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  icaroflyon La Verità non è una pietra preziosa,che si possa mettere in tasca e portare via con se. E' un mare immenso nel quale sprofondare» (Musil, L'uomo senza qualità)
 
Estery
 













Anna ed Io

Ego scriptor








All together

I was alone in my bed


and I couldn't understand
what I will do in my life
cause it was out of sight.

I don't know what I can do
I don't know what I will do
and my life stay on the reef
of exclusion of the soul.
I can't perceive my low arms
paralysed by frailties things,
and my brain decline with others
amassed in the culture conformism.
I don't know what I can do
I don't know what I will do
and my life stay on the reef
of exclusion of the soul, but…
All together, we can see
our dreams and not a reef.
All together, me and you
We can do, all we want to do.
All together, we can live
our dreams of humanity.
All together, we can built
the peaceful world of dreams.
All together, we can see
our dreams and not a reef.
All together, me and you
We can do, all we want to do.
I was alone in the bad
of  baby-killers full armed
in a world bursting of war,
and in all faces, wasn't love…
I don't know what I can do
I don't know what I will do
and the world stay on a reef
by defiance of international law, but…
All together, we can see
our dreams and not a reef.
All together, me and you
We can do, all we want to do.
All together, we can live
our dreams of humanity.
All together, we can built
the peaceful world of dreams.
All together, we can see
our dreams and not a reef.
All together, me and you
We can do, all we want to do...
_


Tomorrow is best than today
Tomorrow come from our brain
Tomorrow is best than today
Tomorrow we're living on way
Tomorrow is best than today
 
 



La canzone popolare

Alzati che si sta alzando la canzone popolare

se c'e' qualcosa da dire ancora, se c'e' qualcosa da fare
alzati che si sta alzando la canzone popolare
se c'e' qualcosa da dire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da imparare ancora, ce lo dirà
sono io oppure sei tu, che hanno mandato più lontano
per poi giocargli il ritorno sempre all'ultima mano
e sono io oppure sei tu, chi ha sbagliato più forte
che per avere tutto il mondo fra le braccia
ci si e' trovato anche la morte
sono io oppure sei tu, ma sono io oppure sei tu
alzati che si sta alzando la canzone popolare
se c'e' qualcosa da dire ancora, se c'e' qualcosa da fare
alzati che si sta alzando la canzone popolare
se c'e' qualcosa da capire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da imparare ancora, ce lo dirà
sono io oppure sei tu la donna che ha lottato tanto
perché il brillare naturale dei suoi occhi
non lo scambiassero per pianto
e invece io lo vedi da te, arrivo sempre l'indomani
e ti busso alla porta ancora e poi ti cerco con le mani
sono io, lo vedi da te, mi riconosci, lo vedi da te
alzati che sta passando la canzone popolare
sono io, sono proprio io,
che non mi guardo più allo specchio
per  non vedere le mie mani più veloci,
ne' il mio vestito  più vecchio
e prendiamola fra le braccia questa vita danzante
questi pezzi di amore caro, quest'esistenza tremante
che sono io e che sei anche tu, che sono io e che sei anche tu
alzati che si sta alzando la canzone popolare
alzati che sta passando la canzone popolare

se c'e' qualcosa da dire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da capire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da chiarire ancora, ce lo dirà
se c'e' qualcosa da cantare ancora, si capirà.




Ballata della Speranza


David Maria Turoldo

Tempo del primo avvento


tempo del secondo avvento
sempre tempo d'avvento:
esistenza, condizione
d'esilio e di rimpianto.
Anche il grano attende
anche l'albero attende
attendono anche le pietre
tutta la creazione attende.
Tempo del concepimento
di un Dio che ha sempre da nascere.
(Quando per la donna è giunta la sua ora 
è in grande pressura
ma poi tutta la sua tristezza
si muterà in gaudio
perché è nato al mondo un uomo.)
Questo è il vero lungo inverno del mondo:
Avvento, tempo del desiderio
tempo di nostalgia e ricordi
(paradiso lontano e impossibile!)
Avvento, tempo di solitudine
e tenerezza e speranza.
Oh, se sperassimo tutti insieme
tutti la stessa speranza
e intensamente
ferocemente sperassimo
sperassimo con le pietre
e gli alberi e il grano sotto la neve
e gridassimo con la carne e il sangue
con gli occhi e le mani e il sangue;
sperassimo con tutte le viscere
con tutta la mente e il cuore
Lui solo sperassimo;
oh se sperassimo tutti insieme
con tutte le cose
sperassimo Lui solamente
desiderio dell'intera creazione;
e sperassimo con tutti i disperati
con tutti i carcerati
come i minatori quando escono
dalle viscere della terra,
sperassimo con la forza cieca
del morente che non vuol morire,
come l'innocente dopo il processo
in attesa della sentenza,
oppure con il condannato
avanti il plotone d'esecuzione
sicuro che i fucili non spareranno;
se sperassimo come l'amante
che ha l'amore lontano
e tutti insieme sperassimo,
a un punto solo
tutta la terra uomini
e ogni essere vivente
sperasse con noi
e foreste e fiumi e oceani,
la terra fosse un solo
oceano di speranza
e la speranza avesse una voce sola
un boato come quello del mare,
e tutti i fanciulli e quanti
non hanno favella
per prodigio
a un punto convenuto
tutti insieme
affamati malati disperati,
e quanti non hanno fede
ma ugualmente abbiano speranza
e con noi gridassero
astri e pietre,
purché di nuovo un silenzio altissimo
- il silenzio delle origini -
prima fasci la terra intera
e la notte sia al suo vertice;
quando ormai ogni motore riposi
e sia ucciso ogni rumore
ogni parola uccisa
- finito questo vaniloquio! -
e un silenzio mai prima udito
(anche il vento faccia silenzio
anche il mare abbia un attimo di silenzio,
un attimo che sarà la sospensione del mondo),
quando si farà questo
disperato silenzio
e stringerà il cuore della terra
e noi finalmente in quell'attimo dicessimo
quest'unica parola
perché delusi di ogni altra attesa
disperati di ogni altra speranza,
quando appunto così disperati
sperassimo e urlassimo
(ma tutti insieme
e a quel punto convenuti)
certi che non vale chiedere più nulla
ma solo quella cosa
allora appunto urlassimo
in nome di tutto il creato
(ma tutti insieme e a quel punto)
VIENI VIENI VIENI, Signore
vieni da qualunque parte del cielo
o degli abissi della terra
o dalle profondità di noi stessi
(ciò non importa) ma vieni,
urlassimo solo: VIENI!
Allora come il lampo guizza dall'oriente
fino all'occidente così sarà la sua venuta
e cavalcherà sulle nubi;
e il mare uscirà dai suoi confini
e il sole più non darà la sua luce
né la luna il suo chiarore
e le stelle cadranno fulminate
saranno scosse le potenze dei cieli.
E lo Spirito e la sposa dicano: Vieni!
e chi ascolta dica: vieni!
e chi ha sete venga
chi vuole attinga acqua di vita
per bagnarsi le labbra
e continuare a gridare: vieni!
Allora Egli non avrà neppure da dire
eccomi, vengo - perché già viene.
E così! Vieni Signore Gesù,
vieni nella nostra notte,
questa altissima notte
la lunga invincibile notte,
e questo silenzio del mondo
dove solo questa parola sia udita;
e neppure un fratello
conosce il volto del fratello
tanta è fitta la tenebra;
ma solo questa voce
quest'unica voce
questa sola voce si oda:
VIENI VIENI VIENI, Signore!
- Allora tutto si riaccenderà
alla sua luce
e il cielo di prima
e la terra di prima
son sono più
e non ci sarà più né lutto
né grido di dolore
perché le cose di prima passarono
e sarà tersa ogni lacrima dai nostri occhi
perché anche la morte non sarà più.
E una nuova città scenderà dal cielo
bella come una sposa
per la notte d'amore
(non più questi termitai
non più catene dolomitiche
di grattacieli
non più urli di sirene
non più guardie
a presiedere le porte
non più selve di ciminiere).
- Allora il nostro stesso desiderio
avrà bruciato tutte le cose di prima
e la terra arderà dentro un unico incendio
e anche i cieli bruceranno
in quest'unico incendio
e anche noi, gli uomini,
saremo in quest'unico incendio
e invece di incenerire usciremo
nuovi come zaffiri
e avremo occhi di topazio:
quando appunto Egli dirà
"ecco, già nuove sono fatte tutte le cose"
allora canteremo
allora ameremo
allora allora...

I Limoni
Eugenio Montale

Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantanoi ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli 
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose 
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo 
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.



Sogna Ragazzo Sogna
Roberto Vechioni


E ti diranno parole rosse come il sangue, nere come la notte;
ma non è vero, ragazzo, che la ragione sta sempre col più forte:
io conosco poeti che spostano i fiumi con il pensiero,
e naviganti infiniti che sanno parlare con il cielo.

Chiudi gli occhi, ragazzo, e credi solo a quel che vedi dentro;
stringi i pugni, ragazzo, non lasciargliela vinta neanche un momento;
copri l'amore, ragazzo, ma non nasconderlo sotto il mantello:
a volte passa qualcuno, a volte c'è qualcuno che deve vederlo.


Sogna, ragazzo, sogna quando sale il vento nelle vie del cuore,
quando un uomo vive per le sue parole o non vive più;
sogna, ragazzo, sogna, non lasciarlo solo contro questo mondo,
non lasciarlo andare, sogna fino in fondo, fallo pure tu ...


Sogna, ragazzo, sogna quando cala il vento ma non è finita,
quando muore un uomo per la stessa vita che sognavi tu;
sogna, ragazzo, sogna, non cambiare un verso della tua canzone
non lasciare un treno fermo alla stazione, non fermarti tu...


Lasciali dire che al mondo quelli come te perderanno sempre:
perchè hai già vinto, lo giuro, e non ti possono fare più niente;
passa ogni tanto la mano su un viso di donna, passaci le dita:
nessun regno è più grande di questa piccola cosa che è la vita.

E la vita è così forte che attraversa i muri per farsi vedere;
la vita è così vera che sembra impossibile doverla lasciare
la vita è così grande che quando sarai sul punto di morire,
pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire

Sogna, ragazzo, sogna, quando lei si volta, quando lei non torna.
quando il solo passo che fermava il cuore non lo senti più:
sogna, ragazzo, sogna, passeranno i giorni, passerà 1'amore,
passeran le notti, finirà il dolore, sarai sempre tu.

Sogna, ragazzo, sogna, piccolo ragazzo nella mia memoria.
tante volte tanti dentro questa storia: non vi conto più;
sogna, ragazzo, sogna, ti ho lasciato un foglio sulla scrivania.
manca solo un verso a quella poesia, puoi finirla tu.


Ciao Amore Ciao
Luigi Tenco

 

La solita strada, bianca come il sale
il grano da crescere, i campi da arare.
Guardare ogni giorno
se piove o c'e' il sole,
per saper se domani
si vive o si muore
e un bel giorno dire basta e andare via.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Andare via lontano
a cercare un altro mondo
dire addio al cortile,
andarsene sognando.
E poi mille strade grigie come il fumo
in un mondo di luci sentirsi nessuno.
Saltare cent'anni in un giorno solo,
dai carri dei campi
agli aerei nel cielo.
E non capirci niente e aver voglia di tornare da te.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Non saper fare niente in un mondo che sa tutto
e non avere un soldo nemmeno per tornare.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.
Ciao amore,
ciao amore, ciao amore ciao.


Notte prima degli esami
Antonello Venditti

 

Io mi ricordo, quattro ragazzi con la chitarra
e un pianoforte sulla spalla.
Come pini di Roma, la vita non li spezza,
questa notte è ancora nostra.
Come fanno le segretarie con gli occhiali a farsi sposare dagli avvocati?
Le bombe delle sei non fanno male,
è solo il giorno che muore, è solo il giorno che muore.
Gli esami sono vicini, e tu sei troppo lontana dalla mia stanza.
Tuo padre sembra Dante e tuo fratello Ariosto,
stasera al solito posto, la luna sembra strana
sarà che non ti vedo da una settimana.
Maturità ti avessi preso prima,
le mie mani sul tuo seno, è fitto il tuo mistero.
Il tuo peccato è originale come i tuoi calzoni americani,
non fermare ti prego le mie mani
sulle tue cosce tese chiuse come le chiese,
quando ti vuoi confessare.
Notte prima degli esami, notte di polizia
certo qualcuno te lo sei portato via.
Notte di mamma e di papà col biberon in mano,
notte di nonno alla finestra, ma questa notte è ancora nostra.
Notte di giovani attori, di pizze fredde e di calzoni,
notte di sogni, di coppe e di campioni.
Notte di lacrime e preghiere,
la matematica non sarà mai il mio mestiere.
E gli aerei volano in alto tra New York e Mosca,
ma questa notte è ancora nostra, Claudia non tremare
non ti posso far male, se l'amore è amore.
Si accendono le luci qui sul palco
ma quanti amici intorno, mi viene voglia di cantare.
Forse cambiati, certo un po' diversi
ma con la voglia ancora di cambiare,
se l'amore è amore, se l'amore è amore,
se l'amore è amore, se l'amore è amore,
se l'amore è amore.


I migliori anni della nostra vita
Renato Zero

 

Penso che ogni giorno sia come una pesca miracolosa
e che bello pescare sospesi su di una soffice nuvola rosa
tu come un gentiluomo
ed io come una sposa
mentre fuori dalla finestra
si alza in volo soltanto la polvere,
c'è aria di tempesta.
Sarà che noi due
siamo di un altro lontanissimo pianeta
ma il mondo da qui sembra soltanto una botola segreta
tutti vogliono tutto per poi accorgersi
che è niente,
noi non faremo come l'altra gente
questi sono e resteranno per sempre
i migliori anni della nostra vita
i migliori anni della nostra vita,
stringimi forte che nessuna notte è infinita,
i migliori anni della nostra vita

Coro: I migliori anni della nostra vita
i migliori anni della nostra vita

Stringimi forte che nessuna notte è infinita
i migliori anni della nostra vita.

Penso che è stupendo restare al buio abbracciati e nudi
come pugili dopo un incontro
come gli ultimi sopravvissuti,
forse un giorno scopriremo
che non ci siamo mai perduti
e che tutta quella tristezza
in realtà non è mai esistita.
I migliori anni della nostra vita
i migliori anni della nostra vita,
stringimi forte che nessuna notte è infinita,
i migliori anni della nostra vita.

Coro: I migliori anni della nostra vita
i migliori anni della nostra vita

Stringimi forte che nessuna notte è infinita
i migliori anni della nostra vita.


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6 marzo 2009

Marchionne: Fiat può risollevare Chrysler

«L'accordo con Fiat potrebbe permettere a Chrysler di risollevarsi dalla crisi e anche aiutarla a ripagare i prestiti ricevuti dal governo degli Stati Uniti». E' quanto ha detto l'amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, dopo un incontro durato due ore con i membri della commissione del dipartimento del Tesoro Usa, che sta esaminando i problemi del settore dell'auto negli Stati Uniti.

L'alleanza spiegata ai consulenti di Geithner
«Possiamo apportare valore aggiunto - ha detto Marchionne ai giornalisti dopo la riunione - Questa è la vera questione ed è un fattore necessario per la ripresa di Chrysler». La commissione del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti «ha voluto sapere come si manifesterà l'alleanza industriale (tra Chrysler e la Fiat)», ha detto Marchionne. L'amministratore delegato della Fiat si è incontrato in particolare con i consulenti del segretario al Tesoro Timothy Geithner, ovvero Steve Rattnr e Ron Bloom, e con altri funzionari del governo di Obama. «Ritengo che siano stati critici in modo intelligente su tutte le questioni rilevanti, e giustamente. Riconoscono la portata del problema - ha detto Marchionne - e c'è una determinazione assoluta a trovare una soluzione» riguardo alle difficoltà che il comparto auto attraversa. Il numero uno della Fiat ha aggiunto comunque che il governo di Obama si è mostrato ricettivo nei confronti della proposta di un'alleanza tra Fiat e Chrysler.




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6 novembre 2008

Il discorso di Obama dopo la vittoria (da www.ilsole24ore.com)

Ciao, Chicago!
Se là fuori c'è ancora qualcuno che dubita che l'America sia un luogo dove tutto è possibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri Fondatori sia vivo nella nostra epoca, che ancora mette in dubbio la forza della nostra democrazia, questa notte è la vostra risposta.
È la risposta data dalle file di elettori che si estendevano intorno alle scuole e alle chiese, file mai viste prima da questa nazione, è la risposta che hanno dato le persone che hanno aspettato tre, quattro ore, molti per la prima volta in vita loro, perché erano convinti che questa volta doveva essere diverso, che la loro voce poteva fare la differenza.

È la risposta pronunciata da giovani e vecchi, ricchi e poveri, democratici e repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, gay, etero, disabili e non disabili: americani che hanno inviato al mondo il messaggio che noi non siamo mai stati semplicemente un insieme di individui o un insieme di Stati rossi [Repubblicani] e Stati blu [Democratici]: noi siamo e saremo sempre gli Stati Uniti d'America.
È la risposta che ha spinto quelli che per tanto tempo, da tanta gente, si sono sentiti dire che dovevano essere cinici, spaventati, scettici su quello che possiamo fare, sulla possibilità di mettere le mani sul corso della storia e piegarlo in direzione della speranza di un giorno migliore. Ci ha messo molto ad arrivare, ma questa notte, grazie a quello che abbiamo fatto in questa giornata, in queste elezioni, in questo momento storico, il cambiamento è arrivato in America.

Poco fa ho ricevuto una telefonata estremamente gentile da parte del senatore McCain. Il senatore McCain si è battuto a lungo e con convinzione in questa campagna, e ha combattuto ancora più a lungo e con ancora più convinzione per il paese che ama. Ha sopportato sacrifici per l'America che la maggior parte di noi non riesce neppure lontanamente a immaginare. Tutti abbiamo beneficiato dei servizi resi da questo leader valoroso e altruista. Gli faccio le mie congratulazioni, faccio le mie congratulazioni alla governatrice Palin per tutto quello che hanno saputo fare, e spero veramente di poter lavorare insieme a loro nei mesi a venire per rinnovare le promesse di questa nazione.

Voglio ringraziare il mio compagno di viaggio in questa avventura, un uomo che si è impegnato nella campagna con tutto il suo cuore e ha dato voce agli uomini e alle donne con cui è cresciuto nelle strade di Scranton e con cui ha affrontato il viaggio sul treno verso casa in Delaware, il vicepresidente eletto degli Stati Uniti, Joe Biden.
E non sarei qui stanotte senza l'incrollabile supporto di quella che è stata la mia migliore amica negli ultimi 16 anni, la roccia della nostra famiglia, l'amore della mia vita, la prossima first lady della nazione, Michelle Obama.

Sasha e Malia, vi amo tutte e due, più di quanto possiate immaginare, e vi siete guadagnate il nuovo cucciolo che verrà con noi alla Casa Bianca.
E anche se non è più con noi, so che mia nonna sta guardando, e con lei la mia famiglia, che mi ha reso quello che sono. Sento la loro mancanza stanotte, e so che il debito verso di loro è incommensurabile.
A mia sorella Maya, a mia sorella Auma, a tutti i miei fratelli e sorelle, grazie mille per il sostegno che mi avete dato. Vi sono grato.

E al direttore del mio staff elettorale, David Plouffe, l'eroe ignoto di questa campagna, che ha saputo costruire quella che credo sia stata la migliore campagna elettorale nella storia degli Stati Uniti d'America, al responsabile della strategia, David Axelrod, che è stato accanto a me per ogni passo di questo cammino, al migliore team elettorale mai messo insieme nella storia della politica: voi avete reso possibile tutto questo e io vi sarò per sempre grato per quello che avete sacrificato per riuscirci.
Ma soprattutto non dimenticherò mai a chi appartiene veramente questa vittoria. Appartiene a voi. Appartiene a voi.

Non sono mai stato il candidato più probabile per questo incarico. Quando abbiamo cominciato avevamo pochi soldi e pochi appoggi. La nostra campagna non è stata architettata nei corridoi di Washington: è partita dai cortili di Des Moines, dai salotti di Concord, dalle verande di Charleston. È stata costruita da lavoratori e lavoratrici che hanno attinto ai loro magri risparmi per versare 5, 10, 20 dollari per la causa. È diventata forte grazie ai giovani che hanno rigettato il mito dell'apatia della loro generazione, che hanno lasciato le loro case e le loro famiglie per fare lavori che promettevano pochi soldi e poche ore di sonno. Ha attinto forza da quelle persone non più così giovani che hanno sfidato il freddo pungente e il caldo soffocante per andare a bussare alla porta di perfetti estranei, e da quei milioni di americani che hanno lavorato come volontari e hanno coordinato, e che hanno dimostrato, più di due secoli dopo, che un governo del popolo, dal popolo e per il popolo è ancora possibile. Questa è la vostra vittoria.

Io so che non avete fatto tutto questo solo per vincere un'elezione, e so che non lo avete fatto per me. Lo avete fatto perché siete consapevoli dell'enormità del compito che abbiamo davanti. Perché anche se stanotte festeggiamo, siamo consapevoli che sfide che ci aspettano saranno le più impegnative della nostra vita: due guerre, un pianeta in pericolo, la peggiore crisi finanziaria da un secolo a questa parte. Anche mentre stiamo qui stanotte, sappiamo che ci sono americani coraggiosi che percorrono i deserti dell'Iraq e le montagne dell'Afghanistan rischiando la loro vita per noi. Ci sono madri e padri che rimangono svegli dopo che i loro figli sono andati a dormire e si domandano come riusciranno a rimborsare il mutuo, a pagare i conti dei medici o a risparmiare abbastanza per poter mandare i figli all'università.

Ci sono nuove energie da radunare, nuovi posti di lavoro da creare, nuove scuole da costruire e minacce da affrontare, alleanze da risanare.
La strada che ci aspetta sarà lunga. La pendenza sarà ripida. Forse non ci arriveremo in un anno e nemmeno nell'arco di un mandato, ma, America, io non sono mai stato tanto fiducioso come questa notte che ci arriveremo. Ve lo prometto: noi, come popolo, ci arriveremo.
Ci saranno ostacoli e false partenze. Molti non concorderanno con tutte le decisioni che prenderò come presidente, e sappiamo che il governo non può risolvere ogni problema. Ma io sarò sempre sincero con voi sulle sfide che dovremo affrontare. Vi starò a sentire, specialmente quando non saremo d'accordo. E soprattutto vi chiederò di prendere parte all'opera di ricostruzione di questa nazione nell'unico modo che l'America abbia mai conosciuto nei suoi 221 anni di storia: una casa sull'altra, un mattone sull'altro, una mano incallita dalla fatica sull'altra.

Quello che è cominciato 21 mesi fa in pieno inverno non può finire in questa notte d'autunno. Questa vittoria da sola non rappresenta il cambiamento che cerchiamo: è soltanto l'occasione per noi di realizzare quel cambiamento.
E questo non accadrà se torneremo a com'erano le cose un tempo. Non accadrà senza di voi, senza un nuovo spirito di servizio, un nuovo spirito di sacrificio. E allora creiamo un nuovo spirito di patriottismo, di responsabilità, dove ognuno di noi decide di buttarsi nella mischia e impegnarsi di più, e di occuparci non solo di noi stessi ma gli uni degli altri.

Ricordiamoci che se questa crisi finanziaria ci ha insegnato qualcosa, questo qualcosa è che Wall Street, la grande finanza, non può prosperare se Main Street, l'uomo della strada, patisce. In questo paese, ci alziamo o cadiamo come un'unica nazione: come un unico popolo.
Resistiamo alla tentazione di ricadere nella vecchia faziosità, meschineria e immaturità che avvelena da così tanto tempo la nostra vita politica. Ricordiamo che fu un uomo di questo Stato il primo a portare il Partito repubblicano alla Casa Bianca, un partito fondato sui valori della fiducia nei propri mezzi, della libertà individuale e dell'unità nazionale. Questi sono valori che tutti condividiamo. E se questa notte il Partito democratico ha riportato una grande vittoria, lo facciamo con una parte di umiltà e con la determinazione a sanare le fratture che hanno ostacolato il nostro progresso.

Come disse Lincoln a una nazione molto più divisa della nostra: «Noi non siamo nemici, ma amici: la passione può aver messo a dura prova i nostri legami, ma non deve spezzarli». E a quegli americani di cui ancora devo conquistarmi il sostegno dico: stanotte non ho conquistato il vostro voto, ma ascolto la vostra voce, ho bisogno del vostro aiuto e sarò anche il vostro presidente.
E a tutti coloro che stanotte ci stanno guardando da altri paesi, da regge e parlamenti fino a coloro che stanno stretti intorno a una radio negli angoli più dimenticati del pianeta, dico: le nostre storie sono individuali, ma il nostro destino è comune e una nuova alba di leadership americana è a portata di mano. A coloro che vorrebbero distruggere il mondo dico: noi vi sconfiggeremo. A coloro che cercano pace e sicurezza dico: noi vi sosterremo. E a tutti coloro che si sono chiesti se il faro dell'America splende ancora come un tempo dico: questa notte vi abbiamo dimostrato una volta di più che la vera forza della nostra nazione non nasce dalla potenza delle nostre armi o dalla protata della nostra ricchezza, ma dalla forza costante dei nostri ideali: democrazia, libertà, opportunità e invincibile speranza.

Questo è il vero talento dell'America, il fatto che l'America può cambiare. La nostra unione può essere perfezionata. E quello che abbiamo già ottenuto ci dà speranza per quello che possiamo e dobbiamo ottenere domani.
In queste elezioni ci sono state molte novità assolute e molte storie che verranno raccontate per generazioni e generazioni. Ma una storia che ho in mente stanotte è quella di una donna che è andata a votare ad Atlanta. Assomiglia in tutto e per tutto ai milioni di altri individui che si sono messi in fila per far sentire la loro voce in queste elezioni, tranne che per un aspetto: Ann Nixon Cooper ha 106 anni.

Ann Nixon Cooper è nata appena una generazione dopo la fine della schiavitù: un'epoca in cui non c'erano macchine per le strade o aerei nei cieli; un'epoca in cui una come lei non poteva votare per due ragioni, perché era una donna e per il colore della sua pelle. E questa notte penso a tutto quello che ha visto nel corso del secolo che ha vissuto in America: l'angoscia e la speranza, la lotta e il progresso, i tempi in cui ci dicevano che non potevamo farcela e le persone che hanno tirato avanti fondandosi su quella professione di fede americana: «Sì, possiamo farcela».
In un'epoca in cui la voce delle donne veniva messa a tacere e le loro speranze venivano ignorate, Ann Nixon Cooper è vissuta per vedere le donne battersi per i propri diritti, far sentire la propria voce e ottenere il voto. Sì, possiamo farcela.

Quando c'era disperazione nella regione delle Grandi Pianure e tutto il paese era attraversato dalla depressione, abbiamo visto una nazione sconfiggere la paura stessa con un New Deal, un nuovo patto, con nuovi posti di lavoro e un nuovo sentimento di uno scopo comune. Sì, possiamo farcela.
Quando le bombe sono cadute nella nostra baia e la tirannia ha minacciato il mondo, Ann Nixon Cooper era lì a testimoniare come una generazione riuscì ad assurgere alla grandezza e a salvare la democrazia. Sì, possiamo farcela.
Ann Nixon Cooper era lì per gli autobus a Montgomery, per gli idranti a Birgmingham, per il ponte di Selma e per un predicatore di Atlanta che diceva alla gente "We shall overcome", noi vinceremo. Sì, possiamo farcela.

Un uomo è atterrato sulla Luna, un muro è crollato a Berlino, un mondo è stato collegato dalla nostra scienza e dalla nostra immaginazione. E quest'anno, in queste elezioni, Ann Nixon Cooper ha messo un dito su uno schermo e ha votato, perché dopo 106 anni in America, attraverso i momenti migliori e le ore più cupe, lei sa che l'America può cambiare.
Sì, possiamo farcela.

Americani, abbiamo fatto tanta strada. Abbiamo visto tante cose. Ma c'è ancora moltissimo da fare. Perciò questa notte domandiamoci: se i nostri figli dovessero vivere tanto da vedere il prossimo secolo, se le mie figlie dovessero essere tanto fortunate da vivere tanto a lungo quanto Ann Nixon Cooper, quale cambiamento vedranno? Quali progressi avremo realizzato?

Questa è la nostra occasione per rispondere a questo appello. Questo è il nostro momento. Questa è la nostra epoca: per rimettere la nostra gente al lavoro e aprire porte di opportunità per i nostri bambini; per riportare la prosperità e promuovere la causa della pace; per rivendicare il sogno americano e riaffermare quella verità fondamentale, che da molti siamo uno; che finché avremo vita avremo speranza: e quando ci troveremo di fronte al cinismo e al dubbio, e a quelli che ci dicono che non ce la possiamo fare, noi risponderemo con quella professione di fede immortale che riassume lo spirito di un popolo: sì, possiamo farcela.
Grazie. Dio vi benedica. E che Dio benedica gli Stati Uniti d'America.

(Traduzione di Fabio Galimberti)




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5 novembre 2008

Inno alla democrazia del nuovo presidente davanti alla folla oceanica di Chicago. Quindici minuti emozionanti in cui ha promesso una nuova era politica. Dal palco Obama infiamma il Paese

<b>Obama mania, Barack è una icona </b>

CHICAGO - Un inno alla democrazia e alla capacità di cambiare. Barack Obama nel discorso più importante della sua vita, davanti a centinaia di migliaia di persone, ha commosso il suo Paese e il mondo rivendicando la forza della speranza contro il cinismo, la forza dell'uomo comune davanti al potere, la forza potente del sogno e del cambiamento. La forza dell'America, ha gridato Obama nella notte di Chicago, non è la sua potenza militare ma la capacità di creare «democrazia, libertà e opportunità».
Un discorso di quindici minuti, intenso, emozionante, capace di promettere una nuova éra politica: «Questa vittoria non è il cambiamento ma la possibilità del cambiamento e se c'è ancora qualcuno che dubita che l'America sia un posto dove ogni cosa è possibile, dove si può realizzare il sogno dei nostri padri e dimostrare il potere della democrazia, questa notte la risposta è arrivata. L'hanno data le donne e gli uomini che sono stati in coda per ore per poter votare».

Barack Obama è salito sul palco di Grant Park tre minuti prima delle undici di sera. La folla lo aspettava da ore, una serie di boati aveva scandito la conquista di tutti gli Stati chiave, ma la festa era scoppiata un'ora prima quando la Cnn lo aveva dichiarato presidente. Prima di prendere la parola Obama ha aspettato che John McCain concedesse la vittoria, poi con Michelle e le figlie - vestite di rosso e nero - è apparso in questa spianata verde chiusa tra il Lago Michigan e i grattacieli. A proteggere il nuovo presidente due immensi vetri antiproiettile, voluti dal secret service ai lati del leggio.
Obama ha cominciato salutando Chicago, la sua città, la nuova capitale politica d'America, ha parlato con rispetto e stima del suo avversario repubblicano e ha ringraziato Michelle: «La roccia della nostra famiglia, l'amore della mia vita». Poi ha detto a Sasha e Malia che rispetterà la piccola promessa di prendere un cane: «Vi siete meritate il cucciolo, verrà con noi alla Casa Bianca».
Le sue parole più convinte sono state per i milioni di volontari che hanno costruito la sua campagna, per «i lavoratori che hanno donato cinque o dieci dollari», per i giovani che hanno lasciato le famiglie per mesi: «Questa vittoria appartiene a voi e io non lo dimenticherò». Ha ripercorso la storia dell'America e delle sue conquiste e il lungo cammino dei diritti civili attraverso la vita dell'elettrice più anziana: una donna di Atlanta di 106 anni che si battè contro la segregazione razziale e che gli ha dato il suo voto.
L'elenco delle cose su cui impegnarsi adesso è lungo: il pianeta in pericolo per il cambio climatico, la crisi finanziaria e quella delle case, i soldati che combattono in Afghanistan, «la necessità di creare lavoro e di costruire nuove scuole». Ma promette di provarci, chiede che il Paese sia unito con lui per riportare «la prosperità, la pace e restituire ad ognuno la possibilità di coronare il Sogno Americano».

Il finale è hollywoodiano, lo raggiungono sul palco Joe Biden e tutti i parenti: si abbracciano e salutano a lungo mentre gli altoprlanti trasmettono una colonna sonora epica. In tutta America si riempiono le piazze e le strade e davanti alla Casa Bianca un'altra folla immensa festeggia pacificamente l'arrivo di un nuovo inquilino. Il primo nero della storia. 


<b>Obama mania, Barack è una icona </b>




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19 ottobre 2008

Obama fa centro nel 'rosso' Missouri. L'annuncio di Powell in tv: «Sto con lui», «Occhi freschi e nuove idee». Intanto McCain aumenta i toni velenosi della campagna

NEW YORK – C0lin Powell scende in campo per Obama. L’ex segretario di Stato repubblicano ha dato ufficialmente il suo appoggio al candidato democratico alla Casa Bianca in un’intervista al programma televisivo della Nbc «Meet the Press». L'endorsement dell'ex capo della diplomazia dell'amministrazione Bush junior ed eroe della guerra del Golfo ai tempi in cui alla Casa Bianca c'era Bush padre, è un durissimo colpo alla campagna del repubblicano McCain. «Gli Stati Uniti hanno bisogno di un cambio generazionale - ha spiegato Powell uscendo dagli studi della Nbc -. Obama offre occhi freschi e nuove idee», mentre il suo rivale repubblicano si limiterebbe a «porre in atto l'ortodossia dell'agenda repubblicana».

McCAIN AMMETTE: «SI PUO' PERDERE» - E l'endorsement di Powell a Obama, oltre ai successi del democratico nella raccolta di fondi, deve aver fiaccato il morale del combattivo McCain: il repubblicano ha, infatti, per la prima volta, evocato la possibilità di essere battuto nelle elezioni di novembre. Intervistato dalla Fox McCain ha detto di aver pensato all'eventualità di una sconfitta: «Certamente. Ma non mi crogiolo in questo pensiero. E comunque ho avuto una vita meravigliosa. Posso tornare a vivere in Arizona, a rappresentare il mio paese in Senato, con una famiglia meravigliosa, e una vita piena di benedizioni». McCain ha quindi invitato gli elettori a »non sentirsi tristi», affermando che «nemmeno McCain si sentirà triste per se stesso».

«PALIN STUPIDA E INCOLTA» - Tornando a Powell, l'ex segretario di Stato di George W. Bush è solo l’ultimo di una lunga serie di vip repubblicani che nelle ultime settimane hanno preso la distanze dal ticket McCain-Palin. Sabato l’autorevole speech writer di Ronald Reagan, Peggy Noonan, si è scagliata contro la scelta di Sarah Palin, definita «una stupida, insulare e incolta». La settimana scorsa era toccato a Christopher Buckley, figlio di William, il leggendario fondatore di National Review (la rivista simbolo dell’anima conservatrice), mentre sul New York Times David Brooks, altro importante intellettuale repubblicano, ha definito la vice di McCain «il cancro all’interno del partito». Il sostegno di Colin Powell rappresenta un prezioso aiuto per Obama, la cui organizzazione elettorale ha diffuso cifre da record, sostenendo che il candidato democratico lo scorso settembre ha raccolto fondi per oltre 150 milioni di dollari, battendo il primato del mese precedente, con 632.000 nuovi sostenitori che hanno versato un contributo. La cifra rappresenta oltre il doppio dei 66 milioni raccolti in agosto.

MISSOURI, FOLLA OCEANICA - Intanto le prime pagine dei quotidiani pubblicano la foto delle folle oceaniche per Barack Obama in Missouri, il feudo repubblicano dove ha scelto di sfidare John McCain con due comizi che hanno attirato masse entusiastiche come non se ne vedevano dai discorsi di Berlino (200mila) e alla convention democratica di Denver (84mila). Sotto al grande arco di Saint Louis sono stati 100mila i sostenitori; altri 75mila erano presenti al comizio serale in un parco dell'altra metropoli dello Stato del Midwest, Kansas City. La riprova, secondo gli addetti ai lavori, che Obama sta suscitando attenzione in numerosi altri stati «rossi», cioè repubblicani, fino a poche settimane fa considerati assolutamente fuori portata per i democratici.

MCCAIN A 3 PUNTI DA OBAMA - Ma a guastargli la festa sono gli ultimi sondaggi Zogby secondo cui il vantaggio di Obama sul rivale è sceso a 3 punti. Obama è davanti a McCain col 48% contro il 45% fra i potenziali elettori Usa, con un 1% in meno rispetto al sondaggio di sabato. «È una buona notizia per McCain - spiega il sondaggista John Zogby -. Il senatore dell'Arizona sembra aver consolidato l'appoggio della base repubblicana e sta anche guadagnando terreno fra gli indipendenti che potrebbero avere un ruolo decisivo nell'elezione del 4 novembre». Rinfrancato dai sondaggi, McCain amplifica il tono negativo della sua campagna. Sabato il senatore dell’Arizona ha accusato il suo avversario democratico di essere «un socialista», cioè il promotore di politiche collettiviste in stile Unione Sovietica: un vero e proprio insulto nell’America dell'economia libera e del capitalismo selvaggio. Nel suo tradizionale intervento radiofonico del sabato, McCain ha criticato il piano di riforma fiscale di Obama, che vuole diminuire le tasse per chi guadagna meno di 250 mila dollari lordi l'anno, cioè il 95% degli americani, e aumentarle per chi supera il tetto in questione. «Tu vuoi semplicemente togliere soldi ai ricchi - ha tuonato McCain - per finanziare un sistema assistenziale fatto di tagli e sgravi fiscali ai lavoratori».

LA «GUERRA» DELLE TESTATE - Ma a tifare Obama è la stragrande maggioranza dei media. Il senatore ha ricevuto l’appoggio di 58 testate fino ad oggi, 17 nelle ultime 24 ore e tra queste figurano colossi del giornalismo americano come il Los Angeles Times o il Chicago Tribune, un quotidiano di tradizione repubblicana che non ha mai appoggiato un democratico per la Casa Bianca dalla sua fondazione, nel 1847. Per Obama si sono schierati anche il Denver Post, l’Atlanta Journal-Constitution, il Salt Lake Tribune, il Kansas City Star, e il Chicago Sun-Times e nei giorni scorsi il Washington Post e il San Francisco Chronicle. Il repubblicano John McCain ha finora ottenuto l’appoggio di solo 16 testate minori, incluso il tabloid New York Post di Rupert Murdoch.




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26 settembre 2008

La Pearl Harbor della politica di VITTORIO ZUCCONI

IL CAOS politico americano, quello che si trascina fra il fallimento del bushismo e una stagione elettorale troppo lunga, e che ha permesso la tragedia finanziaria, ci ha proposto l'inedito "numero" del candidato che scappa.

Un candidato che si chiama fuori dalla partita per due giorni e non vuole più dibattere l'avversario. Come se la democrazia fosse un incontro di basket, John McCain ha chiesto un timeout, per salvare la propria squadra da una sconfitta che il tabellone dei sondaggi cominciava a lampeggiare.

Il dibattito probabilmente si farà, e questa sera assisteremo finalmente al confronto, perché Barack Obama ha risposto che lui si presenterà sul palco in quanto "mai come adesso la nazione deve vedere e conoscere chi vuole guidarla in questi tempi difficili". Ma il fatto stesso che un candidato annunci di avere "sospeso la campagna elettorale", come fosse un puzzle da riporre per qualche ora, a 40 giorni dal voto, è uno di quei colpi di testa (e di nervi) che i colleghi senatori conoscono bene e che molti elettori temono.
John McCain, famosa testa calda dal pessimo carattere che gli ha meritato in Parlamento il soprannome di "McNasty", Mac la peste, ha semplicemente cercato di buttare all'aria il tavolo di gioco, come fanno i bambini molto immaturi o i vecchi molto stizzosi quando perdono.

Nel mezzo di quella che il finanziere più autorevole degli Stati Uniti, quel Warren Buffett che viene guardato come l'ultimo oracolo, ha definito una "nuova Pearl Harbor", la flotta di coloro che dovrebbero proteggerci naviga alla deriva, sballottata dal vento dei sondaggi e delle manovre elettorali, senza ordini né piani chiari. Se il padre di John McCain, il magnifico ammiraglio che consumò tutto sé stesso nella risposta all'aggressione giapponese nel Pacifico e pagò la fatica disumana morendo d'infarto il giorno dopo la vittoria, potesse vedere il figlio annaspare in queste ore, lo spedirebbe in cambusa, lontano dal ponte di comando.

La mossa di McCain, quello che dovrebbe essere l'anziano sicuro, il buon nonno prudente e responsabile di fronte al troppo giovane e irresponsabile avversario Obama, serve a sottolineare la radice profonda della crisi, che non è finanziaria né economica, ma politica. Da quasi otto anni, dal gennaio del 2001, l'America è senza un governo competente e attendibile, che ha creduto di poter surrogare con la superbia la propria cadente autorità morale. Ha perduto ogni credibilità e ogni autorità, presa nella tela di menzogne, propaganda, ideologia, messianesimo, politicizzazione elettoralistica e incompetenza che, una volta tessuta, non può più essere dipanata. Oggi la nazione è governata dal presidente della Fed Bernanke e dall'ex Goldman Sachs, il ministro del Tesoro Paulson. Bush è soltanto un passeggero, al quale gli adulti alla guida chiedono di non toccare niente.

Il piano di salvataggio con danaro pubblico che dovrebbe essere varato oggi, e che è stato imposto ai due candidati, al Congresso e a una nazione che lo osteggia apertamente con un ricatto in stile Alitalia, o così o tutti giù dalla finestra, metterà un tampone sull'emorragia. Ma né i colpi di testa di McCain, né il fiacco discorso del presidente alla nazione, mercoledì sera, possono restituire prestigio morale a una politica che lo ha perduto tra le rovine di Bagdad, nel pasticcio afgano, nella devastazione di New Orleans, nello scandalo costituzionale di Guantanamo, nelle torture in appalto e nella totale indifferenza a quella cultura del profitto facile e sregolato che soltanto ora finge di scoprire con orrore e con ripensamenti statalisti e assistenzialisti.

La catastrofe in atto è la sentenza finale di un processo a Bush che dura da sette anni e otto mesi, e che vede come complice un Parlamento che il suo partito, il repubblicano, aveva controllato per sei anni e i democratici non hanno saputo raddrizzare. È stata un'esperienza surreale ascoltare il presidente accusare tutti di avere prodotto questa "Pearl Harbor", gli speculatori, i brokers, i banchieri, gli immobiliaristi, i consumatori, gli acquirenti di case che hanno assunto mutui eccessivi, tutti colpevoli meno che lui e la sua amministrazione, quella che fino a due settimane or sono ci garantiva che "l'economia americana resta robusta e solida".

Il futuro presidente erediterà due guerre in corso e lontane da una conclusione decisiva, in Iraq e in Afghanistan, un conto mostruoso di debito pubblico da saldare, un bilancio federale devastato, un mercato immobiliare alla canna del gas, una Pearl Harbor finanziaria, un Iran avviato sulla strada del nucleare, una Russia burbanzosa e neo imperiale, ora addirittura una Corea de Nord che torna a scricchiolare. Si capisce perché la parola chiave di questa stagione elettorale adottata persino dai repubblicani e da McCain, che temono Bush come un appestato e lo hanno tenuto lontano dal loro congresso, sia "cambiare". Persino una fanciulla del West scesa a valle col disgelo del bushismo, o un settuagenario, sembrano un progresso.




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3 luglio 2008

Colombia, liberata Ingrid Betancourt. La donna è stata rilasciata assieme ad altri quattordici ostaggi che come lei erano nelle mani delle Farc

BOGOTA' (Colombia) - Ingrid Betancourt è stata liberata. La notizia è stata diramata da fonti governative che spiegano come oltre alla donna, che era nelle mani dei guerriglieri della Farc dal 2002, siano stati recuperati anche altri 14 ostaggi - tre cittadini americani e 11 militari colombiani - a loro volta finiti nelle mani dei rivoltosi. Secondo quanto annunciato il ministro della difesa colombiano Manuel Santos, tutte le persone rilasciate sarebbero in buone condizioni di salute.

La Betancourt, di origini francesi, già candidata alle presidenziali colombiane, era stata sequestrata e poi trattenuta in qualche rifugio segreto nella foresta. Secondo molti il suo sequestro era stato dettato dalle campagne da lei condotte, da senatrice, contro la corruzione e il narcotraffico. Prima di essere rapita la donna, da tempo attiva in politica, aveva pubblicato un'autobiografia dal titolo «Forse mi uccideranno domani», in cui venivano denunciati per nome e cognome molti dei politici corrotti della Colombia.

L'emittente satellitare americana Cnn ha ricordato che nei giorni scorsi si trovavano in Colombia due mediatori impegnati sul caso, uno di nazionalitá francese, l'altro svizzero.




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4 giugno 2008

Remarks of Senator Barack Obama. Final Primary Night. Tuesday, June 3rd, 2008, St. Paul, Minnesota

As Prepared for Delivery

Tonight, after fifty-four hard-fought contests, our primary season has finally come to an end.

Sixteen months have passed since we first stood together on the steps of the Old State Capitol in Springfield, Illinois. Thousands of miles have been traveled. Millions of voices have been heard. And because of what you said – because you decided that change must come to Washington; because you believed that this year must be different than all the rest; because you chose to listen not to your doubts or your fears but to your greatest hopes and highest aspirations, tonight we mark the end of one historic journey with the beginning of another – a journey that will bring a new and better day to America. Tonight, I can stand before you and say that I will be the Democratic nominee for President of the United States.

I want to thank every American who stood with us over the course of this campaign – through the good days and the bad; from the snows of Cedar Rapids to the sunshine of Sioux Falls. And tonight I also want to thank the men and woman who took this journey with me as fellow candidates for President.

At this defining moment for our nation, we should be proud that our party put forth one of the most talented, qualified field of individuals ever to run for this office. I have not just competed with them as rivals, I have learned from them as friends, as public servants, and as patriots who love America and are willing to work tirelessly to make this country better. They are leaders of this party, and leaders that America will turn to for years to come.

That is particularly true for the candidate who has traveled further on this journey than anyone else. Senator Hillary Clinton has made history in this campaign not just because she’s a woman who has done what no woman has done before, but because she’s a leader who inspires millions of Americans with her strength, her courage, and her commitment to the causes that brought us here tonight.

We’ve certainly had our differences over the last sixteen months. But as someone who’s shared a stage with her many times, I can tell you that what gets Hillary Clinton up in the morning – even in the face of tough odds – is exactly what sent her and Bill Clinton to sign up for their first campaign in Texas all those years ago; what sent her to work at the Children’s Defense Fund and made her fight for health care as First Lady; what led her to the United States Senate and fueled her barrier-breaking campaign for the presidency – an unyielding desire to improve the lives of ordinary Americans, no matter how difficult the fight may be. And you can rest assured that when we finally win the battle for universal health care in this country, she will be central to that victory. When we transform our energy policy and lift our children out of poverty, it will be because she worked to help make it happen. Our party and our country are better off because of her, and I am a better candidate for having had the honor to compete with Hillary Rodham Clinton.

There are those who say that this primary has somehow left us weaker and more divided. Well I say that because of this primary, there are millions of Americans who have cast their ballot for the very first time. There are Independents and Republicans who understand that this election isn’t just about the party in charge of Washington, it’s about the need to change Washington. There are young people, and African-Americans, and Latinos, and women of all ages who have voted in numbers that have broken records and inspired a nation.

All of you chose to support a candidate you believe in deeply. But at the end of the day, we aren’t the reason you came out and waited in lines that stretched block after block to make your voice heard. You didn’t do that because of me or Senator Clinton or anyone else. You did it because you know in your hearts that at this moment – a moment that will define a generation – we cannot afford to keep doing what we’ve been doing. We owe our children a better future. We owe our country a better future. And for all those who dream of that future tonight, I say – let us begin the work together. Let us unite in common effort to chart a new course for America.

In just a few short months, the Republican Party will arrive in St. Paul with a very different agenda. They will come here to nominate John McCain, a man who has served this country heroically. I honor that service, and I respect his many accomplishments, even if he chooses to deny mine. My differences with him are not personal; they are with the policies he has proposed in this campaign.

Because while John McCain can legitimately tout moments of independence from his party in the past, such independence has not been the hallmark of his presidential campaign.

It’s not change when John McCain decided to stand with George Bush ninety-five percent of the time, as he did in the Senate last year.

It’s not change when he offers four more years of Bush economic policies that have failed to create well-paying jobs, or insure our workers, or help Americans afford the skyrocketing cost of college – policies that have lowered the real incomes of the average American family, widened the gap between Wall Street and Main Street, and left our children with a mountain of debt.

And it’s not change when he promises to continue a policy in Iraq that asks everything of our brave men and women in uniform and nothing of Iraqi politicians – a policy where all we look for are reasons to stay in Iraq, while we spend billions of dollars a month on a war that isn’t making the American people any safer.

So I’ll say this – there are many words to describe John McCain’s attempt to pass off his embrace of George Bush’s policies as bipartisan and new. But change is not one of them.

Change is a foreign policy that doesn’t begin and end with a war that should’ve never been authorized and never been waged. I won’t stand here and pretend that there are many good options left in Iraq, but what’s not an option is leaving our troops in that country for the next hundred years – especially at a time when our military is overstretched, our nation is isolated, and nearly every other threat to America is being ignored.

We must be as careful getting out of Iraq as we were careless getting in - but start leaving we must. It’s time for Iraqis to take responsibility for their future. It’s time to rebuild our military and give our veterans the care they need and the benefits they deserve when they come home. It’s time to refocus our efforts on al Qaeda’s leadership and Afghanistan, and rally the world against the common threats of the 21st century – terrorism and nuclear weapons; climate change and poverty; genocide and disease. That’s what change is.

Change is realizing that meeting today’s threats requires not just our firepower, but the power of our diplomacy – tough, direct diplomacy where the President of the United States isn’t afraid to let any petty dictator know where America stands and what we stand for. We must once again have the courage and conviction to lead the free world. That is the legacy of Roosevelt, and Truman, and Kennedy. That’s what the American people want. That’s what change is.

Change is building an economy that rewards not just wealth, but the work and workers who created it. It’s understanding that the struggles facing working families can’t be solved by spending billions of dollars on more tax breaks for big corporations and wealthy CEOs, but by giving a the middle-class a tax break, and investing in our crumbling infrastructure, and transforming how we use energy, and improving our schools, and renewing our commitment to science and innovation. It’s understanding that fiscal responsibility and shared prosperity can go hand-in-hand, as they did when Bill Clinton was President.

John McCain has spent a lot of time talking about trips to Iraq in the last few weeks, but maybe if he spent some time taking trips to the cities and towns that have been hardest hit by this economy – cities in Michigan, and Ohio, and right here in Minnesota – he’d understand the kind of change that people are looking for.

Maybe if he went to Iowa and met the student who works the night shift after a full day of class and still can’t pay the medical bills for a sister who’s ill, he’d understand that she can’t afford four more years of a health care plan that only takes care of the healthy and wealthy. She needs us to pass health care plan that guarantees insurance to every American who wants it and brings down premiums for every family who needs it. That’s the change we need.

Maybe if he went to Pennsylvania and met the man who lost his job but can’t even afford the gas to drive around and look for a new one, he’d understand that we can’t afford four more years of our addiction to oil from dictators. That man needs us to pass an energy policy that works with automakers to raise fuel standards, and makes corporations pay for their pollution, and oil companies invest their record profits in a clean energy future – an energy policy that will create millions of new jobs that pay well and can’t be outsourced. That’s the change we need.

And maybe if he spent some time in the schools of South Carolina or St. Paul or where he spoke tonight in New Orleans, he’d understand that we can’t afford to leave the money behind for No Child Left Behind; that we owe it to our children to invest in early childhood education; to recruit an army of new teachers and give them better pay and more support; to finally decide that in this global economy, the chance to get a college education should not be a privilege for the wealthy few, but the birthright of every American. That’s the change we need in America. That’s why I’m running for President.

The other side will come here in September and offer a very different set of policies and positions, and that is a debate I look forward to. It is a debate the American people deserve. But what you don’t deserve is another election that’s governed by fear, and innuendo, and division. What you won’t hear from this campaign or this party is the kind of politics that uses religion as a wedge, and patriotism as a bludgeon – that sees our opponents not as competitors to challenge, but enemies to demonize. Because we may call ourselves Democrats and Republicans, but we are Americans first. We are always Americans first.

Despite what the good Senator from Arizona said tonight, I have seen people of differing views and opinions find common cause many times during my two decades in public life, and I have brought many together myself. I’ve walked arm-in-arm with community leaders on the South Side of Chicago and watched tensions fade as black, white, and Latino fought together for good jobs and good schools. I’ve sat across the table from law enforcement and civil rights advocates to reform a criminal justice system that sent thirteen innocent people to death row. And I’ve worked with friends in the other party to provide more children with health insurance and more working families with a tax break; to curb the spread of nuclear weapons and ensure that the American people know where their tax dollars are being spent; and to reduce the influence of lobbyists who have all too often set the agenda in Washington.

In our country, I have found that this cooperation happens not because we agree on everything, but because behind all the labels and false divisions and categories that define us; beyond all the petty bickering and point-scoring in Washington, Americans are a decent, generous, compassionate people, united by common challenges and common hopes. And every so often, there are moments which call on that fundamental goodness to make this country great again.

So it was for that band of patriots who declared in a Philadelphia hall the formation of a more perfect union; and for all those who gave on the fields of Gettysburg and Antietam their last full measure of devotion to save that same union.

So it was for the Greatest Generation that conquered fear itself, and liberated a continent from tyranny, and made this country home to untold opportunity and prosperity.

So it was for the workers who stood out on the picket lines; the women who shattered glass ceilings; the children who braved a Selma bridge for freedom’s cause.

So it has been for every generation that faced down the greatest challenges and the most improbable odds to leave their children a world that’s better, and kinder, and more just.

And so it must be for us.

America, this is our moment. This is our time. Our time to turn the page on the policies of the past. Our time to bring new energy and new ideas to the challenges we face. Our time to offer a new direction for the country we love.

The journey will be difficult. The road will be long. I face this challenge with profound humility, and knowledge of my own limitations. But I also face it with limitless faith in the capacity of the American people. Because if we are willing to work for it, and fight for it, and believe in it, then I am absolutely certain that generations from now, we will be able to look back and tell our children that this was the moment when we began to provide care for the sick and good jobs to the jobless; this was the moment when the rise of the oceans began to slow and our planet began to heal; this was the moment when we ended a war and secured our nation and restored our image as the last, best hope on Earth. This was the moment – this was the time – when we came together to remake this great nation so that it may always reflect our very best selves, and our highest ideals. Thank you, God Bless you, and may God Bless the United States of America.

www.barackobama.com




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4 giugno 2008

Obama: «Io il candidato dei democratici». Primo discorso con la nomination in tasca: «Elimineremo le minacce iraniane sul nucleare»

NEW YORK - Chiusi i seggi in South Dakota e Montana, ultimi a pronunciarsi dopo una serie di voti in 54 stati e territori americani, Obama ha annunciato ufficialmente di essere «il candidato dei democratici a presidente degli Stati Uniti». «È un giorno nuovo e migliore in America», ha detto il primo afro-americano che correrà per la poltrona della Casa Bianca, nel discorso notturno della vittoria in cui ha preso in prestito uno slogan che riecheggia John F.Kennedy, ma anche Ronald Reagan. Le elezioni del 4 novembre per scegliere il 44mo presidente degli Stati Uniti saranno infatti una sfida tra un candidato nero di 46 anni, figlio di un immigrato del Kenya e di una madre bianca del Kansas, e un eroe di guerra di 71 anni, il repubblicano John McCain.

«SEMPRE AL FIANCO DI ISRAELE» - Gli Stati Uniti resteranno sempre «al fianco di Israele e Gerusalemme deve restare capitale» ha detto Obama parlando a Washington davanti alla platea dell'associazione israelo-americana, nel suo primo discorso pubblico dopo aver conquistato matematicamente la nomination.

CONTRO L'IRAN - Con la nomination democratica in tasca, ha annunciato che da presidente si impegnerà a «eliminare» la «minaccia» che il programma nucleare iraniano rappresenta per Israele e il Medio Oriente. «Non scenderò mai a compromessi quando si tratta della sicurezza del popolo israeliano», ha aggiunto raccogliendo un lungo applauso. Obama ha affermato che «farà tutto il possibile», ripetendo per tre volte la parola "tutto", per evitare che l'Iran possa entrare in possesso di un ordigno nucleare. «Non esiste più grande minaccia dell'Iran per Israele e per la pace e la stabilità nella regione», ha detto Obama. «Il pericolo posto dall'Iran è così serio e reale che il mio obiettivo sarà eliminare questa minaccia» ha aggiunto il senatore afro-americano. «Lascerò sempre - ha aggiunto Obama - la minaccia di un'azione militare sul tavolo per difendere la nostra sicurezza e quella del nostro alleato israeliano».

BUSH SI CONGRATULA - Al candidato afro-americano sono arrivate nel frattempo le congratulazioni dell'attuale inquilino della Casa Bianca, George W. Bush. «Il senatore Obama ha fatto una lunga strada per diventare il candidato del suo partito - ha commentato la portavoce Dana Perino, che non ha detto se Bush telefonerà al senatore dell'Illinois -. E il suo successo storico riflette anche il fatto che il nostro Paese ha fatto progressi»

LA CLINTON NON ANNUNCIA IL RITIRO - Da New York, la Clinton gli ha fatto i complimenti senza però annunciare formalmente il ritiro. Ma nel suo discorso davanti alla conferenza dell'American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) si è riferita ad Obama riconoscendo implicitamente la sua sconfitta nella corsa alla nomination democratica. «So che Barack Obama sarà un buon amico di Israele», ha detto l'ex firs lady visibilmente emozionata. Lo staff della Clinton ha fatto sapere che la senatrice cerca un incontro privato al più presto con Obama e crescono le voci di un suo possibile ruolo di vice nel 'ticket' presidenziale. La Clinton non ha esitato a rivolgersi direttamente alla piazza decisa a non farsi da parte neppure dopo l'ormai matematica certezza della nomination democratica ottenuta da Barack Obama con la vittoria nel Montana: ultimo capitolo di cinque logoranti mesi di battaglia, lungo i quali si sono dipanate le primarie, insieme a quello del South Dakota che ha regalato all'ex "first lady" un irrilevante successo in extremis. «Sono molti coloro che hanno votato per me», ha caparbiamente ricordato la senatrice dalla sua roccaforte di New York, commentando a caldo i risultati, «e io voglio ascoltarne le voci. Voglio sentire da voi che cosa ne pensate», ha insistito, invitando quindi i propri sostenitori a collegarsi con il sito della sua campagna elettorale.

MCCAIN: «QUANTE IDEE PERDENTI» - Non ha lesinato il sarcasmo John McCain, nell'intento di cominciare da subito a demolire Barack Obama: colui che, ormai è sicuro, dovrà affrontare il 4 novembre prossimo nelle presidenziali Usa. «Sapete, rispetto al mio avversario ho qualche anno in più», ha esordito McCain davanti a circa seicento sostenitori, riuniti per ascoltarlo a New Orleans. «Perciò sono sorpreso - ha ironizzato il virtuale candidato repubblicano - nel constatare come un uomo così giovane abbia fatto incetta di tante idee perdenti».





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26 maggio 2008

Il diario di Kabul di Ettore Mo: Tra i mutilati di Kabul

KABUL—Per chi voglia documentarsi in fretta sulla barbarie dei talebani, basta una visita all’Ospedale ortopedico della Croce Rossa Internazionale di Kabul, dov’è concentrato un esiguo campionario degli oltre 40 mila mutilati afghani, vittime della loro scellerata dittatura. Uno di loro, Ghulam Faroq, racconta che lo arrestarono nel ’99 e, dopo averlo addormentato, gli amputarono «senza ragione» la mano destra e la gamba sinistra. Rimpiazzate, l’una e l’altra, dagli arti artificiali che tre mesi dopo Alberto Cairo — dal ’90 direttore dell’istituto — gli aveva riattaccato. Cairo, 50 anni, piemontese della provincia di Cuneo, che ho più volte incontrato nei miei pellegrinaggi in Afghanistan, non è medico anche se tutti lo chiamano dottore: al tempo stesso, sarebbe estremamente riduttivo liquidarlo sbrigativamente come fisioterapista, data l’importanza e l’impatto che il suo Centro Ortopedico ha avuto ed esercita tuttora non solo sulla capitale ma sull’intera società afghana, afflitta dalla guerra. Dopo Kabul, altri Centri per i programmi di riabilitazione sono stati aperti aMazar-e-Sharif, Herat, Jalalabad, Gulbahar e Faizebad, che hanno ospitato un totale di 76 mila pazienti, con un aumento annuo di circa seimila persone, straziate, oltre che nei conflitti a fuoco, dalle mine anti- uomo disseminate ovunque. Altri dati informano che ogni anno vengono costruite circa 15 mila gambe e braccia artificiali. C’è poi la fitta schiera dei paraplegici, colpiti alla spina dorsale e immobilizzati per la vita. Sono 18 anni che Alberto Cairo vive e lavora in mezzo a questa umanità: «Quando vi misi piede la prima volta — racconta —, Kabul aveva circa 500 mila abitanti, adesso siamo sui quattro milioni. Io ho vissuto sotto cinque regimi: i comunisti di Taraki e Hafizullah Amin; i filosovietici di Najibullah; i mujahiddin dell’uno o dell’altro partito; i talebani; e infine, adesso, il governo del presidente Hamid Karzai...».
Quando la città era contesa dagli uomini di Ahmad Shah Massud e del suo rivale Gulbuddin Hekmatyar (tra il ’92 e il ’96), sull’ospedale «piovevano i razzi e si faticava a tener calmi i pazienti»; poi, con l’avvento dei talebani, «il problema più grave riguardava le donne, visto che quei fanatici di integralisti esigevano una netta separazione tra i sessi: regola non facile da rispettare nel nostro lavoro. Che tornò normale nel 2001, dopo la loro disfatta». Ciò che trovi, varcato il cancello del Centro, non evoca affatto l’atmosfera brechtiana dell’Opera da tre soldi, con la sfilata degli zoppi al proscenio: al contrario, ti senti come attorniato da una scolaresca indisciplinata, con giovani, meno giovani e anziani che avanzano (talvolta letteralmente saltellando) sulle stampelle, mentre altri, incollati alla sedia a rotelle, s’incrociano e rincorrono chiacchierando ad alta voce. Più risate che lamenti o imprecazioni. Si rasenta quasi l’allegria. Il programma dei Centri ortopedici prevede che i disabili imparino un mestiere che sia compatibile con le loro condizioni (o menomazioni) fisiche: «Questo spiega—dice Alberto Cairo— perché tutte e cinquecento le persone, uomini e donne, che lavorano in questo ospedale sono degli ex pazienti». Per averne conferma, basta una visita fugace nel dedalo di stanze e fucine dove si confezionano protesi di gambe, braccia, mani e piedi riciclando vecchia plastica e copertoni o dove si costruiscono in serie stampelle e sedie a rotelle. Un ragazzo senza gambe e in vena di scherzi definisce la sua carrozzella la fuoriserie di Maranello. Anche Cairo, pur venendo da una contrada dove gli uomini sono notoriamente chiusi e taciturni, sembra sorretto da una buona dose di sense of humour e d’ottimismo, necessari per reggere all’impatto quotidiano della realtà in cui vive: e sono infatti in molti a chiedersi come abbia fatto a resistere per diciott’anni. «Ho sempre questa amica seduta sul sofà— dice scansando considerazioni più serie —. Questa gattina castrata si chiama Rita». Ma— confessa — gli piaceva di più la Kabul dei primi tempi, quand’era una capitale onesta: «Oggi—lamenta —, la corruzione ha coinvolto tutti e tutto. Ad ogni livello. Si paga per ogni cosa: che so, per una firma, per il bollo della macchina, per sollecitare una pratica. E i prezzi salgono alle stelle. Anche il sistema sanitario non funziona. A Kabul ci sono 200 cliniche private ma tutte di livello molto basso. Una sola eccezione, l’ospedale francese...».
Kabul, sostiene, è cambiata molto fisicamente, la vede caotica e un po’ sguaiata: «Il traffico. E poi... troppa musica sparata in strada, sui marciapiedi, a pieno volume; troppi negozi con vetrine di lusso e abiti griffati, troppo di tutto». Ma lo stesso, la nostalgia per il Piemonte non avrà il sopravvento. La dedizione senza limiti — e tuttavia mai ostentata — ai suoi pazienti (lo vedi scherzare mentre avvita una gamba di plastica al ginocchio di un ragazzo) appare ancor più evidente quando l’accompagni nel villaggio di Dasht Barachi, dove alcuni disabili, dimessi dall’ospedale, si sono sistemati con la speranza di trascorrervi un’«esistenza normale»: come Abdul Rasheed, 50 anni, colpito alla schiena da un proiettile nel ’96, da allora paralizzato totale. Abita in una stanza tirata a lucido, con la moglie e due figli. Insieme, tessono tappeti, per un tappeto tre mesi di lavoro, un dollaro al metro. La figlia Sarzana, 16 anni, è bella e sottile, il velo sui capelli, pantaloni rossi attillati. Pochi metri più in là, Ahmad Alì, lui pure immobilizzato a vita, riceve il cibo dalla Croce Rossa, è sempre solo e al buio. Qualche volta lo mettono su una carrozzella e gli fanno fare il giro del mondo tra rigagnoli immondi e montagne di spazzatura. Negli ospedali di Emergency, in Afghanistan, business as usual: cioè situazione di emergenza permanente con le vittime della guerra che ogni giorno s’affacciano ai rifugi montani dei Fap— posti di primo soccorso —, come quello di Anjuman, aggrappato a 3.800 metri al cielo ghiacciato dello Hindu Kush, per essere poi dirottate verso i Centri chirurgici di Anabah, nel Panshir, di Kabul e, più a sud, di Lashkargah, capitale della provincia di Helmand.
Si calcola che nelle strutture sanitarie create da Gino Strada siano state curate gratuitamente, dal 1994 alla fine dell’anno scorso, più di 2 milioni e 750 mila persone: senza trascurare il fatto che esse abbiano sottratto alla disoccupazione e alla fame circa un migliaio di lavoratori locali. Nell’ospedale di Emergency a Kabul (o, più precisamente, Centro chirurgico per vittime di guerra) vengono accolti anche disabili non direttamente coinvolti in conflitti armati o feriti dall’esplosione di una mina anti uomo, ma qualsiasi persona ridotta allo stato di immobilità irreversibile da gravi malattie, quali la poliomelite, la tubercolosi o la lebbra, oppure da incidenti stradali o sul lavoro. L’Emergency Hospital di Kabul ha i suoi problemi: «Come in ogni altra struttura sanitaria — ammette il dr. Danilo Ghirelli, di origine romagnola — i nostri sono soprattutto di natura economica. Non siamo in grado di pagare i salari che offrono alcune organizzazioni non governative, perciò i nostri medici e infermieri se ne vanno altrove, dove il trattamento è migliore. Conseguenza? La scarsità del personale ci costringe a lavorare giorno e notte, 24 ore su 24. E dobbiamo vedercela con casi d’emergenza gravi. Abbiamo l’unico reparto di rianimazione in Afghanistan free of charge, cioè gratis. Ci sono ospedali meglio attrezzati di noi, ma quelli si fanno pagare. Eseguiamo inmedia 350 interventi chirurgici al mese, solo a Kabul». Nel reparto pediatrico, quasi tutti i bambini sono vittime di «incidenti di guerra». I due che vediamo con le gambe in trazione sono «saltati » su una mina. Sorridono e dicono qualche parola in inglese (thank you mister yes goodbye goodnight) per darsi le arie, ma nessuno è in grado di dire se potranno ancora correre o giocare nei campi. Vauro, perenne innamorato dell’Afghanistan, ha lasciato sulle pareti del padiglione, accantonando la sua indole ringhiosa, scarabocchi vivaci e gentili nel tentativo di far ridere per un attimo l’infanzia ferita del mondo.
Ma è tempo di lasciare le corsie degli ospedali per una boccata d’aria più salubre e soddisfare la curiosità degli amici del bar che vorrebbero sapere qualcosa di nuovo, o d’inedito, sulla condizione delle donne in Afghanistan. Argomento impossibile. Questa volta mi viene però in aiuto la signora Susanna Fioretti, che ho incontrato a Kabul e che ha affrontato la questione in una tesi di laurea, fresca di stampa. Responsabile di un «progetto di alfabetizzazione e formazione professionale » per donne di Kabul nel quartiere di Shar-e-Shaid, per conto della Cooperazione italiana, l’autrice del testo basa la sua analisi su un’esperienza personale. E non importa se alla caduta dei talebani la stampa ha gridato al mondo che «le donne afghane erano tornate libere»: la libertà femminile continua ad essere limitata in base alle consuetudini patriarcali dell’onore, che impongono la lapidazione delle donne accusate di adulterio. Sono pochissime le donne che aderiscono ai corsi professionali proposti dalla Fioretti, anche se il Centro rappresenta ancora in tutto l’Afghanistan «un unicum nel campo della formazione femminile». La maggior parte dei genitori diffida di queste iniziative e teme che le loro figlie, invece di imparare l’alfabeto, siano avviate alla prostituzione. Tempi grami per l’Afghanistan, «retrocesso a una sorta dimedioevo nello spazio del breve regime talebano». Ed ecco il lamento lirico per Kabul dove «un tempo vi erano regge, case, fiori, alberi che facevano di questa valle un Paradiso, oggi c’è solo desolazione e sconforto...».
E pensare che il vanto di questa città erano i settanta tipi di uva, i trentatré tipi di tulipani, i sei grandi giardini folti di cedri. Ora non vi è più nulla e non per maledizione divina o catastrofe naturale, ma per la guerra... Secondo dati attendibili, l’Afghanistan produceva nel 1989 1.200 tonnellate di oppio; dieci anni dopo il totale era arrivato a 4.600 tonnellate, di cui approfittavano i talebani per autofinanziarsi. Risulta anche che nel 2003 il Paese abbia prodotto i tre quarti dell’eroina mondiale. Ma nel 2001, tirando le somme, il governo di Kabul giungeva all’amara conclusione che in vent’anni la guerra e la fame avevano spazzato via due milioni e mezzo di afghani. Nei corsi di formazione, Susanna Fioretti ha addestrato le sue allieve per tre lavori diversi: taglio e pulitura di pietre semipreziose (che ha suscitato l’interesse del Comune di Firenze); riparazione di telefoni cellulari; e infine assemblaggio di lampade fotovoltaiche. Se ho ben capito, all’inizio lavoravano senza alcuna retribuzione: ma per loro, sottolinea la Prof, «era già un privilegio uscire e lavorare fuori casa, per di più in un ambiente frequentato da uomini». Non so quanti e quali benefici morali abbia prodotto nelle ragazze la frequentazione dell’Università Fioretti, ma è probabile che la loro filosofia abbia subito qualche mutamento. Mi chiedo quale reazione potrebbero ora avere, rileggendo il brano del Corano dove, pur riconoscendo i diritti delle donne, Dio sostiene la superiorità del maschio e lo invita ad ammonirle, qualora fossero disobbedienti, quindi a lasciarle sole nei loro letti e infine, quando fosse proprio necessario, a picchiarle. Gul Makai, una delle tre donne su cui Susanna Fioretti ha imbastito la sua tesi di laurea, risponde così a chi le ha chiesto quale fosse la differenza tra come si comportano gli americani in Iraq e in Afghanistan: «Gli afghani sono molto coraggiosi e non permettono agli americani di fare ciò che vogliono, per questo si comportano meglio. Secondo me gli americani sono un po’ come i russi, faranno la stessa fine, lasceranno questo Paese. Prima ero sicura che gli americani volessero aiutare l’Afghanistan, poi ho capito che lo volevano solo conquistare».




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21 aprile 2008

L'esponente della teologia della liberazione ha ottenuto il 40,8% dei consensi, malgrado la violenta campagna "sporca" condotta dai suoi avversari. Paraguay, Lugo è nuovo presidente

<b>Paraguay, Lugo è nuovo presidente<br>L'ex vescovo batte partito Colorado </b>CARACAS - E' stata l'ultima spallata alle oligarchie continentali quella che nella notte di domenica ha portato al potere in Paraguay l'Alianza Patriotica por el cambio, una coalizione di sinistra guidata da un "vescovo rosso": Fernando Lugo.

Oggi - esclusa la Colombia di Uribe - tutta l'America Latina è governata da leader di sinistra radicale (Venezuela, Bolivia, Ecuador, Argentina) o di centro-sinistra (Cile, Brasile, Uruguay, Perù).

Fernando Lugo, vescovo di San Pedro, 57 anni, sospeso a divinis dal Vaticano, esponente della Teologia della Liberazione dell'ex sacerdote brasiliano Leonardo Boff (cacciato da Papa Ratzinger), è riuscito a metter fine a 61 anni di dominio del partito Colorado che dopo la fine della dittatura del generale Stroessner (1989), anche lui un Colorado, ha continuato a governare anche in democrazia.

Lugo ha vinto largamente, ottenendo il 40,8% dei voti, davanti ad una donna, Blanca Ovelar, candidata del partito al potere, staccata di dieci punti (30,8%) e all'ex generale golpista (di destra) Lino Oviedo (22%), un uomo legato alla Cia e alla destra neo-con americana.

Nelle strade di Asuncion la festa per la caduta dei Colorado, un partito ormai confuso completamente con lo Stato (agli impiegati pubblici il versamento per l'iscrizione al partito viene stornato direttamente dallo stipendio), è durata per tutta la notte.

"Il risultato di questa notte dimostra che anche i piccoli possono vincere", ha detto il vescovo nella sua prima dichiarazione da presidente e dopo aver temuto seriamente, almeno negli ultimi giorni, che una frode organizzata dai Colorado potesse negargli la vittoria.

La violentissima campagna "sporca" contro di lui sembra aver prodotto l'effetto contrario a quello sperato. Invece di spaventare gli elettori, li ha convinti a votare per Lugo che alla fine ha raccolto molti più voti di quelli previsti dai sondaggi.

Accusato di essere un amico delle Farc, la guerriglia colombiana, e un pupazzo di Chavez, il presidente venezuelano, il vescovo ha preso le distanze dall'una e dall'altro insistendo sul suo programma di ridistribuzione della ricchezza e delle terre che promette di mettere in atto quando assumerà ufficialmente il potere, a partire dal prossimo 15 agosto.

Il Paraguay è un paese geopoliticamente strategico in America Latina almeno per tre motivi. Confina con la Bolivia all'altezza degli immensi giacimenti di gas naturale, è un grande produttore di energia idroelettrica e nelle sue viscere c'è una delle più grandi riserve di acqua dolce di tutto il pianeta, "l'acquifero guaranì", dove secondo gli esperti c'è acqua potabile "per 360 milioni di persone nei prossimi cent'anni". Decisivo anche come "via della coca" verso l'Europa, il Paraguay è, insieme alla Bolivia, con la quale condivide l'handicap di non avere un accesso al mare, uno dei paesi più arretrati del sub-continente.




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