi?»

 

Antonio:            «La decisione deve essere tua.»

 

Elisa:               «Ti ho chiesto solo una opinione.

Abbiamo trascorso come fidanzati

lunghi anni assieme, sia nella gioia

che nel… nella gioia. Nella gioia»

 

Antonio:            «Scusami, ma non ce la faccio

ulteriormente a continuar a recitare

questa parte. Son contento di quanto

tu ora riesca a provare gioia, ma non mi

chiedere di più. Non posso.»

 

Elisa:               «Non puoi?»

 

Antonio:            «Non voglio.»

 

Elisa:               «Perché non vuoi?»

 

Antonio:            «Addio Elisa. Non sarò mai padre

di chi non viene dal mio sangue»

 

Elisa:               «Ma Antonio, io volevo solo

ristabilire il contatto, l’appoggio

solido cui mi ero affrancata. Ora

capisco che mi ero affrancata solo

nella gioia. Non abbiamo mai avuto

in comune il dolore. Il dolore è prova

unica di vita che riesce a legare più

di qualsiasi altra esperienza possibile».

 

Antonio:            «Addio Elisa


Scena IX.

 

Siamo nella sala parto della Mangiagalli. C’è molto movimento. Lia è agitata dalla gioia. Questo parto è in parte suo. Fuori dalla sala d’aspetto c’è Don Giovanni, avvisato dai genitori di Elisa, giunto dopo che i genitori la hanno portata all’ospedale.

 

Lia:                  «Ora devi dare il massimo

che puoi dare»

 

Elisa:               «Ci provo»

 

Lia:                 «Anzi, devi dare il massimo

di quelli che credi di non poter dare»

 

Elisa:               «Lo farò.»

 

Lia:                  «Come sono le contrazioni?»

 

Elisa:               «Fortissime. Fortissime»

 

Lia:                  «Spingi ancor più forte»

 

Elisa:               «Spingo… più forte! Così!?»

 

Lia:                  «Brava, rilassa il perineo…»

 

Elisa:               «Contrai, spingi, rilassa,

                        come faccio a far tutto?!»

 

Lia:                  «Respira profondamente…»

 

Elisa:               «Contrai, spingi, rilassa,

                        come faccio a far tutto?!»

 

Lia:                  «Respira Elisa.»

 

Elisa:               «A che punto siamo?»

 

Lia:                  «Inizio a vederlo…»

 

Elisa:               «E’ bello?»

 

Lia:                  «E’ bellissimo. Continua

a spingere che ti descrivo

gli occhi.»

 

Elisa:               «E’ bello?»

 

Antonio giunge in sala d’aspetto dove si incontra con i genitori.

 

Antonio:            «Grazie per avermi avvisato. Come procede.»

 

Lia:                  «Si è meraviglioso, ha

i tuoi occhi verdi. Sentilo

come strilla.»

 

Elisa:               «Forza amore che ce la facciamo»

 

Lia:                  «La forza del tuo amore ce la farà»

 

Elisa:               «Forza amore che ce la facciamo»

 

Lia:                  «La forza dell’amore vincerà »

 

Elisa:               «Ah…»

 

Lia:                  «Elisa, guarda che meraviglia

di maschietto. Tienilo in grembo,

vuole tornare alla casa madre».

 

Elisa:               «Ciao Lorenzo, come stai?

Sono la mamma. Tu sei

la mia unica vita»

 

Lia esce dalla sala parto e va dai genitori e trova anche Antonio che saluta con un cenno del capo. Poi, abbraccia fortemente Don Giovanni.

 

Lia:                  «E’ un gran bel maschietto.

Occhi verdi come la mamma,

nasino all’insù come il nonno»

 

Don Giovanni [di spalle]:

                        «Cervello, speriamo quello

di Elisa. Speriamo. Speriamo…»

 

Lia:                 «Ogni vita è una meraviglia.»

 

Entrano tutti in sala parto. E si intravede la gioia di tutti attorno ad Elisa. Resta fuori Don Giovanni.

 

Don Giovanni: «E’ proprio un bel Natale,

                        un Natale veramente Santo,

                        anche se fuori non discende

la neve o sotto l’artificiale

abete non fioccano i regali.

È un vero Natale, poiché è

nato al mondo un uomo nuovo.

È questo lo spirito del Natale

che abbiamo sepolto. Buon

Natale e nulla più che gioia

poiché è venuto al mondo

un uomo nuovo. L’unico».

FINE




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25 ottobre 2005

LA BESTIA NEL VENTRE. IL MIO NUOVO BREVE TESTO TEATRALE (SCENEGGIATURA)

La mia debole carne si sfece
nel tuo venire, senza anima,
senza candore, mi tacciasti nel dolore.
(dopo lo stupro di Elisa, scena I)

Visto che nell'ambito teatrale sosno stato accusato più volte di essere un provocatore (quando rappresentai una Passione totalmente senza Dio, si potrebbe dire atea, con un Gesù che grida al tradimento sulla croce), di essere un amico dell'Islam (che accusa è mai questa? Cercate nel blog Trincee sotto al Silenzio), quest'anno portò in scena la sera della viglia di Natale La bestia nel ventre. Il testo tratta una gestazione a seguito di uno stupro.

E' un testo duro, non è contro l'aborto (che ritengo legittimo e che è indispensabile una legge per evitare situazioni antecedenti alla legge), ma contro gli individui ed il contesto in cui vivono. Ci sono dei pesanti attacchi nei confronti dei bigotti e dell'indifferenza umana. Non vuol esserci una morale particolare, ma il messaggio che vorrei che passasse è che anche dal male può nascere il bene. Ma il bene non nasce da soli, nasce dal desiderio di farsi portatore di una sofferenza di altri.
Questo testo è, naturalmente dedicato alle mie amiche, sensibili al tema dei diritti. Qui però non è questione di diritti, ma di umanità. Spesso manca. Carsicamente, riaffiora.
 Che ve ne pare? Buona lettura.


La bestia nel ventre.

Personaggi.
Elisa (la ragazza)
Lia (il Medico)
Don Giovanni (prete di strada)
Luigi (Padre di Elisa)
Mara (madre di Elisa)
Antonio (fidanzato di Elisa)

Soggetto.
La vicenda di una natività che nasce da uno stupro, dalla violenza che Elisa subisce da uno sconosciuto, dopo una festa,che approfitta dello stato di ubriachezza della ragazza. Della prima ed unica ubriacatura. La ragazza si trova a dover compiere la scelta di praticare l'aborto; la famiglia ed il fidanzato non gli sono da supporto: i primi, bigotti e retrogradi, nel rifiutano la figlia che non è più pura e che per questo decidono di ripudiarla; il secondo, non crede alla vicenda della ragazza e non accetta l'idea che un giorno lui potrebbe essere il padre - di moglie infedele - di un altro figlio; quest'ultimo gli propone di abortire per chiudere la vicenda ed accettare di stare ancora con lei.
Saranno il medico del consultorio ed il prete di strada a guidare la ragazza nella travagliata vicenda che sostituiranno gli affetti scomparsi.

Sceneggiatura.
La vicenda è ambientata alla fine degli anni novanta nella periferia milanese, nella zona dimenticata dal comune dai comuni conurbati. I luoghi sono il campo dietro la chiesa (dove avviene lo stupro), il confessionale della chiesa, la casa della ragazza, il consultorio e, infine, l'ospedale.
L'arco temporale va dalla notte fonda, il seguito di un dopo festa, del 20 marzo, fino al 22 dicembre dello stesso anno.

Durata. 45 minuti circa.

Scene.
Scena I. Lo stupro (Elisa)
Scena II. L'incontro con il prete di strada (Elisa, il prete)
Scena III. L'incontro con i genitori (Elisa, i suoi genitori)
Scena IV. L'incontro con il fidanzato (Elisa, Antonio)
Scena V. La visita al consultorio (Elisa, Lia)
Scena VI. La scelta di Elisa (Elisa)
Scena VII. La sfida di Elisa (Elisa, i genitori, il prete)
Scena VIII. La sfida di Elisa (Elisa, il fidanzato, Lia)
Scena IX. Il parto (Elisa, Lia, i genitori, il fidanzato, infine, il prete).




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8 luglio 2005

Trincee sotto al Silenzio. Testo teatrale sullo scontro di civiltà.

Con un gruppo di giovani, in occasione di questa ultima Pasqua ho portato in scena questo mio testo. Parla di scontro di civiltà, di come noi non sappiamo distinguere.
Lo scontro è tra i due estremismi cattolico (quello che sta crescendo nella parte incolta dell'America) ed islamico (che conosciamo sulla nostra pelle) che hanno (nel futuro non troppo prossimo) preso il sopravvento sulle forme moderne e moderate delle rispettive religioni. Ci sono due fronti che si scontrano per porre l'uno la supremazia sull'altro. Si gettano abbastanza fango addosso l'uno all'altro. Manifestano un plateale odio dell'uno verso l'altro, dovuto alla distorta visione della religione: Dio diviene da essenza del bene a mezzo del male. Tutti i personaggi sono tratti dal mito greco, dalla filosofia greca e dalla letteratura modernista: riportano la loro tragicità classica in un contesto futuro. Il Dio debole (centrale e superfluo in Bonhoeffer, simile a Prometeo, prenietzschano, distrutto dalla natura inumana dell'u-manità) nel suo pianto del suo dolore e della debolezza a causare la pioggia torrenziale che costringerà i due fronti a guardarsi ed a capire che nulla li divide, una volta che sarà esaurito il loro odio e che porterà Dio (Teogonòs, Dio generatore di Dio) a rialzarsi. L'immagine finale del feto in grembo sta ad indicare la speranza, ma che è lontana dal venire. Perché se due persone si sono convinte, c'è una umanità da salvare dalla tentazione del male, attraverso il bene.




Personaggi.
Teogonòs  Il Dio solo
Argo La sepolta coscienza morale
Proteo Il soldato d'Occidente
Medea Sua moglie
Anteo Il soldato d'Oriente
Jenina Sua moglie
Diogene Il secondo soldato d'Occidente
Phlebas Il secondo Soldato d'Oriente
Asclepio Il medico di Medea



Prologo. Di questo Dio.

Sin dall'inizio e per tutta la rappresentazione, capeggia sulla scena un grosso telone, su cui avvengono le proiezioni di immagini e dei colori. Il telo nel suo centro ha un taglio a forma di mezza luna (calante) da cui entrano ed escono i personaggi.

Lettura dell'inizio del Mercoledì delle Ceneri (parte I, i primi versi) e della Terra desolata (versi interni) di T. S. Eliot. La lettura è svolta da chi interpreta la parte di Teogonòs. Non è sulla scena, ma se ne ode solo la voce.
Musica (a sfumando) Prospettiva Nevskij (Battiato). Dopo circa un minuto, inizia la lettura.

Teogonòs: "Perch'i non spero più di ritornare
Perch'i non spero
Perch'i non spero più di ritornare
Perché dovrei rimpiangere
La svanita potenza del regno consueto?
Poi che non spero più di conoscere
La gloria incerta dell'ora positiva
Poi che non penso più
Poi che oramai so di non poter conoscere
L'unica vera potenza transitoria
Poi che non posso bere
Là dove gli alberi fioriscono e le sorgenti sgorgano perché non c'è più nulla… [pausa di respiro profondo]
In questa desolata spelonca fra i monti
Nella fievole luce della luna, l'erba fruscia
Sulle tombe sommosse, attorno alla cappella.
C'è la cappella vuota, dimora solo del vento.
Non ha finestre, la porta oscilla:
aride ossa non fanno male alcuno.
Soltanto un gallo si ergeva sulla trave del tetto
Nel guizzare di un lampo. Quindi un'umida raffica
Apportatrice di pioggia".


Scena 1. Nascita e morte dell'equilibrio.

Musica: Crazy little thing called love (Queen) [In alternativa si può usare One more kiss Dear, one more sight (Vangelis)]. Un telo copre completamente lo sfondo dell'intero palco per tutta la rappresentazione. Su di esso avverranno le proiezioni di immagini. Con l'inizio della musica si materializzano sul telo le immagini dell'edificio mitico di Tatlin  e delle Twin Tower. Dai lati opposti della scena si levano le bandiere americana e quella sovietica, portate da persone vestite con gli abiti corrispondenti degli anni 60, ed inizia un intrecciarsi umano da cui la bandiera americana ne uscirà vincitrice . "Esplode" l'immagine del Tatlin.
La scena rimane immobile con la fine della musica. Entra in scena il narratore.

Argo: "… E si! Credevamo proprio che quell'equilibrio nato con la Guerra Fredda fosse eterno o che, perlomeno, la sua futura scomparsa non avrebbe riguardato le nostre vite. Sembravano così eterni quei blocchi contrapposti, non come noi, le nostre immagini, i nostri sentimenti, il nostro esistere… tutto così breve, così istantaneo, rispetto alla loro esistenza. Alle loro opposte visioni del mondo. I due grandi blocchi sembravano l'uno il contrappeso dell'altro, l'uno l'impero del male dell'altro, l'uno l'utopia diabolica dell'altro. Fino al 1989. fino al crollo del muro di Berlino. Fino alla  fine della storia : il crollo di una parte dette lo spazio di azione a l'altra. Il mondo non fu più lo stesso e questo nuovo equilibrio unipolare, si pensò, avrebbe governato il mondo per l'eternità. Così si diceva. Così si supponeva. Così sarebbe andato bene alle nostre latitudini. Fino al 2001. Quando crollo l'altra metà dell'utopia".

Il narratore si gira verso il telo. Buio su Argo. Inizia la sequenza culminante dell'11 settembre, con l'audio originale della tragedia. Esplodono anche le Torri Gemelle e la bandiera americana casca dalle mani del ballerino. Argo si rigira verso il pubblico e prosegue nella presentazione della rappresentazione.

Argo: "Ora, chi pensava che la pace armata fosse perpetua, si trovò ad avere molte pulci nelle orecchie. Per il troppo servilismo nei confronti del potere che gradisce sempre il sentirsi elogiato. Anche a costo di aver chiuso gli occhi, la bocca e le orecchie di chi si allarmava. Con l'11 settembre sono emerse nuove tendenze, nuove derive del debole pensiero moderno: lo scontro di civiltà , la contrapposizione fra noi e loro. Nulla di diverso da prima. Tranne che per i protagonisti: gli uni vedono negli altri i portatori del male nel mondo, entrambi si dichiarano esegeti di Dio, figli prediletti, unico popolo di Dio, portatori della verità, maestri della perfezione, reincarnazione del bene, del giusto, dell'unico Dio possibile. Entrambi ritengono di essere la ragione, di essere gli unici a poter decidere delle sorti del mondo e di Dio. Entrambi incarnano l'ipocrisia sconosciuta al Dio lontano da queste disquisizioni perverse. [Cambio del tono che si fa d'attacco] A voi che vi ricordate di chi ha fame, ma solo quando lavate i piatti. A voi che dite di amare il prossimo e gli parlate alle spalle. A voi che chiamate il diverso Giuda e siete i primi a tradire. A voi che vedete il peccato quando non siete voi a commetterlo. A voi che difendete l'oppresso solo se vi è utile il farlo. A voi che vi scandalizzate pubblicamente per una bestemmia e poi siete i primi a dirle. A voi che riempite i giornali di reality show e scordate le tragedie come Beslan. A voi che riempite le Tv di volgarità e parlate di tutela dei minori. A voi che vedete la pagliuzza nell'occhio dell'altro e non la trave nei vostri occhi. A voi che stringete la mano al vostro vicino e poi la lavate. A voi che fate la comunione e pensate se l'altro s'è confessato. A voi che criticate il prossimo e non badate alla vostra coscienza. A voi che pregate, ma solo per voi. A Voi che qui vedete, ascoltate, parlate è dedicato questa tragedia. Che è vostra, che è nostra, che è di chi non reputiamo nostro fratello. È il processo alla nostra ipocrisia, che chiamiamo verità e che è connaturata con la nostra stessa esistenza. A noi tutti la scena, a noi tutti il giudizio, a noi tutti il fardello dei pregiudizi che ci portiamo dietro. [comincia in sottofondo la musica We are all made of stars di Moby]  A noi tutti l'umiltà di sentirsi e ritenersi, per almeno questa volta, i peggiori alla ricerca della legge morale dentro di sé e del cielo stellato sopra di sé… [prende in mano il megafono] We're all made of stars!?".
Cresce la musica:  We are all made of stars di Moby . Si libera la scena dai protagonisti .


Scena 2. Il primo fronte.

Musica: Where did you sleep last night? (Nirvana)
Sulla scena: una poltrona, essenziale e che lascia intravedere Proteo, retro illuminato, al buio. Una chitarra. Un telecomando. Entra Medea, accarezzandosi il ventre incinto. Si sofferma a vedere Proteo in quella posa plastica, immobile e pensieroso. Poi, gli si avvicina, da dietro e lo abbraccia stringendogli il collo. Proteo volta le testa di colpo e vede Medea. Ritorna nella posizione precedente.

Medea: "Che c'è che non va?"
Proteo: "Niente… niente…"
Medea: "Sicuro?"
Proteo: "Si… cioè… no, cara…". Volta la testa verso Medea.
Medea: "Che ti rattrista? Che ti preoccupa?"
Proteo: "Niente, è che pensavo al mondo. Pensavo a come le cose, invece che migliorare, non fanno altro che peggiorare. Guarda la tv… non da altro che cattive notizie… io penso alla nostra piccola… a come gli lascio un mondo peggiore di quello che ho trovato…".

Si alza dalla poltrona. Pone la chitarra sopra la poltrona. Medea gli pone le sue mani sulle rispettive spalle. Lui gli abbraccia la pancia.
Proteo: "Pensa quando eravamo piccoli. Il mondo era migliore di come è adesso".
Medea: "Caro, da quando ero piccola mi son sentita sempre dire "ai miei tempi, tutto era migliore… l'aria era più pulita… c'erano le stagioni… si trovava subito un lavoro stabile… le ragazze andavo vestite come si deve…", ma erano tutte falsità o, perlomeno, loro non hanno fatto nulla per lasciarci l'aria pulita, le stagioni inalterate, un lavoro stabile e così via. Hanno provveduto al loro breve piacere senza curarsene del nostro".
Proteo: "Medea… che dici?"
Medea: "Si, caro, e se loro non hanno fatto nulla di questo, non è solo perché non hanno avuto i mezzi per farlo, ma perché hanno lasciato fare ad altri quello che potevano fare loro, hanno rimandato al domani, quello che potevano fare oggi. Loro, si che erano ben abituati".
Proteo: "Forse hai ragione, ma io, come cittadino mi devo sentir chiamato a servire la mia patria, i miei valori, la mia famiglia, per sentirmi tale. Ma qui, il mondo crolla su se stesso e l'umanità pare dirsi "vabbe', capita…" Che sta succedendo al mondo, ai nostri sogni e desideri di pace, di tranquillità, di una vita serena tra i propri cari. Dove sono finite le nostre certezze?"
Medea: "Caro, noi non abbiamo i mezzi per poter essere le menti di questo sistema. A volte ci capita, addirittura, di essere le laboriose formiche al servizio di altri. Anzi, quando non siamo le laboriose formiche?"
Proteo: "… ho ricevuto la lettera…"
Medea: "La… lettera?"
Proteo: "Mi chiamano al fronte"

Medea si ritrae con atteggiamento protettivo.
Medea: "Al fronte! Che ne sarà di me?!" Si batte il petto. "Che ne sarà di noi?!" Si tocca la pancia. "Che ne sarà di noi!?". Abbraccia Proteo.
Proteo: "Per te, per lei, per noi, vado a combattere. Poiché il futuro passa dalle nostre mani. Siano esse sporche di olio"
Medea: " Caro…"
Proteo: "Siano esse sporche di sangue. Guarda che schifezze ci hanno fatto. Guarda che affronti abbiamo subito. Da gente che è solo inferiore".
Medea: "Caro…". Lo stringe forte ed il respiro si fa affannoso in un pianto nevrotico.
Proteo: "E Dio è dalla nostra"

Finisce la musica.
Proteo: "E dove dormirò domani?".


Scena 3. Il secondo fronte.

Musica: Desert Rose (Sting)
Scena spoglia. Il colore dominate è il giallo ocra. Si notano le pietre su cui si andranno a sedere Anteo e Jenina. La scena deve ricordare, vagamente, il deserto afgano.

Anteo: "Parto".
Jenina: "E per dove?"
Anteo: "Per il fronte".
Jenina: [ritraendosi] "Ti hanno chiamato?"
Anteo: [testa bassa, voce ammezzata] "Vado a respingere l'oppressore".
Jenina: [avanzando] "Ti hanno chiamato?"
Anteo: [testa alta, urlando] "Vado a respingere l'oppressore!".

Tutta la conversazione parallela si svolge con il muoversi a passi brevi di Anteo in avanti e di Jenina all'indietro e con la singola ripetizione di ogni battuta.

Jenina: "Non partire…"
Anteo: "Anni di oppressione…"
Jenina: "… Il tuo sarebbe un inutile martirio…"
Anteo: "… da dittature…"
Jenina: "… il tuo sarebbe un inutile sforzo… "
Anteo: "… da dittature fatte di fantocci…"
Jenina: "… per la nostra assenza di mezzi…"
Anteo:  "… di impostori, di impostori…"
Jenina: "… per la nostra incapacità di agire, di contare…"
Anteo: "… di farabutti, di assassini nati…"
Jenina: "… di avere un valore nello scenario mondiale…"
Anteo: "… che si spacciavano per liberatori…"
Jenina: " siamo solo delle figure marginali…" 
Anteo: "… e , invece, una nuova dittatura…"
Jenina: "… degli spettri delle nostre volontà…"
Anteo: "… si ricadeva nello stesso medesimo errore…"
Jenina: "… dei morti che camminano ancora…"
Anteo: "… decennio dopo decennio …"
Jenina: "… e che non si sono ancora accorti…"
Anteo: "… dittatore dopo dittatore…"
Jenina: "… di essere già morti…"
Anteo e Jenina: "Ma non mi ascolti!!"
Anteo: "Parto. È per il nostro bene. È per il nostro futuro"
Jenina: "Caro…"
Anteo: "Altrimenti cambierà il nome di chi ci opprimerà…"
Jenina: "Caro…"
Anteo: "Ma Dio è dalla nostra"


Scena 4. Le trincee dell'odio.

Musica: The end dei Doors.
Si spingono avanti le due trincee e le si lascia al centro della scena. Le luci si fanno intermittenti, alternando con una alta frequenza le tonalità acide del giallo a quelle del verde. Cambiano le luci, il tutto assume un colore verdastro che manterrà per tutta la scena.
Rumori di sonar, di intercettazioni di sottofondo. La trincea, a sinistra per il pubblico, è quella dell'Occidente; qui troviamo Proteo, compagno di Medea, e Diogene. Nella trincea opposta troviamo Anteo e Phlebas.

Argo: [attraverso il megafono] "Terra, luogo indefinito, latitudine indefinita, altitudine indefinita. Stato brado della natura. Stato brado dell'umanità. Quattro soldati, due per parte, l'uno il male dell'altro, si ritrovano a fronteggiarsi a dimostrare, nella degenerazione della diplomazia, quale sia la civiltà del bene e quale quella del male. Solo alle armi contrapposte in queste due trincee, ed alle braccia che le portano, è dovuto dare il verdetto, non chiesto dal Dio".

Argo sparisce nell'ombra.

Proteo: [voce di background] "Il Viaggio è stato lungo. Tortuoso il suo arrivo. Fangoso il nostro letto. La mia nuova casa è fredda. Gelo al pensiero di doverci sopravvivere. Gelo al pensiero di poterci vivere. L'unico spazio di vista è spazio di morte. Significherebbe porre la testa fuori dalla trincea. Mostrare il mio volto a quello del sudicio nemico. Significherebbe guardarlo e non ucciderlo. Significherebbe pensare ciò che non è: un uomo. Significherebbe troppe cose. Meglio essere rintanati tra queste mura di fango, assaporarne la terra sulle labbra, l'umidità nelle ossa, lo scricchiolio delle mani che si sfanno in questa prigione per la libertà. Covare l'attesa, accrescere la rabbia, vivere nella rabbia, vivere per la rabbia. Uccidere per la rabbia. Per tutto il male che ci hanno arrecato. Per un mondo migliore. Per la salvezza della mia razza. Quella cristiana".

Anteo: [voce di background] "Il passare dei monti afgani alla sera, sotto la mezzaluna. Non penso ad altro. Ora. Qui. Non penso ad altro. Tranne al mio nemico. Al di là del mio fango. Eccomi in questa nuova placenta. Da qui si rigenera la vita. Da qui nasce nuova vita. Dal fango che sarà la sua culla. Dal sangue versato che sarà il suo latte materno da cui allattare per migliaia di anni i figli di Dio. Dell'unico Dio. Il nostro Dio. Carico la mitraglia. La controllo di continuo. La pulisco di continuo, con questo fango. Non c'è notte e non c'è giorno. Tutto il tempo è per quella sottile linea dove intravedi il nemico. Cerchi di capirlo. I punti forti. Quelli deboli. Devi uccidere se non vuoi essere ucciso. Il tuo piombo deve trafiggere prima del suo. Il suo sangue deve sgorgare prima del tuo. Questione di attimi. Questione che avanzerà e cambierà la storia per secoli. La salvezza. Le mille vergini per il mio martirio. Covare l'attesa, accrescere la rabbia, vivere nella rabbia, vivere per la rabbia. Uccidere per la rabbia. Per tutto il male che ci hanno arrecato. Per un mondo migliore. Per la salvezza della mia razza. Quella islamica".

Diogene [portandosi una sigaretta alla bocca. Sta per accenderla. Poi, si ferma poiché l'accendino non funziona]: "Ehi c'hai un fiammifero?"
Proteo: "In questa arida terra non ne troverai. Qui non c'è spazio per cose futili… il fumare! Siamo qui per combattere, non per fare quelli seduti nei bar a bere e fumare. Qui non c'è spazio per ciò. Qui il dopobarba sa di napalm…"
Diogene: [ritraendosi] "Ti avevo chiesto solo un fiammifero… non la tua opinione su questo schifoso fango seccato, tanto da intravederne le crepe"
Proteo: "Svegliarsi col napalm sa di ottimismo. Sa di vittoria "
Diogene: "Credi che ci sia lo spazio per la vittoria"
Proteo: "Bruceremo chi si pone sulla nostra via. Annienteremo la loro virilità di soldati. Stermineremo i suoi vicini"
Diogene: "Sei troppo infervorato. Renditi conto: che abbiamo noi da spartirci con chi ci manda"
Proteo: [sbattendo Diogene contro la trincea e tenendo i visi a stretto contatto] "Che abbiamo? Schifoso reietto della società. Abbiamo tutto in comune. Una nazione…"
Diogene: "No…"
Proteo: "Una visione del mondo. Una religione. Un Dio. L'Unico Dio".
Diogene: "No…"
Proteo: "Ne conosci altri, ateo?"
Diogene: "Si…"
Proteo: "Come? Sei anche tu uno di quei dannati islamici che sono stati generati dal demonio contro il nostro Dio?"
Diogene: "No… è che non puoi, tu come uomo, dire di essere sempre nel giusto. "
Proteo: "Noi siamo i portatori della Verità. E fino all'ultima goccia di sangue…"
Diogene: "All'ultima goccia di sangue…?"
Proteo: "All'ultima goccia di sangue, la difenderò."
Diogene: "Sei un folle! Non pensi alla tua famiglia in questo tragico momento. Tu qui e lei a migliaia di chilometri da qui"
Proteo: "è perché la penso che sono qui a combattere"
Diogene: "Non risolveremo nulla in questo modo"
Proteo: "Risolveremo tutto. Aggiusteremo il mondo."
Diogene: "Credici, folle. Intanto io ho ricevuto il congedo [gli agita in faccia il foglietto] torno da dove sono arrivato. "
Proteo: "Pagherai amaramente l'aver tradito il Dio".
Diogene: "Io torno veramente a casa. Tieni, te la manda tua moglie" [gli passa una lettera].

La luce si sposta sulla seconda trincea. Anteo è appoggiato alla trincea verso l'avversario. Phlebas è orientato verso il pubblico e parla tra sé.
Anteo: "Attendere. Attendere. Non facciamo altro da quando siamo arrivati. Aspettiamo la mossa falsa. Aspettiamo che l'errore colga il nemico, prima che lui colga noi."
Phlebas: "Attendiamo. Da qui non si vede neppure la luna. È talmente profonda questa trincea che non si riesce a rimirare la luna. Qui, tutto è così silenzioso, riesci a sentire persino i respiri, ma la luce, quella manca."
Anteo: "Dio dammi la forza di combattere. Solo tu mi hai dato il dovere di uccidere il nemico. Solo tu mi hai chiamato a questa difficile missione. Solo tu, unico Dio. La loro bestemmia vivrà ancor poco. Attentati su attentati. "
Phlebas: "Chissà la mia famiglia dov'è. chissà che fa… senza me"
Anteo: "Washington. Madrid. Solo l'inizio della purificazione delle anime"
Phlebas: "Io, qui taccio"
Anteo: "Uno alla volta. Uno per volta. Ne colpisci uno, ne educhi una stirpe"
Phlebas: "Son qui per danaro. Non siamo volontari di Dio, come dicono, siamo disgraziati che stentano a vivere, nella speranza di portare il pane alla propria famiglia. Un giorno"
Anteo: "Ne educhi una intera generazione"
Phlebas: [girandosi verso Anteo] "Ma tu credi che, veramente, siamo qui per Dio. Per farne la sua gloria"
Anteo: [salendo di tono e sbattendo Phlebas contro la trincea] "Come osi dubitarne? Sei un… cristiano… un occidentale. "
Phlebas: "No…"
Anteo: "Una spia mandata da quei deicidi d'occidente?"
Phlebas: "No…"
Anteo: "Bestemmiatore. Ah! Le Sure del Corano, me lo avrebbero dovuto dire… "incontrerai il tuo nemico, esattamente al suo fianco e ti parrà essere pari tuo""
Phlebas: "No, ti sbagli"
Anteo: "Un nemico nel mio stesso sangue, nel sangue di Allah"
Phlebas: "No, come posso esserti nemico?"
Anteo: "Tu tradisci il sangue di Allah"
Phlebas: "Ma… non è vero."
Anteo: "Menti!"
Phlebas: "Credo in Allah e nell'Islam. Ci ho sempre creduto. Son nato con questa religione"
Anteo: "Menti!"
Phlebas: "E, visto che ci credo, con questa morirò"
Anteo: "Cerchi di recuperare?"
Phlebas: "No… ma morire non qui. Poiché qui muore Allah"
Anteo: "Taci!"
Phlebas: "Muore nella nostra cecità"
Anteo: "Taci!"
Phlebas: "Voglio morire da persona civile, attorno ai miei cari. Ai miei figli. Tu non ci pensi mai alla tua famiglia?"
Anteo: "Taci! Siamo qui per le nostre famiglie. È perché la penso così che sono qui a combattere "
Phlebas: "Non risolveremo nulla in questo modo"
Anteo: "Risolveremo tutto. Aggiusteremo il mondo."
Phlebas: "Credici, folle. Io attendo che finisca questa follia. Che tu incarni appieno"
Anteo: "Pagherai amaramente l'aver tradito il Dio".

Diogene raccoglie la sua roba e dopo aver guardato schifato Proteo, immobile verso la trincea nemica, se ne và. Anteo dorme e sogna Jenina che canta Wish you were here, quando Medea inizia a recitarne i versi in italiano. Proteo estrae la Lettera della moglie lasciatagli da Diogene. Escono, dal taglio nel telo, Medea e il Dottore e si mettono sulla sinistra e angolarmente rispetto alla scena. Proteo inizia a leggere.

Medea: [voce di background] "Ciao Caro, mi manchi molto. Attendo tue notizie, speranzosa che presto finisca tutto. Ho bisogno di vederti. Vivo nell'ansia di aspettare un giorno sempre di più in questa tragedia. Attendo, anzi attendiamo che tu ritorni presto. Il dottore dice che la maternità va bene, siamo ormai al sesto mese…"
Medea: [voce in scena] "Come va dottore, allora?"
Asclepio: "Bene, stia tranquilla. Vedrà che tutto procederà come è sinora proceduto. Tutti gli esami vanno in questa direzione. Ha bisogno di rilassarsi, di ricercare, appunto, la tranquillità. Ma il padre, dov'è?".

Medea abbassa lo sguardo, assieme al dottore, mentre si abbassa la luce su loro. Il dottore la conduce fuori scena ed esce lui.

Medea: [voce di background] "Il padre dov'è? Hai capito? Vivo nell'angosciosa attesa del tuo ritorno. Non dare a mio figlio un futuro senza padre, è quello che ha bisogno. Convivo con la paura di non riuscire a portare a termine questa gravidanza, non perché io no la voglia, ma perché temo che sia la mia persona che rigetterebbe un figlio senza padre. Non so caro, son confusa. Non so neppure perché ti scrivo queste cose… Torna presto, mi manca il tuo respiro sulla pelle…"

Jenina: "So, So you think you can tell…"
Medea: "Così, così pensi di distinguere l'inferno dal paradiso, i cieli azzurri dal dolore, puoi distinguere un prato verde da un freddo binario d'acciaio, un sorriso da una maschera, tu credi di saper distinguere ? Ti hanno fatto cambiare i tuoi eroi per fantasmi, ceneri calde per alberi, aria calda per brezza, freddo comfort per cambio hai scambiato un cammino ai margini della guerra per un ruolo di comando in una gabbia. Come vorrei, come vorrei che tu fossi qui, Siamo due anime perse che nuotano in una  vaschetta per pesci, anno dopo anno, correndo nello stesso vecchio cortile. Cosa abbiamo trovato? Gli stessi vecchi dispiaceri. Vorrei che tu fossi qui".

Proteo stringe la lettera ed accenna commozione. Poi inizia a parlare con tono rabbioso.
Proteo: "Prima si inizia, prima si finisce. Prima li stermino, prima torno a casa. Figlio mio, io ti devo quel che ora faccio. È per garantirti un futuro".

Si alza e carica l'arma con movimenti nevrotici. Phlebas esce dalla trincea, per vedere la luna. Rimane come se realtà d'attorno non esistesse. È un recitativo con la Luna

Musica: Clair de Lune di Debussy.
Phlebas: "Non chiudo mai del tutto
le tende, lascio
filtrare qualche raggio di luna
fino alle mie coltri...
                                  ... e sogno, sogno,
sogno il volo notturno che compierò
e non saranno vedute oniriche,
sentirò il respiro dell'aria sulla pelle
e mi librerò sempre più in alto
sino a quando l'altra luce non sorgerà...
                                                                ... ma'l volo
si fa solitario
e di quell'aria ne resta solo il freddo
patire dell'essere inumani,
cioè umani.

S'affretta il giorno
nel suo insorgere,
nel nostri riportarci al male
del reale,
dove tutto ha un colore
e la diffidenza
ritrova il suo ardo torpore...
                                             ... ah, l'infausta verità
di una giovinezza mai compiuta, sotto
le nostre dimenticanze, inosservanze!
Il volo, il volo, il volo!

Più saremo materia, meno saremo spirito,
passione, e le nostre ali fradice
dei nostri rancori e delle nostre
secrete grettezze...
                             ... sogno che un domani
la luna ci scalderà,
e ci permetterà nel buio
di essere liberi, la memoria,
di essere noi stessi,
di poter, fino all'ultima aria,
                                              ancora volare".

Proteo [nota che Phlebas è all'aperto a rimirare la luna. Butta fuori la testa ed il mitra ed inizia a sparare. Phlebas cade a terra morente]: "Muori!!"

Phlebas [cadendo]: "Ah… [porta la mano verso il cielo], Luna… Luna… Lù [spira]".
Anteo si ridesta dal sonno esce anche lui con la testa ed il mitra ed inizia a spararsi con Proteo.

Proteo: "Muori pure tu, Allah!"
Anteo: "Muori prima tu, Cristo!"

Entrambi urlano, gridandosi ripetutamente "muori" e sparando. Entrambi al settimo "muori" cadono all'indietro nella trincea feriti alla spallai portano entrambi contro la parete della trincea ed attendono le mosse avversarie.
Scende il buio.


Scena 5. La sordità dell'uomo.

Cresce una luce celeste. Torna in scena Teogonòs. Inizia una irruente musica che termina non appena inizia a parlare Teogonòs [Rimsky Korsakov]. Appare avvolto in una coperta bianca, cammina a stento, come se fosse malato. A tratti trema.

Teogonòs: "Eccomi, nella mia solitudine. Stupiti? Anche il Dio può provarla. Anche Dio può sentirsi frustrato nel vedere l'uomo, il figlio, che, invece di amarsi non fa nulla altro che uccidersi. Nel nome mio. Nel nome di Dio. Perché l'uomo non ascolta il padre suo. Perché dicono che io taccia. Io ho parlato, attraverso le scritture. Loro interpretano come vogliono. A loro uso e consumo. Ognuno dice ch'io sia il suo Dio. Ma di Dio ve n'è uno solo. Loro credono. Ma di Dio ve n'è uno solo. Che ama l'uomo, come tutte le creature dell'universo. Come è sempre stato e sempre sarà. Ma laggiù pare sia più grande questa distanza. Fanno atti contro Dio dicendo che son per Dio. Uccidono il proprio simile, facendolo per me. Quando mai vi ho detto di sterminarvi l'un l'altro? quando mai vi ho detto che son bianco e non nero. Che ho le vostre sembianze. Quando mai? Chi ha mai detto di rassomigliarmi, chi ha mai toccato il mio volto, ne ha carpito il profilo. Chi ha mai detto di avere un volto? Eccomi, quindi, qui. Venni, in voi, come essenza del bene e divenni, in voi, il mezzo e lo strumento del male. Figlio dell'uomo perché tradisci il tuo unico Dio? Perché ti lavi la coscienza con Dio, attribuisci a Lui i tuoi errori, le tue nefandezze umane, quotidiane? Io parlo. Se la parola perduta è perduta, se la parola spesa è spesa, se la parola non detta e non udita, è non udita e non detta; sempre è la parola non detta, il Verbo non udito, il Verbo senza parola, il Verbo nel mondo e per il mondo; e la luce brillò nelle tenebre e il mondo inquieto contro il Verbo ancora ruotava attorno  al centro del Verbo silenzioso. Eccomi solo, dimenticato, usato. Eccomi nella mia solitudine, in questo mio silenzio fatto di parole. Di discorsi, di esempi che non sono percepiti per la vostra troppa sordità. Non vedete la Luce dove essa sta, avete troppa foschia che annebbia i vostri pensieri e cercate, quindi, la luce altrove. Ogni giorno. Siete travolti dal male, dall'indifferenza, dall'inumanità. Siete il tradimento di Dio. Eccomi, a voi, com'è un vostro vecchio. Tremante perché ha urlato troppo. Infreddolito per la vostra mancanza di calore. Solo per la vostra tacita indifferenza. O mio popolo cosa ti ho fatto!".

Cade per terra ed inizia a piangere. Ed iniziano a sentirsi tuoni e lampi. Il suono cresce allo sfumare delle luci su Teogonòs. Cresce sino al divenire assordante col passaggio alla nuova scena.
Si ritorna con la luce sulla trincea, Dio sparisce dalla scena dopo che è sorto il buio.


Scena 6. Del fango.

Scoppia il temporale, il pianto di Dio. Proteo ed Anteo continuano ad insultarsi nonostante aumenta l'acqua. A poco a poco si accorgono di dover levarsi sempre più in alto sino all'uscire dalla trincea a vedersi l'un l'altro. Salgono con i mitra. Una volta fuori continuano a spararsi. Ma le armi piene di fango non riescono a sparare.

Proteo: "Muori!"
Anteo: "Muori!"

Si lanciano l'uno contro l'altro ed iniziano a picchiarsi con la sola mano sana. Non ci sono, però, le forze per continuare a picchiarsi. Continuano a gridarsi "muori". Poi iniziano i due Credo. [possibilità di prepararli in background] Le battute in corsivo sono gridate.

Proteo: Anteo:
· "Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del Cielo e della Terra di tutte le cose visibili ed invisibili.· Credo in solo Signore Gesù Cristo Unigenito figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti secoli: · "E' Allàh stesso il Quale rende testimonianza che non c'è divinità tranne Lui. Egli conosce di loro il passato ed il futuro,· mentre essi non sanno di Lui se non ciò che Egli ha voluto far sapere di Sé.
Perché mi odi?!
· Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero generato e non creato dalla stessa sostanza del Padre· per mezzo di lui tutte le cose sono state create per noi uomini, per la nostra salvezza discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo · Sia lode ad Allàh il Quale non ha preso figlio e non ha condominio nella Sua regalità.· Allàh è unico, Allàh è L'Eterno non generò ne Fu generato non c'è nessuno co-eguale a Lui.
Perché ti odio?!
· fu incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo. Fu crocefisso per noi sotto Ponzio Pilato· morì e fu sepolto e il terzo giorno è resuscitato secondo le scritture è salito al cielo e siede alla destra del padre. · Allàh è il Creatore di tutto ciò che esiste. Il Messaggio di tutti i Messaggeri è un messaggio unico.· Nessuno ha il diritto di essere adorato, tranne Allàh. Muhammad  è l'Apostolo di Allàh ed il Sigillo dei Profeti.
Perché ti devo uccidere?!
· E di nuovo verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti e il suo regno non avrà fine…" · Allàh, sia gloria a Lui l'Altissimo, il Re del giorno del Giudizio, celebrerà il giudizio universale. Non c'è né potenza né forza se non per volere di Allàh, l'Altissimo il Sublime!…"
Fratello!


Finito il grido dei Credo, il tentativo di Proteo ed Anteo di picchiarsi ancora si trasforma in un abbraccio.


Conclusione. A questo Dio.

Inizia la canzone Lucky man di ELP. Uno per volta, ogni  trenta secondi, escono dal telo tagliato i personaggi che si pongono dietro a Proteo ed Anteo che rimangono immobili nell'abbraccio. Teogonòs si rialza dove era caduto. Resta lì, immobile a vedere.
Si susseguono vorticosamente immagini sul telo con immagini di guerra, stragi, disperazione. L'ultima immagine è l'ecografia di un bambino al terzo mese, quale segno di speranza per il cambiamento, per il miglioramento che, però, è ancora lunge dal venire.
Con la fine della musica cala lieve il buio, lasciando in mostra l'ultima immagine. Intanto Teogonòs recita la Ballata della Speranza di David Maria Turoldo.

Teogònos: "Tempo del primo avvento
tempo del secondo avvento
sempre tempo d'avvento:
esistenza, condizione
d'esilio e di rimpianto.

Anche il grano attende
anche l'albero attende
attendono anche le pietre
tutta la creazione attende.

Tempo del concepimento
di un Dio che ha sempre da nascere.

(Quando per la donna è giunta la sua ora
è in grande pressura
ma poi tutta la sua tristezza
si muterà in gaudio
perché è nato al mondo un uomo.)

Questo è il vero lungo inverno del mondo:
Avvento, tempo del desiderio
tempo di nostalgia e ricordi
(paradiso lontano e impossibile!)
Avvento, tempo di solitudine
e tenerezza e speranza.
Oh, se sperassimo tutti insieme
tutti la stessa speranza
e intensamente
ferocemente sperassimo
sperassimo con le pietre
e gli alberi e il grano sotto la neve
e gridassimo con la carne e il sangue
con gli occhi e le mani e il sangue;
sperassimo con tutte le viscere
con tutta la mente e il cuore
Lui solo sperassimo;
oh se sperassimo tutti insieme
con tutte le cose
sperassimo Lui solamente
desiderio dell'intera creazione;
e sperassimo con tutti i disperati
con tutti i carcerati
come i minatori quando escono
dalle viscere della terra,
sperassimo con la forza cieca
del morente che non vuol morire,
come l'innocente dopo il processo
in attesa della sentenza,
oppure con il condannato
avanti il plotone d'esecuzione
sicuro che i fucili non spareranno;
se sperassimo come l'amante
che ha l'amore lontano
e tutti insieme sperassimo,
a un punto solo
tutta la terra uomini
e ogni essere vivente
sperasse con noi
e foreste e fiumi e oceani,
la terra fosse un solo
oceano di speranza
e la speranza avesse una voce sola
un boato come quello del mare,
e tutti i fanciulli e quanti
non hanno favella
per prodigio
a un punto convenuto
tutti insieme
affamati malati disperati,
e quanti non hanno fede
ma ugualmente abbiano speranza
e con noi gridassero
astri e pietre,
purché di nuovo un silenzio altissimo
- il silenzio delle origini -
prima fasci la terra intera
e la notte sia al suo vertice;
quando ormai ogni motore riposi
e sia ucciso ogni rumore
ogni parola uccisa
- finito questo vaniloquio! -
e un silenzio mai prima udito
(anche il vento faccia silenzio
anche il mare abbia un attimo di silenzio,
un attimo che sarà la sospensione del mondo),
quando si farà questo
disperato silenzio
e stringerà il cuore della terra
e noi finalmente in quell'attimo dicessimo
quest'unica parola
perché delusi di ogni altra attesa
disperati di ogni altra speranza,
quando appunto così disperati
sperassimo e urlassimo
(ma tutti insieme
e a quel punto convenuti)
certi che non vale chiedere più nulla
ma solo quella cosa
allora appunto urlassimo
in nome di tutto il creato
(ma tutti insieme e a quel punto)
VIENI VIENI VIENI, Signore
vieni da qualunque parte del cielo
o degli abissi della terra
o dalle profondità di noi stessi
(ciò non importa) ma vieni,
urlassimo solo: VIENI!

Allora come il lam po guizza dall'oriente
fino all'occidente così sarà la sua venuta
e cavalcherà sulle nubi;
e il mare uscirà dai suoi confini
e il sole più non darà la sua luce
né la luna il suo chiarore
e le stelle cadranno fulminate
saranno scosse le potenze dei cieli.

E lo Spirito e la sposa dicano: Vieni!
e chi ascolta dica: vieni!
e chi ha sete venga
chi vuole attinga acqua di vita
per bagnarsi le labbra
e continuare a gridare: vieni!

Allora Egli non avrà neppure da dire
eccomi, vengo - perché già viene.

E così! Vieni Signore,
vieni nella nostra notte,
questa altissima notte
la lunga invincibile notte,
e questo silenzio del mondo
dove solo questa parola sia udita;
e neppure un fratello
conosce il volto del fratello
tanta è fitta la tenebra;
ma solo questa voce
quest'unica voce
questa sola voce si oda:

VIENI VIENI VIENI, Signore!
- Allora tutto si riaccenderà
alla sua luce
e il cielo di prima
e la terra di prima
son sono più
e non ci sarà più né lutto
né grido di dolore
perché le cose di prima passarono
e sarà tersa ogni lacrima dai nostri occhi
perché anche la morte non sarà più.
E una nuova città scenderà dal cielo
bella come una sposa
per la notte d'amore
(non più questi termitai
non più catene dolomitiche
di grattacieli
non più urli di sirene
non più guardie
a presiedere le porte
non più selve di ciminiere).

- Allora il nostro stesso desiderio
avrà bruciato tutte le cose di prima
e la terra arderà dentro un unico incendio
e anche i cieli bruceranno
in quest'unico incendio
e anche noi, gli uomini,
saremo in quest'unico incendio
e invece di incenerire usciremo
nuovi come zaffiri
e avremo occhi di topazio:

quando appunto Egli dirà
"ecco, già nuove sono fatte tutte le cose"

allora canteremo
allora ameremo
allora allora..."

Fine.




permalink | inviato da il 8/7/2005 alle 10:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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