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  icaroflyon La Verità non è una pietra preziosa,che si possa mettere in tasca e portare via con se. E' un mare immenso nel quale sprofondare» (Musil, L'uomo senza qualità)
 
Geopolitica
 













Anna ed Io

Ego scriptor








All together

I was alone in my bed


and I couldn't understand
what I will do in my life
cause it was out of sight.

I don't know what I can do
I don't know what I will do
and my life stay on the reef
of exclusion of the soul.
I can't perceive my low arms
paralysed by frailties things,
and my brain decline with others
amassed in the culture conformism.
I don't know what I can do
I don't know what I will do
and my life stay on the reef
of exclusion of the soul, but…
All together, we can see
our dreams and not a reef.
All together, me and you
We can do, all we want to do.
All together, we can live
our dreams of humanity.
All together, we can built
the peaceful world of dreams.
All together, we can see
our dreams and not a reef.
All together, me and you
We can do, all we want to do.
I was alone in the bad
of  baby-killers full armed
in a world bursting of war,
and in all faces, wasn't love…
I don't know what I can do
I don't know what I will do
and the world stay on a reef
by defiance of international law, but…
All together, we can see
our dreams and not a reef.
All together, me and you
We can do, all we want to do.
All together, we can live
our dreams of humanity.
All together, we can built
the peaceful world of dreams.
All together, we can see
our dreams and not a reef.
All together, me and you
We can do, all we want to do...
_


Tomorrow is best than today
Tomorrow come from our brain
Tomorrow is best than today
Tomorrow we're living on way
Tomorrow is best than today
 
 



La canzone popolare

Alzati che si sta alzando la canzone popolare

se c'e' qualcosa da dire ancora, se c'e' qualcosa da fare
alzati che si sta alzando la canzone popolare
se c'e' qualcosa da dire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da imparare ancora, ce lo dirà
sono io oppure sei tu, che hanno mandato più lontano
per poi giocargli il ritorno sempre all'ultima mano
e sono io oppure sei tu, chi ha sbagliato più forte
che per avere tutto il mondo fra le braccia
ci si e' trovato anche la morte
sono io oppure sei tu, ma sono io oppure sei tu
alzati che si sta alzando la canzone popolare
se c'e' qualcosa da dire ancora, se c'e' qualcosa da fare
alzati che si sta alzando la canzone popolare
se c'e' qualcosa da capire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da imparare ancora, ce lo dirà
sono io oppure sei tu la donna che ha lottato tanto
perché il brillare naturale dei suoi occhi
non lo scambiassero per pianto
e invece io lo vedi da te, arrivo sempre l'indomani
e ti busso alla porta ancora e poi ti cerco con le mani
sono io, lo vedi da te, mi riconosci, lo vedi da te
alzati che sta passando la canzone popolare
sono io, sono proprio io,
che non mi guardo più allo specchio
per  non vedere le mie mani più veloci,
ne' il mio vestito  più vecchio
e prendiamola fra le braccia questa vita danzante
questi pezzi di amore caro, quest'esistenza tremante
che sono io e che sei anche tu, che sono io e che sei anche tu
alzati che si sta alzando la canzone popolare
alzati che sta passando la canzone popolare

se c'e' qualcosa da dire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da capire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da chiarire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da cantare ancora, si capirà.




Ballata della Speranza


David Maria Turoldo

Tempo del primo avvento


tempo del secondo avvento
sempre tempo d'avvento:
esistenza, condizione
d'esilio e di rimpianto.
Anche il grano attende
anche l'albero attende
attendono anche le pietre
tutta la creazione attende.
Tempo del concepimento
di un Dio che ha sempre da nascere.
(Quando per la donna è giunta la sua ora 
è in grande pressura
ma poi tutta la sua tristezza
si muterà in gaudio
perché è nato al mondo un uomo.)
Questo è il vero lungo inverno del mondo:
Avvento, tempo del desiderio
tempo di nostalgia e ricordi
(paradiso lontano e impossibile!)
Avvento, tempo di solitudine
e tenerezza e speranza.
Oh, se sperassimo tutti insieme
tutti la stessa speranza
e intensamente
ferocemente sperassimo
sperassimo con le pietre
e gli alberi e il grano sotto la neve
e gridassimo con la carne e il sangue
con gli occhi e le mani e il sangue;
sperassimo con tutte le viscere
con tutta la mente e il cuore
Lui solo sperassimo;
oh se sperassimo tutti insieme
con tutte le cose
sperassimo Lui solamente
desiderio dell'intera creazione;
e sperassimo con tutti i disperati
con tutti i carcerati
come i minatori quando escono
dalle viscere della terra,
sperassimo con la forza cieca
del morente che non vuol morire,
come l'innocente dopo il processo
in attesa della sentenza,
oppure con il condannato
avanti il plotone d'esecuzione
sicuro che i fucili non spareranno;
se sperassimo come l'amante
che ha l'amore lontano
e tutti insieme sperassimo,
a un punto solo
tutta la terra uomini
e ogni essere vivente
sperasse con noi
e foreste e fiumi e oceani,
la terra fosse un solo
oceano di speranza
e la speranza avesse una voce sola
un boato come quello del mare,
e tutti i fanciulli e quanti
non hanno favella
per prodigio
a un punto convenuto
tutti insieme
affamati malati disperati,
e quanti non hanno fede
ma ugualmente abbiano speranza
e con noi gridassero
astri e pietre,
purché di nuovo un silenzio altissimo
- il silenzio delle origini -
prima fasci la terra intera
e la notte sia al suo vertice;
quando ormai ogni motore riposi
e sia ucciso ogni rumore
ogni parola uccisa
- finito questo vaniloquio! -
e un silenzio mai prima udito
(anche il vento faccia silenzio
anche il mare abbia un attimo di silenzio,
un attimo che sarà la sospensione del mondo),
quando si farà questo
disperato silenzio
e stringerà il cuore della terra
e noi finalmente in quell'attimo dicessimo
quest'unica parola
perché delusi di ogni altra attesa
disperati di ogni altra speranza,
quando appunto così disperati
sperassimo e urlassimo
(ma tutti insieme
e a quel punto convenuti)
certi che non vale chiedere più nulla
ma solo quella cosa
allora appunto urlassimo
in nome di tutto il creato
(ma tutti insieme e a quel punto)
VIENI VIENI VIENI, Signore
vieni da qualunque parte del cielo
o degli abissi della terra
o dalle profondità di noi stessi
(ciò non importa) ma vieni,
urlassimo solo: VIENI!
Allora come il lampo guizza dall'oriente
fino all'occidente così sarà la sua venuta
e cavalcherà sulle nubi;
e il mare uscirà dai suoi confini
e il sole più non darà la sua luce
né la luna il suo chiarore
e le stelle cadranno fulminate
saranno scosse le potenze dei cieli.
E lo Spirito e la sposa dicano: Vieni!
e chi ascolta dica: vieni!
e chi ha sete venga
chi vuole attinga acqua di vita
per bagnarsi le labbra
e continuare a gridare: vieni!
Allora Egli non avrà neppure da dire
eccomi, vengo - perché già viene.
E così! Vieni Signore Gesù,
vieni nella nostra notte,
questa altissima notte
la lunga invincibile notte,
e questo silenzio del mondo
dove solo questa parola sia udita;
e neppure un fratello
conosce il volto del fratello
tanta è fitta la tenebra;
ma solo questa voce
quest'unica voce
questa sola voce si oda:
VIENI VIENI VIENI, Signore!
- Allora tutto si riaccenderà
alla sua luce
e il cielo di prima
e la terra di prima
son sono più
e non ci sarà più né lutto
né grido di dolore
perché le cose di prima passarono
e sarà tersa ogni lacrima dai nostri occhi
perché anche la morte non sarà più.
E una nuova città scenderà dal cielo
bella come una sposa
per la notte d'amore
(non più questi termitai
non più catene dolomitiche
di grattacieli
non più urli di sirene
non più guardie
a presiedere le porte
non più selve di ciminiere).
- Allora il nostro stesso desiderio
avrà bruciato tutte le cose di prima
e la terra arderà dentro un unico incendio
e anche i cieli bruceranno
in quest'unico incendio
e anche noi, gli uomini,
saremo in quest'unico incendio
e invece di incenerire usciremo
nuovi come zaffiri
e avremo occhi di topazio:
quando appunto Egli dirà
"ecco, già nuove sono fatte tutte le cose"
allora canteremo
allora ameremo
allora allora...

I Limoni
Eugenio Montale

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantanoi ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli 
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose 
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo 
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.



Sogna Ragazzo Sogna
Roberto Vechioni


E ti diranno parole rosse come il sangue, nere come la notte;
ma non è vero, ragazzo, che la ragione sta sempre col più forte:
io conosco poeti che spostano i fiumi con il pensiero,
e naviganti infiniti che sanno parlare con il cielo.

Chiudi gli occhi, ragazzo, e credi solo a quel che vedi dentro;
stringi i pugni, ragazzo, non lasciargliela vinta neanche un momento;
copri l'amore, ragazzo, ma non nasconderlo sotto il mantello:
a volte passa qualcuno, a volte c'è qualcuno che deve vederlo.


Sogna, ragazzo, sogna quando sale il vento nelle vie del cuore,
quando un uomo vive per le sue parole o non vive più;
sogna, ragazzo, sogna, non lasciarlo solo contro questo mondo,
non lasciarlo andare, sogna fino in fondo, fallo pure tu ...


Sogna, ragazzo, sogna quando cala il vento ma non è finita,
quando muore un uomo per la stessa vita che sognavi tu;
sogna, ragazzo, sogna, non cambiare un verso della tua canzone
non lasciare un treno fermo alla stazione, non fermarti tu...


Lasciali dire che al mondo quelli come te perderanno sempre:
perchè hai già vinto, lo giuro, e non ti possono fare più niente;
passa ogni tanto la mano su un viso di donna, passaci le dita:
nessun regno è più grande di questa piccola cosa che è la vita.

E la vita è così forte che attraversa i muri per farsi vedere;
la vita è così vera che sembra impossibile doverla lasciare
la vita è così grande che quando sarai sul punto di morire,
pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire

Sogna, ragazzo, sogna, quando lei si volta, quando lei non torna.
quando il solo passo che fermava il cuore non lo senti più:
sogna, ragazzo, sogna, passeranno i giorni, passerà 1'amore,
passeran le notti, finirà il dolore, sarai sempre tu.

Sogna, ragazzo, sogna, piccolo ragazzo nella mia memoria.
tante volte tanti dentro questa storia: non vi conto più;
sogna, ragazzo, sogna, ti ho lasciato un foglio sulla scrivania.
manca solo un verso a quella poesia, puoi finirla tu.


Ciao Amore Ciao
Luigi Tenco

 

La solita strada, bianca come il sale
il grano da crescere, i campi da arare.
Guardare ogni giorno
se piove o c'e' il sole,
per saper se domani
si vive o si muore
e un bel giorno dire basta e andare via.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Andare via lontano
a cercare un altro mondo
dire addio al cortile,
andarsene sognando.
E poi mille strade grigie come il fumo
in un mondo di luci sentirsi nessuno.
Saltare cent'anni in un giorno solo,
dai carri dei campi
agli aerei nel cielo.
E non capirci niente e aver voglia di tornare da te.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Non saper fare niente in un mondo che sa tutto
e non avere un soldo nemmeno per tornare.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.


Notte prima degli esami
Antonello Venditti

 

Io mi ricordo, quattro ragazzi con la chitarra
e un pianoforte sulla spalla.
Come pini di Roma, la vita non li spezza,
questa notte è ancora nostra.
Come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati?
Le bombe delle sei non fanno male,
è solo il giorno che muore, è solo il giorno che muore.
Gli esami sono vicini, e tu sei troppo lontana dalla mia stanza.
Tuo padre sembra Dante e tuo fratello Ariosto,
stasera al solito posto, la luna sembra strana
sarà che non ti vedo da una settimana.
Maturità ti avessi preso prima,
le mie mani sul tuo seno, è fitto il tuo mistero.
Il tuo peccato è originale come i tuoi calzoni americani,
non fermare ti prego le mie mani
sulle tue cosce tese chiuse come le chiese,
quando ti vuoi confessare.
Notte prima degli esami, notte di polizia
certo qualcuno te lo sei portato via.
Notte di mamma e di papà col biberon in mano,
notte di nonno alla finestra, ma questa notte è ancora nostra.
Notte di giovani attori, di pizze fredde e di calzoni,
notte di sogni, di coppe e di campioni.
Notte di lacrime e preghiere,
la matematica non sarà mai il mio mestiere.
E gli aerei volano in alto tra New York e Mosca,
ma questa notte è ancora nostra, Claudia non tremare
non ti posso far male, se l'amore è amore.
Si accendono le luci qui sul palco
ma quanti amici intorno, mi viene voglia di cantare.
Forse cambiati, certo un po' diversi
ma con la voglia ancora di cambiare,
se l'amore è amore, se l'amore è amore,
se l'amore è amore, se l'amore è amore,
se l'amore è amore.


I migliori anni della nostra vita
Renato Zero

 

Penso che ogni giorno sia come una pesca miracolosa
e che bello pescare sospesi su di una soffice nuvola rosa
tu come un gentiluomo
ed io come una sposa
mentre fuori dalla finestra
si alza in volo soltanto la polvere,
c'è aria di tempesta.
Sarà che noi due
siamo di un altro lontanissimo pianeta
ma il mondo da qui sembra soltanto una botola segreta
tutti vogliono tutto per poi accorgersi
che è niente,
noi non faremo come l'altra gente
questi sono e resteranno per sempre
i migliori anni della nostra vita
i migliori anni della nostra vita,
stringimi forte che nessuna notte è infinita,
i migliori anni della nostra vita

Coro: I migliori anni della nostra vita
i migliori anni della nostra vita

Stringimi forte che nessuna notte è infinita
i migliori anni della nostra vita.

Penso che è stupendo restare al buio abbracciati e nudi
come pugili dopo un incontro
come gli ultimi sopravvissuti,
forse un giorno scopriremo
che non ci siamo mai perduti
e che tutta quella tristezza
in realtà non è mai esistita.
I migliori anni della nostra vita
i migliori anni della nostra vita,
stringimi forte che nessuna notte è infinita,
i migliori anni della nostra vita.

Coro: I migliori anni della nostra vita
i migliori anni della nostra vita

Stringimi forte che nessuna notte è infinita
i migliori anni della nostra vita.


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9 ottobre 2008

Usa, i sette errori del capitalismo. Eccesso di debito, mutui, innovazioni finanziarie Il doppio via libera alle banche d'investimento

Martedì 7 ottobre 2008, mentre il governo britannico vara aiuti straordinari per 50 miliardi di sterline alle banche in caduta libera al London Stock Exchange, da Lisbona arriva la notizia che il Banco Best offre un interesse speciale dell’8% sui depositi a chi indovinerà il nome del futuro presidente degli Stati Uniti. Sembra una stranezza e invece segnala l’attesa dell’unica novità capace di proporre nuovi rimedi ai sette eccessi del capitalismo contemporaneo e, forse, di far cambiare idea al capo economista del Financial Times, Martin Wolf, che scrive: «Stiamo assistendo alla disintegrazione del sistema finanziario».

La locomotiva del debito
L’eccesso di debito è il peccato globale. Al 30 giugno 2008, il debito aggregato degli Stati Uniti (famiglie, imprese, banche e pubbliche amministrazioni) supera i 51mila miliardi di dollari a fronte di un prodotto interno lordo di 14 mila miliardi. The Economist aggiunge che l’incidenza percentuale del debito aggregato sul Pil americano, ora pari al 358%, è raddoppiata rispetto agli anni Cinquanta e Sessanta ed è superiore perfino a quella della Grande Depressione. Il segreto della crescita della Corporate America è il debito che finanzia soprattutto i consumi. Che abbia copiato dall'Italia da bere degli anni Ottanta? Come ha notato Marco Fortis sul Foglio, i salvataggi ai quali è ora obbligato il governo Usa si mangiano tutto il vantaggio che l’economia americana aveva mostrato negli ultimi 4-5 anni rispetto a quella europea. E quando il granello di sabbia delle insolvenze dei subprime si è infilato nell’ingranaggio, il motore si è fermato. L’Italia è cresciuta meno, ma ha un debito globale che è pari a due volte il Pil. Ed è una provincia debole di Eurolandia. Qual è il sistema più sano?

La centralità della finanza
Alla crescita del debito il contributo maggiore l’hanno dato i mutui immobiliari e il settore finanziario (Martin Wolf, Paulson’s plan was not a true solution to the crisis, Financial Times, 23 settembre 2008). L’esposizione della finanza è passata da 21% del Pil, nel 1980, al 116% nel 2007. Del resto, la finanza ha dato una spinta crescente ai profitti. Tra il 1946 e il 1950, procurava il 9,5% degli utili. Nel 2002 è arrivata al 45% per riaggiustarsi a un comunque rotondo 33% nel 2006 non tanto per un suo calo quanto per la crescita degli altri settori (Ronald Dore, Financialization of the Global Economy, prossima pubblicazione). Quando i tassi d’interesse sono decrescenti, e in certi periodi addirittura negativi se depurati dall’inflazione e dai risparmi fiscali, il debito «costa» assai meno del capitale, al quale andrebbe riconosciuto il rendimento dei titoli di Stato più un premio al rischio. Conviene dunque ricorrere il più possibile al denaro degli altri. Usando il debito come leva, si ottiene il duplice effetto di aumentare a dismisura il rendimento dei capitali propri impiegati e di moltiplicare le attività. La scoperta, a dire il vero, non è recente. Già nel 1913 il futuro giudice della Corte Suprema, Louis Brandeis, ne faceva oggetto di una critica radicale. Ma allora come oggi ci è voluta una Grande Crisi per capire che i debiti hanno un costo certo mentre al capitale può anche essere negato il dividendo, e che i debiti fatti per consumare facendo il passo più lungo della gamba hanno una qualità inferiore a quelli accesi per lavorare e produrre reddito. Nel primo caso, l’insolvenza è dietro l’angolo. Ma per anni e anni si è pensato che questo fosse un rischio del passato.

Il mito dell’innovazione finanziaria
Il primo Cdo (Collateralized debt obligation) risale al 1987. Da allora è stata una fioritura senza fine di innovazioni finanziarie che hanno fatto credere ai loro inventori, matematici privi di filosofia benché talvolta premiati con il Nobel, come Merton e Scholes, di aver trovato la pietra filosofale del secolo XX. Costoro hanno studiato complicati algoritmi in base ai quali costruire portafogli immunizzati, e cioè esposti a un rischio complessivo inferiore a quello dei singoli titoli che racchiudono. I modelli matematici giocano su tre fattori: la diversificazione dei titoli, la scarsa correlazione dei rischi relativi e la diversità delle scadenze che consente di articolare nel tempo i flussi di cassa. Gli innovatori hanno creduto di poter elevare così il rendimento del capitale investito in queste strutture sintetiche senza elevare in proporzione il rischio. I banchieri ci hanno creduto volentieri. Le banche maggiori hanno ridotto gli impieghi classici e si sono imbottite di questi strumenti. Confidando sugli algoritmi, non hanno di pari passo irrobustito il patrimonio. Anzi.Ma i rischi si possono spostare, non cancellare. E al dunque ritornano. A spese loro e soprattutto degli altri, i banchieri possono rimeditare gli studi classici: chi sfida la legge divina pecca di hybris e diventa vittima dello phronos zeon, l’ira degli dei.

L'esaltazione del Roe
La fede nell’illimitata sostenibilità del debito ha alimentato l’attesa di ritorni sempre più alti sul capitale investito dai soci (Roe, return on equity). Negli ultimi 11 anni, le società del S&P 500 Index hanno distribuito agli azionisti, sotto forma di dividendi e acquisti di azioni proprie, ben 4200 miliardi di dollari. Ben 22 delle prime 50 principali società hanno distribuito più dell’utile e altre 8 tra il 90 e il 99% delmedesimo (William Lazonick, The Quest of Shareholder Value, settembre 2008). Un autentico saccheggio delle imprese che, in molti casi, avevano goduto di varie forme di sussidio statale. Un’operazione che ha indebolito la propensione all’investimento, come nel caso della Exxon, e alla spesa in ricerca e sviluppo, come nel caso della Microsoft e delle altre imprese high tech, che hanno investito nella riduzione del capitale, addirittura indebitandosi, multipli di quanto hanno speso nei laboratori. Tra le 50 imprese che più si sono distinte in quest’opera di autodistruzione spiccano tutte e cinque investment banks di Wall Street, le due prime banche commerciali d’America e Fannie Mae (Freddie Mac è al 53esimo posto). Nel periodo 2000-2007 queste otto banche hanno speso 174 miliardi di dollari per ridurre il proprio capitale. Potremmo dire: un gigantesco insider trading legalizzato il più delle volte a sostegno dei corsi azionari nei periodi di esercizio delle stock options da parte dei manager. Non l’avessero fatto, oggi le banche d’investimento sarebbero ancora su piazza.

L’estremismo della deregulation
Gli eccessi delle banche d’investimento sono stati possibili perché il Congresso e il Senato hanno abolito nel 1999, con decisione bipartigiana, il Glass Steagall Act che dagli anni Trenta vietava la commistione tra banche commerciali e banche d’affari e d’investimento. E poi perché nel 2001, una volta ottenuta la sorveglianza delle banche non commerciali, la Sec guidata dal repubblicano Christopher Cox ha concesso alle big five di Wall Street il diritto di autoregolare i propri rischi. Il ricorso al debito si è fatto così sempre più imponente: prima ci voleva un dollaro di capitale per ogni 6-7 di investimento, poi lo stesso dollaro bastava per 30-40. L’autoregolazione ha pure consentito alle banche di tenere fuori bilancio entità da esse stesse promosse e finanziate allo scopo di acquistare titoli variamente innovativi nel presupposto che era loro interesse vagliare la serietà del creditore. Queste tre scelte non sono errori, ma decisioni politiche esaltate come segno di modernità da stuoli di economisti che non si pongono mai il problema dei conflitti d’interesse impliciti nell’accumularsi dei mestieri. Regolare dopo aver deregolato non è facile, specialmente se a farlo sono le stesse persone.

Il breve termine
La deregolazione per favorire l’incessante negoziazione dei titoli ha sempre più focalizzato la gestione delle imprese sul breve termine. È stato coniato perfino un neologismo anglicizzante: shortermismo. Naturalmente tutti i top manager negano di essere shortermisti: la cosa parrebbe gretta e poco lungimirante. Ma con le relazioni trimestrali sulla base delle quali, a Wall Street, si erogano i dividendi e si riconsiderano i «fondamentali » del titolo e con i principi contabili basati sul fair value e sul mark to market (il valore al quale si può compravendere un bene e le quotazioni correnti) gli andamenti a breve termine condizionano come mai in passato. E poiché è chiaro il loro effetto pro ciclico, i gerenti sono incentivati a fare tutto quanto può far salire domani il titolo al quale sono legati i propri compensi. Nel 1864 il banchiere Rothschild discuteva con il ministro Minghetti delle disastrate finanze del Regno d’Italia avendo come orizzonte gli anni. I suoi epigoni americani hanno per orizzonte i giorni e parlano con i loro simili, via computer, 24 ore su 24. Ai primi serviva sapere di economia certo, ma anche di politica e cultura. Ai secondi bastano i modelli matematici. La professione del banchiere si è impoverita. Ma il banchiere è diventato più ricco. E con lui tutto il ceto dei capi-azienda.

La diseguaglianza
Legare in modo meccanico e crescente le remunerazioni dei top manager al rendimento del capitale ha accresciuto le diseguaglianze. Tra i capi delle imprese dello S&P 500 Index, il guadagno da stock options è salito da una media pro capite di 3,5 milioni di dollari del 1992 a un picco di 14,8 milioni nel 2000 per assestarsi sugli 8,7milioni nel 2003. Nell’illuminata Ibm i guadagni da stock options dei 5 primi dirigenti sono stati pari a 689 volte quello del dipendente medio. Più in generale il rapporto tra la paga media degli amministratori delegati delle maggiori imprese americane e quella dei dipendenti è volato dalle 42 volte del 1980 alle 107 volte del 1990 fino al record di 525 volte del 2000 per scendere a 364 volte nel 2006. Dietro la durezza con la quale i membri del Congresso interrogavano il banchiere Dick Fuld della Lehman Brothers c’è la consapevolezza che questo gioco non è più accettabile per il cittadinomedio americano la cui ricchezza netta, già minore di quella del cittadino medio italiano, sta in buona parte evaporando legata com’è alla Borsa. Ma è inutile chiedere al bancarottiere, come pure si è fatto, quali dovrebbero essere le regole per rimediare. Lo dovrà dire il nuovo presidente degli stati Uniti.

Massimo Mucchetti




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13 febbraio 2008

Afghanistan, morto soldato italiano. Un militare è stato ucciso in uno scontro a 60 km da Kabul, un altro è rimasto ferito in modo lieve

 


KABUL - Un militare italiano, il maresciallo Giovanni Pezzullo, del «Cimic Group South», di Motta di Livenza, è stato ucciso in uno scontro a fuoco avvenuto a circa 60 chilometri da Kabul, nella località di Rudbar. Un altro soldato è rimasto ferito. Lo ha annunciato lo Stato maggiore della Difesa.

SCONTRO A FUOCO - «Nel pomeriggio di mercoledì alle ore 15.00 locali (11.30 ora italiana) nella valle di Uzeebin, nei pressi della località di Rudbar, nella zona di responsabilità italiana a circa 60 km della capitale Kabul, militari italiani della Task Force Surobi, in attività di cooperazione civile e militare e sostegno sanitario alla popolazione, sono stati fatti segno di alcuni colpi di arma da fuoco portatili da parte di elementi armati ostili a cui i militari italiani hanno risposto», dice la nota. «A seguito dello scontro è deceduto un militare italiano mentre un secondo risulta leggermente ferito». Lo Stato maggiore poi rende noto che «è in corso l'evacuazione medica presso l'ospedale militare francese a Camp Warehouse a Kabul».

ARMI PORTATILI - I due militari, entrambi dell'Esercito, sono rimasti dunque coinvolti in un attacco con armi da fuoco portatili mentre stavano svolgendo una missione nel distretto di Uzeebin, a circa 60 chilometri da Kabul. Massimo Fogari, portavoce Stato maggiore della Difesa, ha confermato la ricostruzione dell’accaduto, ma non ha chiarito se si sia trattato di un attacco di tipo terroristico.

OLTRE DUECENTO SOLDATI UCCISI - nel corso del 2007 più di 200 soldati stranieri sono stati uccisi in Afghanistan, mentre dall'inizio dell'anno il bilancio è già di 13 militari morti. Prima del maresciallo, erano stati uccisi in Afghanistan altri undici militari italiani.

COLPITO ALL'IMPROVVISO - «Il nostro militare era impegnato in una delle missioni caratteristiche che si fanno in Afghanistan, cioè quella di porre sotto controllo la ricostruzione della società civile», ha commentato il presidente del Consiglio uscente, Romano Prodi, a margine di una commemorazione. «Purtroppo è stato colpito improvvisamente, proditoriamente, cioè non è stata una battaglia, è stato colpito mentre esercitava questa funzione», ha aggiunto. L'Italia ha circa 2.200 militari in Afghanistan nelle zone sotto la propria responsabilità, Kabul e la regione ovest.




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29 dicembre 2007

STUDENTI E MILITARI. A Princeton in mimetica per laurearsi in eroismo MAURIZIO VIROLI

PRINCETON (New Jersey). A volte li vedi nel campus con la loro divisa mimetica da lavoro, cappellino, anfibi, libri sottobraccio, camminare di passo svelto per andare a lezione. In classe, anche se non vestono la divisa, li riconosci facilmente. Siedono composti, arrivano sempre puntuali, parlano a proposito e senza cercare di mettersi in mostra, sono molto più preparati degli altri studenti. Oltre ad essere studenti, sono cadetti della Rotc (Recruitement Officer Training Corp), detto anche il Tiger Battalion perché la tigre è simbolo dell'Università di Princeton. Dopo il College, ottenuto il diploma, prestano solenne giuramento nell'aula del Senato Accademico e diventano tenenti dell'esercito degli Stati Uniti. Devono servire per quattro anni in unità attive e quattro nella riserva.

L'Iraq o l'Afghanistan sono le destinazioni molto probabili. Forse proprio a causa della guerra, il numero dei ragazzi e delle ragazze che scelgono di entrare nel Rotc diminuisce di anno in anno, sia a Princeton, dove sono in tutto 17, sia nelle altre università. Ma la guerra non è la sola ragione, secondo il tenente colonnello Tim Brown, il loro istruttore, un texano dagli occhi chiari, statura da giocatore di pallacanestro e modi corretti da soldato gentiluomo. Forse dipende anche dal fatto che l'economia è in generale in buono stato e non mancano opportunità di lavoro. Ma a suo giudizio è l'idea stessa del servire la patria in armi che non parla più ai giovani. Solo il 5 per cento degli americani serve in una forma o nell'altra nell'esercito. I genitori dei giovani che entrano ora all'università, tranne poche eccezioni, non hanno mai vestito la divisa.

Quali che siano le cause, è un fatto incontestabile che l'idea repubblicana che essere cittadino comporta il dovere di servire in armi è sentita come un principio dei tempi passati. Stephen Hammer, Katrine Johns, Nathan Plough e George Puryear, i quattro cadetti che hanno accettato di parlare della loro esperienza nel loro piccolo quartier generale all'estremo Sud del campus, sono perfettamente consapevoli che la loro scelta li rende diversi dai loro coetanei. Tranne pochi episodi di ostilità da parte di professori - «Ma perché perdi il tuo tempo per Bush e per andare a morire in Iraq?», si è sentito dire un cadetto - gli altri studenti li trattano con rispetto, ma con freddezza. Non capiscono le ragioni della loro scelta. I cadetti hanno tutte le qualità per fare bene a Princeton e trovare poi un lavoro che li coprirà di soldi. Invece diventeranno, per almeno otto anni, soldati.

Qualche loro compagno si intrattiene a discutere con loro, ma alla fine della conversazione il commento che più spesso ricevono è: «È giusto che tu lo faccia, ma io non lo farei mai». Invece di avvilirli, lo scetticismo degli altri studenti li rafforza nelle loro convinzioni. Senza boria né retorica, pesando ogni parola, spiegano le motivazioni che li hanno spinti ad entrare nella Rotc. Uno di loro rivela che ha sempre pensato che fosse un suo dovere di cittadino servire nell'esercito, per i valori che l'esercito esprime. Ms. Johns racconta che ha frequentato una scuola superiore militare ed è cresciuta insieme a veterani dell'esercito in pensione. Da loro ha tratto la convinzione che nell'esercito puoi servire principi che sono più grandi della tua vita individuale; puoi essere un leader e aiutare i soldati che hai la responsabilità di comandare a fare bene il loro dovere.

Mr. Plough ricorda che fin da ragazzo aveva deciso di servire nell'esercito, e dopo l'11 settembre la sua convinzione diventò ancora più netta. Ammira i principi di lealtà alla Costituzione, la disciplina, il coraggio, il cameratismo che formano la base dell'etica militare e vuole vivere secondo questi principi, di certo per otto anni, forse tutta vita. Mio padre e mio nonno hanno servito nell'esercito, ma io ho scelto liberamente, dice Mr. Puryear. Ritengo di aver ricevuto molto dalla mia patria, e il modo migliore per ripagare il mio debito è diventare ufficiale e insegnare ad altri i veri valori dell'esercito. Si riconoscono nell'ideale dell'ufficiale che avanza per primo nell'assalto ed è l'ultimo a ritirarsi. La loro settimana è molto densa.

Oltre alle lezioni da seguire e agli esami da sostenere, come gli altri studenti, ci sono le ore di educazione fisica, lezioni sull'etica militare, sull'etica di guerra, sulla tattica e la storia militare e le esercitazioni sul campo, con simulazione di operazioni militari di piccole unità e uso delle armi. Durante il fine settimana sono spesso impegnati in esercitazioni nelle basi militari del New Jersey. Il loro salario mensile, che l'esercito garantisce oltre al pagamento delle tasse universitarie, varia dai 300 ai 450 dollari. Il principio fondamentale del loro addestramento è la responsabilità che essi devono sentire per i soldati che saranno sotto il loro comando. Ma altrettanto importante è essere preparati ad affrontare le scelte tragiche che la guerra spesso impone, come ad esempio il dover scegliere fra la vita dei tuoi soldati e portare a termine la missione.

Comprensibile che non tutti arrivino al giorno del giuramento. Per il Colonnello Brown è meglio che lascino piuttosto che continuare in una strada nella quale non credono più. Alla mia domanda se sono consapevoli che dopo quello che è accaduto e accade in Iraq la reputazione dell'esercito americano nel mondo è gravemente incrinata, mi rispondono che lo sanno benissimo e ne discutono spesso e apertamente. Aggiungono che questa loro consapevolezza è un motivo in più per servire come ufficiali nell'esercito e riconquistare con l'esempio la reputazione perduta: «Vogliamo andare nell'esercito per fare la differenza. È un compito che non possiamo lasciare ad altri». «Prima di fare la nostra scelta», è l'opinione di tutti, «abbiamo riflettuto a lungo sulla possibilità di essere uccisi o feriti in guerra, e crediamo che ci siano dei valori per i quali ci si può sacrificare». Mentre li ascoltavo pensavo alle fotografie di ragazzi tornati mutilati dall'Iraq che la rivista Dissent ha pubblicato. In quelle immagini non c'è epica, né grandezza, né tragedia: soltanto un'infinita tristezza. Ero tentato di mostrargliele, ma non l'ho fatto. Credo che neanche quelle foto avrebbero incrinato le loro convinzioni, così forti, e così lontane.




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28 dicembre 2007

Scarsa sicurezza intorno alla Bhutto. Molti gli errori fatti: nessun perimetro difensivo, auto poco blindata, candidata troppo esposta


WASHINGTON (USA) -
La dinamica dell’attentato costato la vita a Benazir Bhutto ha sollevato dubbi sull’efficacia delle misure di sicurezza. I suoi seguaci hanno accusato, senza mezzi termini, le autorità sostenendo che la protezione non era adeguata.

L’ATTACCO – Benazir non era facile da tutelare. Per ragioni politiche non poteva astenersi dal contatto con la folla e quindi si esponeva al rischio. In queste condizioni le guardie del corpo possono costituire uno scudo ridotto. Basta guardare le immagini del corteo della Bhutto, con la sua auto circondata dalla folla. La donna politica non solo era esposta ad un'esplosione, ma anche al tiro di armi da fuoco. Certamente, una reazione più rapida da parte della sicurezza e la creazione di un piccolo perimetro mobile attorno alla vettura poteva ostacolare la missione dei killer. L’attentatore ha avuto il tempo prima di sparare, quindi di azionare la cintura esplosiva che portava. Di nuovo le immagini televisive forniscono degli indizi. Non esisteva alcun cordone attorno a lei, c’era una via vai di persone, con poliziotti e attivisti mescolati.

IL MEZZO – La grossa jeep usata da Benazir era parzialmente blindata: aveva una «cellula» protetta all’interno dell’abitacolo. Una corazza che può resistere al fuoco di armi leggere ma è insufficiente se i terroristi usano potenti cariche. Inoltre la Bhutto si è esposta attraverso il tettuccio apribile per salutare i sostenitori. Un’imprudenza che le è costata la vita. Secondo l’ultima ricostruzione l’ex premier è stata uccisa da una scheggia della bomba e non dai proiettili sparati dal kamikaze.

L’ANTI BOMBA – I familiari di Benazir hanno accusato il governo di non aver fornito i sistemi elettronici per neutralizzare gli ordigni radiocomandati. Ma in questo caso sarebbero serviti a poco in quanto non possono sventare la minaccia di una bomba portata da un attentatore suicida. Per questo motivo i qaedisti usano i kamikaze. Inoltre gli artificieri del terrore, soprattutto in Iraq, hanno messo a punto meccanismi che superano le contromisure.

L’INFILTRAZIONE – Una complicità di qualche elemento delle forze di sicurezza non può essere esclusa. Non bisogna dimenticare che in occasione di un fallito attentato contro Musharraf sono stati arrestati alcuni militari di un reparto scelto. Nell’intelligence pachistana si nascondono molti 007 vicini alle idee di Osama e altri per i quali Benazir andava comunque fermata. I terroristi di Al Qaeda restano i principali sospettati, ma non è un azzardo considerare altre ipotesi che chiamano in causa ambienti pachistani (militari e politici).

Guido Olimpio




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5 dicembre 2007

Con gli occhi dell'Islam. Mezzo secolo di storia in una prospettiva mediorientale

Questo libro racconta una storia incompiuta. Dal Libano all'Iran, dalla Siria alla Palestina, dall'Afghanistan all'Iraq, senza dimenticare i conflitti etnico-religiosi nella ex Jugoslavia e in Cecenia, gli ultimi decenni hanno visto una serie di eventi legati l'uno all'altro come gli anelli di una catena ineluttabile, che ha determinato l'attuale situazione. Il Medio Oriente, afferma Sergio Romano, "non è ancora riuscito a creare la propria versione dello Stato moderno". Tutto ciò non vuol dire che le società musulmane siano naturalmente allergiche alla democrazia. Anche quella europea è il risultato di una lunga gestazione. Ma la libertà nasce quando è necessaria agli obiettivi di un ceto emergente. Ogni strada verso di essa è un unicum. Ma esistono alcune caratteristiche comuni. La prima è la presenza nella regione di un corpo estraneo, lo Stato d'Israele, che ha contribuito alla nascita di un nazionalismo arabo-musulmano frustrato e aggressivo. Tra i molti fallimenti mediorientali il caso più istruttivo è quello dell'Iraq, dove Saddam tentò di creare, grazie alla macchina amministrativa del partito Baath, l'elemento indispensabile per qualsiasi democrazia: il cittadino. Il suo progetto è fallito, ma chiunque voglia contribuire alla nascita della democrazia in Iraq e negli altri paesi della regione dovrà passare di lì. Finché non esisterà il cittadino le elezioni saranno soltanto plebisciti o censimenti. Il miglior contributo che l'Occidente può dare a un così lungo processo di trasformazione è stare alla finestra. Gli interventi militari sono tutti destinati a essere percepiti come forme di neocolonialismo. Certamente l'Islam non può essere la soluzione di tutti i problemi, ma le 'lezioni' occidentali avranno solo l'effetto di regalare nuovi adepti al nazionalismo più radicale. Tuttavia l'Europa e gli Stati Uniti hanno responsabilità a cui non possono sottrarsi. La maggiore di esse è ancora, sessant'anni dopo la costituzione dello Stato d'Israele, la questione palestinese.




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26 novembre 2007

Dalai Lama Se Parigi. Vale più di una Messa di Claudio Magris

Una Messa vale più di Parigi, oppure Parigi vale più di una Messa, come diceva Enrico IV di Navarra - per giustificare la propria spregiudicata e insincera conversione al cattolicesimo in nome della Ragion di Stato - con una celebre frase divenuta la sigla del cinismo opportunista, ma anche del responsabile realismo politico che pensa non tanto ai principi morali, quanto alle conseguenze delle azioni sulla vita degli uomini? Fatte le debite proporzioni, il problema si presenta oggi con le accoglienze riservate alla visita in Italia del Dalai Lama e con le cautele messe in atto dalle autorità italiane di vario ordine e grado per dare a queste accoglienze, a costo di far torto all' illustre ospite, un tono e una misura tali da non offendere troppo il governo di Pechino, irritato per gli omaggi a un grande rappresentante dei diritti umani violati dalla Cina comunista con l' invasione del Tibet nel 1950 e con la repressione degli anni seguenti e tuttora in atto. Sul piano morale non ci sono dubbi. E non solo perché il Dalai Lama, a parte la statura spirituale è il rappresentante di un popolo oppresso e di una delle grandi religioni della terra, nata in una civiltà lontana dalla nostra ma di portata universale, che ha tanto da dire a tutta l' umanità e potrebbe insegnare a vivere meglio e più autenticamente lo stesso cristianesimo, come ha scritto il sacerdote e studioso Alan W. Watts. E' legittimo provare fastidio per la paccottiglia culturale, fra l' esotizzante e l' esoterico egualmente pacchiani, che caratterizza spesso le infatuazioni occidentali per il buddhismo e altre religioni e filosofie orientali, con tutto il corteo di attori e giornalisti famosi e di orecchianti di ogni genere. Ma il Dalai Lama, e il buddhismo che egli rappresenta e incarna, è altra cosa dalla sua involontaria caricatura ad opera di improvvisati e improvvidi fedeli, così come il cattolicesimo è altra cosa dalle isteriche idolatrie per le madonne di gesso che piangono e dalla smania di miracoli così duramente sferzata da Gesù. E' stato il Dalai Lama ad ammonire i non buddhisti a non convertirsi al buddhismo, ben conoscendo l' oggettiva falsità di tante conversioni sentimentali pur soggettivamente in buona fede. In ogni caso, l' Italia è un Paese sovrano che deve accogliere come crede chiunque, senza che nessun altro governo di altro Paese abbia il diritto di ingerirsi e men che meno di condizionare le sue decisioni. Le autorità del nostro Paese vengono criticate perché sembrano limitare gli onori dovuti al Dalai Lama per non offendere il governo cinese. Ignoro quale sarebbe - dal punto di vista strettamente formale, l' unico criterio oggettivo cui appellarsi - il cerimoniale dovuto al Dalai Lama o meglio al ruolo ch' egli ricopre; non so se il ricevimento nella Sala Gialla, proposto dal presidente Fausto Bertinotti, sia inadeguato o giusto e se l' aula di Montecitorio competa o no a una visita come la sua. Comunque le autorità italiane sono accusate di ragionare e operare come Enrico IV, di pensare più all' opportunità politica o all' utile economico del Paese che ai principi morali; insomma di comportarsi come chi ritiene che Parigi valga bene una Messa. In realtà, tutti quasi si comportano sempre così. Benedetto Croce ha nobilmente detto che una Messa in quanto fatto spirituale conta più di Parigi ovvero della Ragion di Stato. Ma quando votò la fiducia al governo Mussolini dopo l' assassinio di Matteotti, si comportò nella maniera opposta: condannava certo il delitto, ma riteneva che la stabilità del Paese e l' eliminazione del pericolo comunista fossero più importanti, nell' interesse generale, dell' affermazione di un principio morale che avrebbe potuto portare conseguenze negative. La politica si è quasi sempre comportata in questo modo, per quanto detestabile possa essere. Si affermano principi morali soprattutto quando ciò serve a colpire l' avversario politico; c' è chi grida contro il dispotismo del regime di Castro, in nome di valori universali, ma tace sulla violenza di Pinochet, in nome del realismo politico e viceversa. Non tutti quelli che si sono scandalizzati per le violazioni dei diritti umani nei Paesi comunisti si scandalizzano per quelle perpetrate a Guantanamo e anzi si indignerebbero se per protestare contro di esse si facesse uno sgarbo agli Stati Uniti, nocivo per l' Italia. La sinistra radicale che contesta il Papa per le sue posizioni sull' omosessualità non va a tirar sassi contro le ambasciate di Stati islamici - poco importa se filo o anti occidentali - in cui gli omosessuali vengono decapitati e le donne incinte fuori del matrimonio lapidate. Agli onori a pieno titolo al Dalai Lama si oppone oggi non l' ossequio a un Paese comunista, bensì a un Paese che, grazie al comunismo - straordinario vincitore di guerre e disastroso perdente di paci - si è trasformato da terra coloniale di rapina a spietata potenza capitalista in grado di minacciare e danneggiare i concorrenti. Conta più il giusto cerimoniale riservato al Dalai Lama o il danno di nostre aziende e l' eventuale disoccupazione di persone che potrebbero essere provocate da quel cerimoniale? Se fosse vero che, come ha detto Berlusconi, chi agisce politicamente senza pensare ai propri interessi è un coglione, bisognerebbe ascoltare Pechino e non il Dalai Lama. Per fortuna quest' ultimo ha una forza (costituita dalla sua persona, dall' importanza della sua religione e del mondo che egli rappresenta) che costringe a tener conto delle sue ragioni e delle vittime in nome delle quali egli parla. Se fosse un oscuro leader africano rappresentante di qualche etnia barbaramente massacrata, nessuno lo prenderebbe in considerazione; una Messa può confrontarsi con Parigi, ma non la preghiera isolata - pur altrettanto schietta e fervente - di una comunità debole. Sempre, in grande o su scala minima, Antigone, con i suoi principî assoluti, affronta Creonte e le sue brutali e responsabili ragioni di Stato. Ognuno, secondo i propri dei, sceglie da che parte stare, se pensare più ai principî o più alle conseguenze. Una scelta, in ogni caso, mai del tutto innocente.




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20 ottobre 2007

Silvio è convinto di fare 13 al Senato. Il leader di Forza Italia punta a far cadere il governo entro il mese di novembre

Silvio Berlusconi dice che «la crisi è prossima», Romano Prodi teme che «l'infortunio sia vicino». Fuori i secondi, la sfida sta per iniziare, sarà il Senato che emetterà il verdetto. Il Cavaliere non bluffa, il Professore lo sa bene. Lo sapeva anche prima di riceverne conferma da Francesco Cossiga. «È vero che Berlusconi ha i numeri al Senato? », ha chiesto ieri il premier all'ex capo dello Stato per telefono. «Sì, li ha», è stata la risposta. D'altronde come avrebbe potuto mentirgli il Picconatore, se giovedì a pranzo il Cavaliere gli aveva mostrato la famosa «lista»?

Sul numero e sui nomi dei senatori che sarebbero pronti a decretare la fine dell'esecutivo, si sono esercitati senza successo anche ministri e dirigenti dell'Ulivo. Ma a ogni illazione è seguita sempre la smentita. Saranno «tredici », come assicurano nel centrodestra? O «meno di sei», come ipotizzano nell'Unione? Di sicuro c'è che negli ultimi tempi Berlusconi ha incontrato più senatori del centrosinistra di quanti fedeli possa confessare un sacerdote durante la settimana santa. Per blandirli ha usato sempre lo stesso approccio: «Io voglio fare come Sarkozy in Francia, voglio unire le migliori energie del Paese, voglio che lei sia partecipe dell'impresa». Giura pubblicamente di non aver fatto «campagna acquisti », che è poi quanto disse durante una conversazione riservata a un rappresentante dell'Ulivo, curioso di sapere della caccia. «Cosa può fare un umile esponente dell'opposizione per un uomo potente come lei?», esordì il Cavaliere alla cornetta. «Dài, Silvio, è vero che stai cercando i nostri?». «Non sono io che li cerco, sono loro che vengono da me». E sarebbero in tanti, se il presidente dell'Udc Rocco Buttiglione la scorsa settimana ha confidato a un amico che «due senatori verranno con noi, perché non se la sentono di andare con Berlusconi». Quanto sia reale l'emorragia nella maggioranza è difficile stabilirlo, può darsi infatti che il Cavaliere abbia scelto questa strategia per sfibrare psicologicamente l'Unione e tenere intanto unita la sua coalizione in attesa degli eventi. Un gioco al rilancio che però gli si potrebbe ritorcere contro, se entro gennaio non riuscisse a far cadere Prodi. Un gioco che preoccupa persino gli uomini più vicini al Cavaliere, tanto che Marcello Dell'Utri ammette di essere «dubbioso »: «Però ho visto tante volte Berlusconi realizzare cose che sembravano impossibili».

Impossibile è che al Senato il centrosinistra possa resistere a lungo in queste condizioni. Il clima e il ritmo di lavoro è diventato insostenibile. Tre giorni fa nell'Aula di palazzo Madama sono venuti i sudori freddi alla capogruppo dell'Ulivo. Nonostante la presenza di Rita Levi Montalcini, la maggioranza era senza numeri. «Chiamate Furio Colombo », ha implorato Anna Finocchiaro. L'ex direttore dell'Unità si trovava in ospedale per un controllo medico, ma nonostante la buona volontà di rientrare in Parlamento era rimasto imbottigliato nel traffico di Roma. Ancora un minuto di ritardo e avrebbero chiamato l'ambulanza per il governo. Il fatto è che Prodi non deve difendersi solo da Berlusconi ma anche dagli alleati: i mille emendamenti presentati ieri alla Finanziaria, la manifestazione di oggi della sinistra radicale, e la preferenza di Clemente Mastella per le elezioni in primavera, sembrano tanto il preavviso di un'auto-spallata che potrebbe arrivare la prossima settimana sul decreto fiscale. Il premier è furibondo con gli ulivisti «eretici» Roberto Manzione e Willer Bordon, che chiedono di inserirci la riduzione dei ministeri a dodici poltrone: «Questo è lesivo delle mie prerogative». Questo è lo spettacolo che dà l'Unione, mentre il Cavaliere scrive ai suoi parlamentari, chiamandoli alle armi: «Siate pronti al voto in primavera». Pare che la certezza l'abbia avuta martedì notte, dopo un colloquio con un personaggio di cui solo Gianni Letta conosce l'identità, perché era con lui all'appuntamento segreto, avvenuto a Roma: «È fatta, è fatta», ha commentato Berlusconi il giorno seguente. Forse per questo si è detto «sicuro dei numeri» con Cossiga, al quale — prima del pranzo — ha presentato una «affascinante signora »: «Non immaginerai mai come si chiama. È nipote di Ciriaco De Mita». Ma lei al Senato non vota.

Francesco Verderami




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16 ottobre 2007

Se la Terra muore per colpa degli alieni di AL GORE

<b>Se la Terra muore<br>per colpa degli alieni</b>Noi, la specie umana, siamo arrivati a un momento cruciale e dobbiamo prendere una decisione. Non ha precedenti ed è perfino ridicolo per noi presumere di dover in verità scegliere consapevolmente in quanto specie, ma nondimeno questa è la sfida che dobbiamo raccogliere. Il nostro pianeta, la Terra, è in pericolo. Ciò che rischia di essere distrutto non è il pianeta stesso, bensì le condizioni che lo hanno reso in grado di ospitare gli esseri umani.

Senza renderci conto delle conseguenze delle nostre azioni, abbiamo iniziato a immettere talmente tanto biossido di carbonio nell'esile guscio d'aria che circonda il nostro pianeta che abbiamo letteralmente alterato l'equilibrio del calore esistente tra la Terra e il Sole. Se non smetteremo di farlo, e rapidamente, le temperature medie aumenteranno a livelli mai conosciuti in precedenza dagli uomini, e porranno fine al propizio equilibrio climatico dal quale dipende la nostra civiltà.

Negli ultimi 150 anni, in una frenetica accelerazione abbiamo prelevato crescenti quantità di carbonio dal sottosuolo - essenzialmente sotto forma di carbone e di petrolio - e l'abbiamo bruciato in modo tale da immettere nell'atmosfera terrestre 70 milioni di tonnellate di CO2 ogni 24 ore. Le concentrazioni di CO2 - che in almeno un milione di anni non avevano mai superato le 300 parti per milione - sono cresciute dalle originarie 280 parti per milione dell'inizio del boom del carbone alle 383 parti per milione di quest'anno.

Di conseguenza, molti scienziati oggi stanno mettendo in guardia dal fatto che ci stiamo avvicinando a molteplici "punti irreversibili di svolta" che potrebbero - nel volgere di dieci anni appena - renderci impossibile evitare di arrecare un danno irreparabile all'abitabilità del pianeta da parte della civiltà umana. Ancora negli ultimi mesi, nuovi studi hanno permesso di appurare che la calotta polare artica - che aiuta il pianeta a raffreddarsi - si sta sciogliendo a un ritmo di tre volte superiore a quanto abbiano previsto i modelli informatici più pessimisti.

Se non passiamo immediatamente all'azione, i ghiacci d'estate potrebbero scomparire del tutto in soli 35 anni. Similmente, vicino al Polo Sud, all'estremità opposta del pianeta, gli scienziati hanno scoperto che nell'Antartide Occidentale le nevi di un'area grande quanto la California si stanno sciogliendo. Questa non è una questione politica, bensì una questione etica, che concerne la sopravvivenza della civiltà umana. Non si tratta di sinistra contro destra, ma di ciò che è giusto contro ciò che è sbagliato. In parole povere, è incivile distruggere l'abitabilità del nostro pianeta e compromettere le prospettive di tutte le generazioni che verranno dopo di noi.

Il 21 settembre 1987 il presidente Ronald Reagan disse: "Nelle nostre ossessioni per gli antagonismi del contingente, spesso dimentichiamo quante cose uniscano tutti i membri del genere umano. Forse, per prendere atto dell'esistenza di questo vincolo comune, ci occorre una minaccia universale ed esterna. Di tanto in tanto penso a quanto rapidamente svanirebbero le differenze che ci caratterizzano se dovessimo improvvisamente far fronte a una minaccia aliena proveniente da fuori di questo mondo".

Oggi noi, tutti noi, dobbiamo far fronte a una minaccia universale. Quantunque non arrivi da fuori, nondimeno è di portata cosmica. Si consideri la realtà di due pianeti, Terra e Venere, aventi quasi esattamente le stesse dimensioni e quasi esattamente la stessa quantità di carbonio. La differenza tra loro è che la maggior parte del carbonio sulla Terra è nel terreno, lì depositata da varie forme di vita nel corso degli ultimi 600 milioni di anni, mentre la maggior parte del carbonio di Venere è nell'atmosfera. Di conseguenza, sulla Terra la temperatura media è pari a 15 gradevoli gradi Celsius, mentre la temperatura media su Venere arriva a 463,89 gradi Celsius. È vero, Venere è più vicina al Sole della Terra, ma la differenza non è imputabile alla nostra stella. Venere è mediamente tre volte più calda di Mercurio, che si trova vicinissimo al Sole. La colpa è dell'anidride carbonica. Questo pericolo, per di più, ci impone - come ha detto Reagan - di sentirci uniti nel prendere atto della nostra sorte comune.

L'operato dei singoli dovrà inoltre plasmare e ispirare l'azione dei governi. A questo proposito gli americani hanno una responsabilità del tutto particolare: nel corso di buona parte di tutta la nostra storia più recente, gli Stati Uniti e il popolo americano hanno assicurato la leadership morale nel mondo. Aver scritto la Carta dei Diritti, aver integrato la democrazia nella Costituzione, aver sconfitto il fascismo nella Seconda Guerra mondiale, aver rovesciato il Comunismo ed essere sbarcati sulla Luna: sono tutti risultati della leadership americana.

Oggi, ancora una volta, noi americani dobbiamo sentirci uniti e premere sul nostro governo affinché raccolga questa sfida globale. La leadership americana è un prerequisito essenziale per conseguire il successo. A questo fine dovremmo esigere che gli Stati Uniti aderiscano al trattato internazionale che entro i prossimi due anni si ripromette di tagliare le emissioni di gas serra responsabili del riscaldamento del clima nella misura del 90 per cento nei Paesi sviluppati e di oltre la metà in tutto il mondo, così che la prossima generazione possa ereditare il pianeta Terra in buone condizioni di salute.

Questo trattato impone uno sforzo ulteriore. Sono orgoglioso del ruolo che ho ricoperto durante l'Amministrazione Clinton negoziando il Protocollo di Kyoto, ma credo che questo Protocollo ormai sia stato a tal punto demonizzato negli Stati Uniti da non poter più essere ratificato, proprio come l'Amministrazione Carter non ebbe la possibilità di ottenere la ratifica di un trattato allargato per la limitazione delle armi strategiche nel 1979. Oltre tutto, molto presto avranno inizio le trattative per un trattato sul clima molto più rigido.

Pertanto, come il presidente Reagan cambiò nome e modificò l'Accordo Salt (chiamandolo Start), dopo averne tardivamente ammessa l'esigenza, così il nostro prossimo presidente dovrà immediatamente adoperarsi per concludere in tempi brevissimi un nuovo e più rigido accordo per cambiare l'attuale situazione del clima. Dovremmo ambire a siglare tale nuovo trattato globale entro la fine del 2009, senza attendere il 2012 come attualmente previsto.

Se per l'inizio del 2009 gli Stati Uniti avranno già implementato un regime interno di riduzione delle emissioni di gas serra che provocano il riscaldamento del clima, non dubito che quando daremo all'industria un obiettivo, gli strumenti e la flessibilità per ridurre in modo rilevante le emissioni di anidride carbonica, allora riusciremo a portare a termine e a ratificare il nuovo trattato in tempi assai brevi. Dopo tutto, si tratta di un'emergenza planetaria.

Quel nuovo trattato avrà ancora, naturalmente, impegni differenziati: ai Paesi si chiederà di soddisfare requisiti diversi sulla base della loro quota o del loro contributo storico al problema e sulla base della loro effettiva e relativa capacità di accollarsi l'onere del cambiamento. La legge internazionale prevede questo precedente e del resto non esiste un altro modo di procedere.

Ci sarà chi cercherà di travisare questo schema e di usare motivazioni xenofobe o di protezione degli interessi della popolazione nativa a discapito degli immigrati per affermare che ogni Paese dovrebbe rispettare un medesimo standard, ma davvero crediamo che Paesi che hanno un quinto del nostro prodotto interno lordo - e che hanno contribuito quasi in nessun modo alla creazione di questa crisi - debbano accollarsi le stesse responsabilità degli Stati Uniti? Siamo davvero a tal punto intimoriti da questa sfida da non poterci mettere noi al comando?

I nostri figli hanno il diritto di pretendere molto di più da noi, considerato che è in gioco il loro futuro - e in realtà il futuro di tutta la civiltà umana. Meritano molto di più di un governo che censura le migliori prove scientifiche e perseguita gli uomini di scienza che onestamente cercano di metterci in guardia dalla catastrofe che incombe su noi tutti. Meritano molto di meglio dei politici che se ne stanno inoperosi, senza adoperarsi in nulla per far fronte alla più grossa sfida che il genere umano si sia mai trovato a dover affrontare, perfino nel momento in cui il pericolo avanza verso di noi minaccioso.

Preferibilmente dovremmo invece concentrarci sulle opportunità contemplate da questa stessa sfida: di sicuro si creeranno nuovi posti di lavoro e nuovi profitti quando le corporation si metteranno aggressivamente all'opera per non lasciarsi scappare le enormi opportunità economiche offerte da un futuro energetico pulito.

Ma ci sarà qualcosa di ancora più inestimabile da guadagnare se faremo ciò che è giusto fare. La crisi del clima ci offre infatti l'opportunità di sperimentare ciò che poche generazioni nel corso della Storia hanno avuto il privilegio di vivere: una missione generazionale, un obbiettivo morale coinvolgente, una causa comune, nonché il brivido di essere costretti dalle circostanze a mettere in disparte le meschinerie e i conflitti della politica per abbracciare un'autentica sfida etica e spirituale.
Traduzione di Anna Bissanti




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16 ottobre 2007

Due commenti sul PD, apparsi oggi sul Corriere

E il Pd vuole scrivere l'agenda dell'esecutivo. Lotta aperta alle correnti Così Walter sfida «gli ex» 

Dal Corriere della Sera di martedì 16 ottobre 2007ROMA — È una frase apparentemente buttata lì. Dice Veltroni: «Ai congressi ds e dl hanno votato 350 mila persone: alle primarie dieci volte di più». Come a sottolineare la legittimazione plebiscitaria del segretario del Pd. Quel che è accaduto è chiaro. I veltroniani, ma anche i prodiani, loro malgrado, lo confermano: la plancia di comando dell'Ulivo dal governo è passata al nascituro partito e al suo leader.
Non è un caso, allora, che l'altro ieri sera Veltroni sia stato accolto nella sede dell'Ulivo di Santi Apostoli dalle facce scure del premier e del suo portavoce Silvio Sircana o che il prodiano Mario Barbi, uno dei tre coordinatori dell'Ulivo, abbia annunciato che i votanti erano solo un milione e mezzo, costringendo gli altri suoi due colleghi, il ds Migliavacca e il margheritino Soro alla rettifica. Del resto, anche la lettera che Prodi ha mandato a Veltroni ieri era gentile ma assai fredda. Ed è per questa ragione che il sindaco di Roma ha dato l'annuncio della missiva ma si è guardato bene dal leggerla per intero. È chiaro che Veltroni non vuole arrivare ai ferri corti con Prodi, tant'è vero che dice e ridice che è pronto a sostenerlo, però lascia intendere che non ci sarà giorno in cui non opererà la sua «sollecitazione riformista sul governo». E a Prodi dà gli otto mesi. Tanti sono quelli che bastano, secondo il sindaco, per mandare in porto la riforma elettorale e quella costituzionale. Dopodiché il voto è inevitabile. A bocce ferme nel 2009. In caso di una precipitazione degli eventi già il prossimo anno. Del resto, uno dei più stretti collaboratori del sindaco di Roma, il senatore ulivista Giorgio Tonini lo ha detto papale papale: o il governo va avanti, dimezza i ministri, dà segnali di vita o è meglio staccargli la spina. E Goffredo Bettini, che di Veltroni è il braccio destro, non esclude che alla fine della festa il voto anticipato sia la soluzione migliore.
Nel frattempo Veltroni, da politico accorto qual è, sa bene che deve creare un partito che non sia il risultato delle tante correnti retaggio delle vecchie forze politiche. «Non venitemi a chiedere niente», è l'imperativo del sindaco, il quale, ovviamente, non si riferisce ai problemi da risolvere ma alle mille grane che gli ex ds piuttosto che gli ex dl stanno ancora piantando. Ma Veltroni ha capito che per lui è adesso o mai più. Per questa ragione non accetta di creare i nuovi organismi dirigenti del Pd secondo la prassi dei vecchi partiti: niente segreterie e niente direttori. Vi sarà una prima cerchia, quella operativa, che rappresenterà veramente il partito del futuro, e che sarà formata da personaggi come Dario Franceschini, Goffredo Bettini, Anna Finocchiaro, Nicola Zingaretti, Ermete Realacci e altri personaggi che la politica l'hanno vissuta solo di striscio ma che hanno un peso e una rappresentanza nella società italiana. Nella seconda cerchia più larga entreranno i leader del tempo che fu: Rutelli, Fassino, D'Alema, Marini.
Per personaggi come questi il futuro è un altro, non è quello di fare i primi attori del Pd. Fassino potrebbe, gareggiare nel 2011 per la poltrona di sindaco di Torino, Rutelli potrebbe ritentare l'avventura del Campidoglio, e per D'Alema si vocifera di un posto, nel 2009 di "mister Pesc". In poche parole, l'attuale titolare della Farnesina potrebbe prendere il posto di Solana come ministro degli esteri dell'Unione Europea. Sarebbe un cambiamento epocale e Veltroni avrebbe ragione a dire che dopo la costruzione del "suo" Pd tutto «apparirà inevitabilmente vecchio». Ma è chiaro che si tratta di una scommessa ad altissimo rischio anche per il sindaco di Roma. Le resistenze dei pariti, ex ppi o ex ds che siano, ci sono. Tant'è vero che come sostituto di Franceschini alla guida del gruppo dell'Ulivo si parla di un personaggio come Sergio Mattarella, anche se non si esclude il colpo d'ala: una donna, come la Bindi, o un politico nuovo come Realacci. Eppoi c'è la freddezza di Prodi anche perché il premier ha capito che sul Welfare come su altri temi Veltroni non mollerà la presa della sua «sollecitazione riformista». Dunque, mentre prima l'Ulivo viveva grazie al governo ora avviene il contrario: è il Pd il soggetto centrale della coalizione, è il Pd che spronerà il governo e ne detterà l'agenda. L'importante è che questo partito sia fatto in tempi rapidi. Infatti i sondaggi non sono troppo favorevoli. La somma di Ds e Margherita nella settimana precedente, nonostante la campagna elettorale delle primarie, è del 27 per cento, una cifra inferiore a quella di Forza Italia. Ora tocca a Veltroni invertire la rotta, dimostrando che discontinuità e innovazione non sono solo parole.
Maria Teresa Meli 


Il nuovo partito e le alleanze parlamentari. Lo stupidume elettorale di Giovanni Sartori

Giorni fa Michele Salvati scriveva su queste colonne del «rompicapo dei riformisti». Questo: che una sinistra liberale e di governo «non può vincere né con la sinistra radicale né senza di essa». L’abbiamo già detto in tanti. Ma se lo dice un «esterno», la Casta cestina subito. Se invece lo dice Salvati, che è un protagonista rispettato e importante, la Casta dovrebbe ascoltare. Invece niente, cestino anche per lui. Senza dubbi di sorta (nel capo) il vice di Veltroni, Dario Franceschini, ribadisce che il nuovo sistema elettorale non deve tornare alle «mani libere » di quando le maggioranze si formavano dopo il voto, e che all’elettore non deve essere tolta la «maggiore libertà » di scegliere le coalizioni di governo e il candidato premier.
Davvero maggiore libertà? Oppure intollerabile sopraffazione? Quel che so è che nel vituperato passato ho sempre votato e cambiato voto senza problemi, mentre di recente non sapevo per chi votare. Mettiamo, per illustrare, che io mi senta di sinistra. Le sinistre sono tante. Ma invece io mi trovo al cospetto di un indigesto polpettone, di un pacchetto preconfezionato de omnibus rebus et quibusdam aliis, che per metà include proposte che disapprovo. Per esempio, io approvo la pensione a 60 e più anni, la legge Biagi, la priorità di ridurre il debito pubblico; e per di più non mi piace Prodi. Eppure il polpettone mi impone di approvare quel che non voglio; dopodiché mi sento raccontare, ultima beffa, che il povero Prodi fa per me quel che io gli ho chiesto di fare. Ma quando mai?
Il programma di governo dell’Ulivo è stato negoziato e parcellizzato tra le oligarchie di partito, e in quella confezione il demos non c’entra per niente. E il sottoscritto ancora meno. E, mutatis mutandis, lo stesso vale se io mi sentissi di destra. Torno a Salvati e al suo «rompicapo». La situazione del «vincere (le elezioni) per perdere (la governabilità)» è una classica situazione no win, di un gioco non-vincibile. E in tal caso la dottrina spiega che il gioco è sbagliato e che va giocato diversamente. Per esempio tornando al normale gioco dei sistemi parlamentari. Cosa osta? Osta soltanto lo stupidume inventato in Italia. Perché solo in Italia si racconta al popolo bue che il Parlamento non deve avere «mani libere», mani libere per cambiare, occorrendo, coalizioni e leader. E’ intelligente o stupido tenersi per 5 anni una coalizione paralizzata? Per noi è intelligente; ma per il resto del mondo (e anche per me) è stupido. E’ intelligente o stupido godersi per 5 anni un capo del governo che non sa governare? Per noi è intelligente; per il resto del mondo (e anche per me) è stupido.
Un ultimo punto. Per salvare un bipolarismo rigido e sbagliato (quello che ci occorre si salva benissimo da solo) noi abbiamo imboccato la china delle coalizioni «massime »: tutti dentro, cani e gatti (più la repubblica di Ceppalonia). Il che contraddice la teoria delle coalizioni, che invece raccomanda coalizioni minimum winning e cioè «minime», il meno estese possibile. E questo perché la dottrina sa da gran tempo che tanto più si allarga e tanto più una coalizione sarà eterogenea e bloccata da conflitti interni. La dottrina sì, ma Prodi no. E se Veltroni ha approvato il testo di Franceschini, allora non lo sa nemmeno lui. È anche un cattivo esordio che Veltroni abbia ricusato il sistema tedesco. Ignoro chi consigli, in materia, il Pd. Speriamo che non siano i soliti noti.




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13 ottobre 2007

Il Nobel a Gore. Distante dalla Casa Bianca di Massimo Gaggi

La vignetta di Giannelli - Dal Corriere della Sera di sabato 13 ottobre 2007 La politica che scalda i cuori e guarda lontano contro la logica fredda di una ex first lady con la competenza di uno statista consumato e il fascino di un amministratore di condominio. Negli Stati Uniti la gente, frustrata dall'appannamento dell'american dream, ha ancora voglia di sognare, ma ha anche bisogno di un leader pragmatico che, oltre a combattere grandi battaglie ideali, sia anche pronto a rimboccarsi le maniche per rimettere in moto l'economia, far funzionare la sanità, porre fine onorevolmente all'intervento militare in Iraq, proteggere il Paese dagli attacchi terroristici.

Il grande sacerdote del salvataggio della Terra o la prima donna a guidare l'America? Con ogni probabilità gli elettori non potranno scegliere tra Al Gore e Hillary Clinton per la nomination democratica alla Casa Bianca. Dopo l'Oscar per la sua Verità scomoda e Live Earth, il concerto mondiale per la difesa dell'ambiente celebrato come il più grande evento musicale della storia dell'umanità, il Nobel per la Pace suggella un 2007 che per l'ex vicepresidente Usa è stato un anno davvero favoloso. Ma né la sua straripante popolarità, né la pressione di centinaia di migliaia di supporter che firmano petizioni e acquistano pagine di pubblicità sui giornali per chiedergli di candidarsi, sembrano poterlo convincere a rivedere la decisione di non correre per la presidenza. Gli attivisti di draftgore. org e delle altre diciotto organizzazioni che sostengono la sua candidatura, non mollano: dicono che la porta non è ancora del tutto chiusa, visto che Al Gore avrebbe potuto far sapere loro che stavano sprecando tempo e denaro.

Invece si è limitato a ringraziare tutti per il calore col quale lo sostengono. Probabilmente l'ex vice di Bill Clinton ha scelto di non uscire del tutto dall'ambiguità sapendo, da esperto comunicatore, che un po' di incertezza serve a mantenere viva l'attenzione. Ma la decisione di uscire dalla politica attiva, annunciata ormai da tempo, appare sempre più la scelta di vita di un personaggio che ha sofferto per la contestata sconfitta elettorale del 2000 molto più di quanto sia emerso pubblicamente. Allora Al Gore visse mesi terribili, rischiò di perdersi. Risorto dalle sue macerie umane, prima ancora che politiche, ha ripreso il cammino ambientalista ottenendo, stavolta fuori dalla politica tradizionale, un successo travolgente che lo ha fatto diventare quasi un leader spirituale: una nuova dimensione alla quale non sembra disposto a rinunciare.

I suoi supporter lo invitano a trasformare tutto il credito accumulato in capitale da spendere nella lotta politica, maAl Gore è il primo a sapere che gran parte dell'autorità morale di cui oggi gode evaporerebbe all'istante se dovesse rimettersi a girare il Paese per chiedere voti. Chi lo conosce più da vicino è convinto che non tornerà indietro. Eric Pooley, il giornalista di Time che in primavera ha girato per settimane da un capo all'altro dell'America al suo fianco, per poi dedicargli un monumentale profilo sul settimanale, è uno di questi: «Se Al si candida mangio la mia copia della Verità scomoda». Ma anche lui, sotto sotto, un piccolo dubbio ce l'ha: «Però non chiedetemi di inghiottire anche il dvd con la versione digitale del libro».

Certo, c'è anche chi sostiene che, annunciando il ritiro dalla politica attiva, Al Gore voleva solo prendere tempo in attesa di vedere se potevano crearsi le condizioni favorevoli ad una sua investitura. Anche se così fosse, l'incapacità di Barack Obama di far crescere la sua candidatura fino ad arrivare a un vero testa a testa con Hillary e, quindi, a un possibile stallo in campo democratico, toglie sostanza a questa discussione. È, invece, più importante chiedersi come si comporterà Al Gore qualora la ex first lady venga eletta. Qualche giorno fa, quando l'ex vicepresidente si è seduto a fianco di Bill Clinton per partecipare al dibattito di apertura della Clinton Global Initiative, sono stati in molti a immaginare Hillary sul trono affiancata non da uno, ma da due superambasciatori: Bill, il messaggero di pace e Al, il salvatore della Terra.

Uno scenario verosimile? Certamente Gore non può spendere i prossimi otto anni enunciando e ripetendo fino allo sfinimento messaggi più o meno apocalittici. Dovrà anche dare uno sbocco concreto al suo impegno: Hillary può offrirgli questa opportunità trasformandolo in una specie di plenipotenziario della lotta contro il riscaldamento globale. Avrebbe il potere di intervenire sulle cause del degrado ambientale senza l'obbligo di spendere gran parte delle proprie energie fisiche e psicologiche nelle «cucine» della politica. Ma un personaggio che si è spogliato dei panni del politico professionista per diventare una via di mezzo tra Madre Teresa di Calcutta e una rockstar, può ripiombare nei fantasmi del passato, amministrando di nuovo un potere che trae origine da una Casa Bianca clintoniana?




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